Lavoro domestico: esclusa la gratuità subordinazione comunque da provare

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In tema di lavoro domestico, ove debba escludersi la presunzione di gratuità, operante quando le medesime intercorrono fra stretti congiunti ed abbiano come ambito consueto di svolgimento una comunità familiare caratterizzata dalla convivenza dei suoi componenti, non opera ipso iure una presunzione di contrario contenuto, indicativa cioè dell’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato, per il cui riconoscimento è, invece pur sempre necessaria la dimostrazione, da parte di colui che faccia valere diritti derivanti dal rapporto stesso, dei requisiti indefettibili dell’onerosità e della subordinazione.

Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato da una lavoratrice domestica nei confronti del datore di lavoro.
La Corte d’appello, in riforma della decisione di rigetto di prima grado, ha condannato il datore di lavoro al pagamento, a favore della ricorrente, della complessiva somma di € 68.970,02, oltre accessori di legge, ritenendo che tra le parti fosse intercorso, per circa un ventennio, un rapporto domestico di natura subordinata per il quale la lavoratrice non aveva ricevuto alcuna retribuzione.

La Corte di merito ha osservato che il rapporto domestico risultava provato dalla prova testimoniale e che era da escludere la presunzione di gratuità della stessa per effetto del legame affettivo esistente tra le due donne. Ha altresì determinato l’orario di lavoro mediamente in dodici ore settimanali ed ha condannato il datore di lavoro al pagamento della suddetta somma, sulla base delle retribuzioni calcolate dal consulente tecnico d’ufficio.

Contro la sentenza ha proposto ricorso per cassazione il soccombente, in particolare sostenendo che può ricorrere un rapporto caratterizzato dalla gratuità della prestazione anche nell’ambito di rapporti non riconducibili all’ambito familiare. La Corte di appello, aggiunge, non ha valutato tale aspetto nè ha considerato come mai la situazione descritta dalla lavoratrice si fosse protratta per venti anni senza che la medesima abbia adottato alcuna iniziativa.

Aggiungeva che il rapporto di affetto e familiarità risultava dalle dichiarazioni rese dalla lavoratrice nel procedimento penale a carico del datore di lavoro, laddove la predetta lavoratrice aveva affermato di non avere alcun interesse all’aspetto economico in virtù del legame affettivo esistente tra le due donne.
La Cassazione ha respinto il ricorso del datore di lavoro.

Nel caso di prestazioni lavorative effettuate tra persone legate da vincoli di parentela o affinità ovvero rese nell’ambito di una comunità familiare, opera una presunzione di gratuità delle prestazioni, in ragione del particolare vincolo che lega i soggetti del rapporto e della comunanza spirituale ed economica tra loro esistente.
E’ altresì ricorrente nella giurisprudenza di legittimità il principio secondo cui ogni attività oggettivamente configurabile come prestazione di lavoro subordinato può essere ricondotta ad un rapporto diverso, caratterizzato dalla gratuità della prestazione.

Quest’ultimo elemento può essere superato attraverso la prova dell’esistenza del vincolo di subordinazione, diverso dal vincolo di solidarietà ed affettività, idoneo a costituire la causa di prestazioni gratuite. Nella specie la Corte di merito ha innanzitutto escluso che potesse ricorrere la presunzione di gratuità trattandosi di un legame meramente affettivo; in ogni caso, ha aggiunto, era stata fornita la prova della natura subordinata del rapporto, idonea a superare detta presunzione di gratuità.

Dalla prova testimoniale era infatti emerso che la lavoratrice svolgeva le faccende domestiche, lavava i piatti, lucidava i pavimenti, faceva le pulizie ed eseguiva ogni incombenza dietro le direttive, il controllo e le indicazioni del datore di lavoro. Inoltre, per tali prestazioni era stato sempre promesso il pagamento di un congruo compenso, senza che però questo fosse stato mai corrisposto.

Tutto ciò escludeva e comunque superava la presunzione di gratuità delle prestazioni, a nulla rilevando il legame affettivo tra le due donne creatosi per effetto della prolungata durata del rapporto. Si trattava, in definitiva, di prestazioni oggettivamente riconducibili allo schema del rapporto di lavoro domestico subordinato, dovendo escludersi che fosse stata provata l’instaurazione di quella comunanza di interessi che attrae il rapporto nell’orbita del vincolo di solidarietà, con presunzione di gratuita delle prestazioni. Il solo vincolo affettivo che legava i soggetti del rapporto non poteva comportare la sussistenza di tale presunzione.

Fonte: Ipsoa.it

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