Lavoro ”extra time” vietato: per le violazioni sanzioni troppo alte

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La Consulta ha dichiarato illegittimo il rigoroso regime sanzionatorio introdotto nel 2004 per la violazione da parte del datore di lavoro di divieti relativi alla durata massima dell’orario di lavoro, del limite massimo di lavoro straordinario, del limite minimo di riposo giornaliero e del limite minimo di riposo settimanale: il legislatore delegato ha violato i criteri della legge delega del 2002.

Il Tribunale ordinario di Brescia, in funzione di giudice del lavoro, ha sollevato la questione di legittimità costituzionale dell’art.18-bis, commi 3 e 4, del D.Lgs. n.66/2003 in materia di organizzazione dell’orario di lavoro.
Tale norma è stata introdotta nel provvedimento dal D.Lgs. n.213/2004, avvalendosi dello strumento della delega correttiva (prevista, nel caso specifico, dall’art.1, comma 4, della “legge delega” n.39/2002).

La Corte Costituzionale ha confrontato le norme previgenti al D.Lgs. n.66/2003 ponendo in rilievo come esse, pur rispondendo a una realtà economica e lavorativa assai più semplice di quella odierna, dimostrassero già quanto la legge fosse attenta a questo profilo, ritenendo che la violazione della disciplina in tema di orario di lavoro fosse un indice di sfruttamento dei lavoratori, da punire con il necessario rigore.

Il D.Lgs. n.66/2003 ha introdotto alcune significative modifiche, prevedendo, in particolare, una sanzione amministrativa da 130 a 780 euro, per ogni lavoratore e per ciascun periodo di violazione (comma 3 dell’art. 18-bis), per le violazioni di cui agli artt.4, commi 2, 3 e 4, e 10, comma 1, del decreto (fra i quali rientra la disciplina sull’orario di lavoro); la sanzione amministrativa da 105 a 630 euro per le violazioni di cui agli artt.7, comma 1, e 9, comma 1, del medesimo decreto, ossia le norme che regolano il riposo giornaliero e settimanale (comma 4 dell’art.18-bis).

Le sanzioni amministrative di cui all’art.18-bis sono senza alcun dubbio più alte di quelle irrogate nel sistema precedente, e ciò implica la violazione del criterio direttivo contenuto nell’art.2, comma 1, lettera c), della citata “legge delega”.

La Corte ha, pertanto, dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art.18-bis, commi 3 e 4, del D.Lgs. n.66/2003, nel testo introdotto dall’art.1, comma 1, lettera f), del D.Lgs. n.213/2004.

Fonte: Ipsoa.it

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