Lavoro intermittente: i limiti della contrattazione collettiva

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Se la contrattazione collettiva pattuisce che il lavoro intermittente non è applicabile al settore specifico, tale scelta equivale ad una non determinazione delle esigenze contrattuali, alla stregua di un silenzio del CCNL. A questa conclusione giunge la Fondazione Studi Consulenti del Lavoro con il parere n.7/2014, che fa chiarezza sulla delega ai ccnl per il lavoro intermittente. Per tali settori, oltre che per le ipotesi soggettive, il ricorso all’istituto è esteso alle attività previste dalla tabella allegata al Regio Decreto n.2657/1923, applicabile nel silenzio del contratto collettivo stesso.

La Fondazione Studi consulenti del lavoro affronta la questione del lavoro intermittente e della possibilità lasciata alla contrattazione collettiva di determinarne le reali casistiche di utilizzo.

In tema di lavoro intermittente, infatti, l’art.4 del D.Lgs. n.276/2003 lascia alla contrattazione collettiva, quale punto di mediazione delle esigenze del settore produttivo, determinare i casi concreti di utilizzo. In caso di mancata stipulazione dell’accordo, si applica il D.M. 23 ottobre 2004, con cui il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha individuato, in via provvisoria, quelle attività per le quali sia applicabile il contratto a chiamata, in via sostitutiva rispetto alla determinazione della contrattazione collettiva, richiamando le attività previste dalla tabella allegata al Regio Decreto 6 dicembre 1923, n.2657.

Alcune volte la contrattazione, segnala la Fondazione Studi, in luogo di una puntuale proposta applicativa di questa tipologia contrattuale, ha optato per escludere tout court l’applicazione del lavoro intermittente, ad esempio, quello che avviene nel CCNL Spedizione e Trasporti o nel CCNL Agenzie di Assicurazione Unapass- Anapa.

La Fondazione Studi sul tema richiama le indicazioni del Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali (interpello 1 settembre 2008, n.37) che aveva evidenziato come tale scelte operative risultino avere una portata limitata.

Infatti “in tale quadro regolatorio va tuttavia sottolineato che, rispetto alle ipotesi soggettive di ricorso al contratto e all’individuazione dei periodo predeterminati di cui, rispettivamente, agli artt.34, comma 2 e 37 comma 1, del D.Lgs. n.276/2003, l’autonomia collettiva sembra avere un potere integrativo/ampliativo ma non preclusivo”.
Da ciò discenderebbe che, per converso, la contrattazione collettiva avrebbe potere preclusivo per le esigenze previste dall’art.34, comma 1 ed, in deroga alle stesse, a quelle previste dal D.M. 23 ottobre 2004.

Il legislatore delega alla contrattazione collettiva di entrare nel merito della reale necessità di utilizzo, quest’ultima dovrebbe specificare quali sono i casi di puntuale applicazione nel settore. Tale interpretazione viene, di fatto, confermata dal D.M. 23 ottobre 2004, il quale, nelle premesse, evidenzia la carenza di puntuali indicazioni da parte delle organizzazioni e associazioni sindacali “in ordine all’individuazione di specifiche esigenze che possano legittimare nei diversi settore produttivi e di servizi, il ricorso al lavoro intermittente”.

Pertanto, la scelta contrattuale di prevedere frasi come “le parti ritengono che, allo stato, non ricorrano nella categoria le condizioni per l’applicazione […] del lavoro a chiamata” non limita la stipula del contratto per le ipotesi soggettive, ma solamente per le ipotesi oggettive.

Inoltre, conclude la Fondazione Studi, nel caso in cui la contrattazione collettiva pattuisca che il lavoro intermittente non sia applicabile al settore specifico, tale scelta equivale ad una non determinazione delle esigenze contrattuali, alla stregua di un silenzio del CCNL.

Ne discende, quindi, che l’applicabilità per tali settori, oltre che per le ipotesi soggettive, si estende anche alle attività previste dalla tabella allegata al Regio Decreto n.2657/1923, applicabile nel silenzio del contratto collettivo stesso.

Fonte: Ipsoa.it

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