Lavoro subordinato, determinante l’eterodirezione della prestazione

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Al fine di determinare la sussistenza di un rapporto di lavoro di tipo subordinato è determinante accertare l’esistenza e il ruolo dell’eterodirezione della prestazione lavorativa. Deve pertanto essere esclusa la sussistenza del rapporto ove non emergano gli elementi sintomatici tipici, come la sottoposizione del prestatore alle direttive del datore nell’esecuzione della prestazione, l’osservanza di un orario prestabilito ed obbligatorio ed anche l’esistenza di una retribuzione fissa; ciò soprattutto alla luce delle recenti indicazioni fornite dalla Corte costituzionale sugli elementi che devono connotare un rapporto di tipo subordinato, avendo la Consulta ribadito il ruolo determinante dell’eterodirezione della prestazione.

Con una interessante sentenza, la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione ha affermato un importante principio in tema di subordinazione, in particolare ribadendo che deve essere esclusa la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato, ove non emergano gli elementi sintomatici di tale rapporto come l’eterodirezione della prestazione, l’osservanza di un orario prestabilito ed obbligatorio ed anche l’esistenza di una retribuzione fissa, ciò soprattutto alla luce delle recenti indicazioni fornite dalla Corte costituzionale sugli elementi che devono connotare un rapporto di tipo subordinato, avendo la Consulta ribadito il ruolo determinante dell’eterodirezione della prestazione.

Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato tra due soggetti privati.
In sintesi, i fatti.

Il Tribunale rigettava la domanda di DDM diretta all’accertamento di un rapporto di lavoro subordinato intercorso con DSM a decorrere dal 1.10.1997 con conseguente nullità o inefficacia del licenziamento orale intimato il 15.9.2006 con condanna al pagamento di tutte le retribuzioni non percepite.

Il Tribunale osservava che le circostanze addotte dal ricorrente non erano idonee a dimostrare la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato sia perché smentite dallo stesso ricorrente in sede di interrogatorio libero sia perché generiche in ordine alla sussistenza del potere direttivo e disciplinare del datore di lavoro.

La Corte di appello confermava la sentenza di primo grado; dichiarava tardiva la produzione documentale unitamente all’appello anche perché l’appellante nulla aveva provato in ordine alla impossibilità di produrre ritualmente i documenti ed osservava che tali documenti non apparivano neppure decisivi.

Nel merito la Corte rilevava che nel ricorso era stato dedotto che il DS fosse un avvocato e che le mansioni svolte fossero quelle del disbrigo delle pratiche dello studio, mentre era emerso che il DS non era un avvocato e che svolgeva di consulente d’impresa all’interno di un ufficio che condivideva con un consulente di infortunistica, tal RG, e con altri due avvocati che avevano compensato tutti il ricorrente, senza una cadenza precisa temporale.

Era emerso anche che il DS aveva emesso dei compensi a favore dell’appellante ma come amministratore di varie società. Lo stesso DM aveva ammesso in sede di interrogatorio libero che non aveva un orario da rispettare e di non venir controllato, di aver svolto attività per RG e di essere stato compensato in ragione degli atti che gli erano stati affidati.

Alla stregua di tali circostanze doveva escludersi la natura subordinata del rapporto tenuto anche conto del fatto che il dedotto potere direttivo del DS non era stato circostanziato sicché si rivelava del tutto inutile lo svolgimento della richiesta prova testimoniale.

Per la cassazione di tale decisione propone ricorso il DM, in particolare dolendosi per la mancata ammissione di una prova testimoniale, essendosi dato esclusivo rilievo alle dichiarazioni rese nell’interrogatorio libero senza ammettere la prova e senza adeguatamente considerare i pagamenti documentati da parte dell’appellato.

La Cassazione ha respinto il ricorso, affermando un principio già presente nella giurisprudenza della Suprema Corte ma che, per la sua importanza, dev’essere qui ribadito.

In particolare, osservano gli Ermellini, DM, in sede di interrogatorio libero, aveva dichiarato che lo stesso non aveva un orario di lavoro prestabilito ed obbligatorio, né percepiva una retribuzione fissa.
Neppure le istruzioni venivano esclusivamente impartite dal preteso datore di lavoro posto che questi aveva affermato che ” era anche lui a darmi direttive”: in ogni caso si trattavano di direttive non puntuali e specifiche posto che DM aveva precisato che il preteso datore di lavoro “mi spiegava Io svolgimento dei compiti esterni dello studio”.

Certamente il Giudice poteva trarre elementi di convincimento dalle stesse dichiarazioni del ricorrente, puntualizzano i Supremi Giudici, ma non si era limitato a questo nel motivare il rigetto delle istanze istruttorie ed il rigetto della domanda in quanto aveva sottolineato come il DS descritto come un avvocato tale non era e che la situazione dello studio nel quale avrebbe lavorato DM non era come quella indicata in ricorso emergendo una pluralità di titolari che si avvalevano tutti dell’attività del DM.
Anche la remunerazione di tale attività presentata come di lavoro subordinato è emerso come effettuata anche da altri soggetti.

Pertanto alla stregua di tali elementi tra loro convergenti il Giudice aveva correttamente escluso la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato, posto che erano stati esclusi dallo stesso ricorrente alcuni elementi sintomatici di tale rapporto come l’eterodirezione della prestazione, l’osservanza di un orario prestabilito ed obbligatorio ed anche l’esistenza di una retribuzione fissa; inoltre il contesto nel quale si sarebbe svolto il detto rapporto emergeva come radicalmente diverso da quello descritto.

Conseguentemente non era stata ammessa la prova testimoniale in quanto superflua e non si erano ritenuti significativi alcuni assegni consegnati al DM posto che gli stessi non erano corrisposti in via periodica e che il DM era stato remunerato anche da terzi per l’attività.

Da qui, dunque, il rigetto del ricorso.
Di rilievo le conseguenze pratiche della sentenza.

Ed infatti, secondo l’esegesi operata dalla Suprema Corte, deve essere esclusa la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato, ove non emergano gli elementi sintomatici di tale rapporto come l’eterodirezione della prestazione, l’osservanza di un orario prestabilito ed obbligatorio ed anche l’esistenza di una retribuzione fissa, ciò soprattutto alla luce delle recenti indicazioni fornite dalla Corte costituzionale sugli elementi che devono connotare un rapporto di tipo subordinato, avendo la Consulta ribadito il ruolo determinante dell’eterodirezione della prestazione.

Fonte: Ipsoa.it

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