Le “nuove mansioni” nel Jobs Act: al legislatore non tutto è concesso

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La riforma della disciplina delle mansioni ad opera del Jobs Act, pur rispondendo ad esigenze di flessibilità che il limite dell’equivalenza aveva spesso fatto passare in secondo piano, rendendo più difficili i processi di ricollocazione produttiva dei lavoratori, pone degli interrogativi. In primis, una norma così ampia potrebbe entrare in conflitto con un principio che, oltre ad essere frutto di una garanzia costituzionale è espressione di un criterio logico in base al quale al lavoratore spetta la retribuzione per le attività che svolge. In secondo luogo, il sistema ora adottato dal legislatore, nel marcare una dilatazione quasi senza confini del potere datoriale, potrebbe far sorgere nella giurisprudenza la tentazione di introdurre limiti ulteriori rispetto ai pochi ora previsti, finendo per rendere assai complessa l’attuazione della norma.

Nell’ambito delle numerose disposizioni di legge che, attraverso otto diversi decreti legislativi, hanno dato attuazione al “Jobs Act”, modificando profondamente il diritto del lavoro nel corso dell’anno 2015, una ha da subito calamitato l’attenzione di molti commentatori poiché riscrive, a quarantacinque anni di distanza dallo Statuto dei lavoratori, la disciplina delle mansioni del lavoratore subordinato (art.2103 c.c., come modificato prima dall’art.13 Statuto lavoratori e ora dall’art.3 D. Lgs. n.81/2015).

La materia delle mansioni era rimasta al riparo nell’ambito delle tante riforme che si sono succedute dalla fine degli anni ’90 del secolo scorso, di modo che la disciplina era ancora quella dettata nel 1970. La norma del D. Lgs.81 del 2015 sembra ora andare incontro alle esigenze di flessibilità che il limite dell’equivalenza, prima previsto dalla norma, aveva spesso fatto passare in secondo piano, rendendo così più difficili i processi di ricollocazione produttiva di lavoratori ancora dotati di buona professionalità, ma la cui posizione organizzativa era stata oramai soppressa o sostituita dalle imprese, attraverso esternalizzazioni oppure in conseguenza dell’applicazione di forme più moderne di produzione.

Il Governo, forse anche andando oltre i limiti previsti dalla legge delega, invece che stabilire casi specifici nei quali ammettere una differente collocazione del lavoratore ha profondamente modificato la norma, dilatando notevolmente il potere unilaterale del datore di lavoro, il quale resta ora libero di attribuire al lavoratore qualunque mansione nell’ambito di quelle «riconducibili allo stesso livello e categoria legale di inquadramento delle ultime effettivamente svolte».

La formula si segnala non solo per la sua assoluta novità, ma anche per una ampiezza davvero mai prima sperimentata, che si accresce ancor di più a fronte della disciplina del comma secondo dello stesso art.3 che ammette l’assegnazione del prestatore subordinato anche «a mansioni appartenenti al livello di inquadramento inferiore, purché rientranti nella medesima categoria legale».

In altri termini, il lavoratore, ferma rimanendo la sua retribuzione, può essere assegnato ora, salvo diversa previsione dei CCNL applicati, non solo a tutte le mansioni proprie del suo livello di inquadramento, ma anche a mansioni del livello immediatamente inferiore.

Se si hanno presenti i sistemi di inquadramento, che mettono insieme, nell’ambito di un solo livello, profili professionali diversissimi (tecnici, amministrativi, finanziari, informatici, commerciali) la novità è veramente grande perché comporta una libertà quasi illimitata nell’utilizzo delle risorse umane. E tanto senza neanche che sia prevista una fase di adeguato addestramento, poiché il legislatore si preoccupa di precisare che in caso di mancato assolvimento dell’obbligo formativo, il lavoratore resta comunque tenuto all’immediata esecuzione delle nuove mansioni assegnategli. Il che è come dire che il direttore di produzione può finire a fare l’esperto di EDP o il vicecapo commerciale, salvo rimanendo solo il limite per cui chi è dirigente non può essere adibito a mansioni impiegatizie e chi è impiegato non può essere trasferito a mansioni operaie.

In una impresa ben ordinata i poteri ora concessi dal legislatore serviranno solamente ad evitare contestazioni proprio nei casi borderline di riorganizzazione organizzativa o produttiva. La norma però è quanto mai ampia nell’ammettere una disciplina nuova (nell’ambito della mobilità sia orizzontale sia verticale) e rischia, quindi, di entrare in conflitto con un principio che, prima ancora che essere frutto di una garanzia costituzionale (art.36), è espressione di un criterio logico, in forza del quale uno deve essere pagato per quello che fa e, correlativamente, deve fare quello per cui è pagato.

Ed invero non si deve dimenticare che l’equiparazione dettata dai sistemi di inquadramento non è tanto finalizzata a disegnare possibili percorsi professionali, ma piuttosto mira al necessario raggruppamento delle professionalità ai fini della attribuzione ad esse di un salario uguale, così da evitare forme defatiganti di contrattazione individuale.

In questo senso, non sono pochi quanti temono che il sistema ora adottato dal legislatore, nel marcare una dilatazione quasi senza confini del potere datoriale, non finisca poi per far sorgere nella giurisprudenza attuativa, limiti ulteriori rispetto ai pochi ora previsti; e tanto sia sulla scorta delle previsioni della legge delega (che appaiono chiaramente modellate su fenomeni di riorganizzazione aziendale), sia in forza di considerazioni di ordine sistematico, che valorizzino in chiave oggettiva le finalità per cui viene concesso un potere così ampio.

Insomma, a fronte di modifiche che, pur lecite a mente del nuovo art.2103 c.c., appaiano comunque del tutto irrazionali per la scelta dei tempi, dei modi o dei soggetti coinvolti, al lavoratore non resterà che invocare davanti al Giudice un caso di mobbing o lamentare l’oramai onnipresente teoria dell’abusodel diritto: nello stesso senso, il fatto che la norma imponga comunque il rispetto della categoria legale, e quindi in primis delle mansioni dirigenziali, rischia di apparire come un vincolo troppo rigido a fronte di mergers o di “concentrazioni” che provocano inevitabili fenomeni di duplicazione nelle gerarchie aziendali.

La questione del miglior utilizzo della tecnica di redazione delle leggi come si vede, non è nuova, e abbraccia oramai la gran parte degli interventi normativi che si registrano nella materia del lavoro: poiché il contratto di lavoro resta oggetto di un rapporto di scambio è evidente come il legislatore debba valutare attentamente tutti i suoi interventi di modifica della disciplina vigente, al fine di evitare che la riformulazione di regole altrimenti consolidate nella pratica non si concreti nell’emanazione di norme che poco poi si prestano alla concreta applicazione giudiziale, suscitando così la crescita del contenzioso e, correlativamente, la tentazione nella magistratura di una correzione interpretativa, diretta a supplire alle incertezze del testo pubblicato in “Gazzetta”.

La storia della disciplina del contratto a termine sta a dimostrare come al legislatore non tutto è concesso, poiché ogni regola che viene emanata deve confrontarsi con i principi costituzionali e, prima ancora, con le logiche della scienza giuridica. Così quando si è tentato di limitare il risarcimento del danno conseguente al prolungato ricorso a contratti a termine, tutte le corti (di merito, costituzionale ed europea) si sono fatte carico di ridisegnare la disciplina, dando vita tuttavia a lunghi momenti di incertezza e a risultati di assoluta inefficienza.

Il sistema della discussione parlamentare, in certo senso, serve proprio a valutare con maggiore approfondimento tutte le implicazioni di una nuova norma, anticipandone le ricadute nella pluralità dei casi pratici che si possono presentare, e così consentendo a tutto l’arco parlamentare di formulare osservazioni e richieste di chiarimento. Il sistema della delega, invece, dovrebbe servire a mettere ordine nelle leggi precedentemente emanate e non a introdurre sperimentazioni mai prima condivise.

Il nostro legislatore delegato, forse a fronte della consapevolezza che il dibattito parlamentare spesso poco si presta alla fattiva collaborazione delle sue diverse componenti politiche o forse pressato dall’urgenza dell’azione di riforma e dalla vastità dell’azione di riscrittura normativa, sembra più attento a fare tabula rasa del passato, che a prospettare soluzioni, meno dirompenti, ma più attente ad assicurare una immediata ed oggettiva applicazione della nuova disciplina di legge, senza il rischio di riscritture giudiziali o di nuovi interventi correttivi.

Fonte: Ipsoa.it

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