Lavoro autonomo: come si determina il compenso per prestazioni professionali

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Il compenso per prestazioni professionali va determinato in base alla tariffa e adeguato all’importanza dell’opera solo nel caso in cui esso non sia stato liberamente pattuito, in quanto la legge pone una garanzia di carattere preferenziale tra i vari criteri di determinazione del compenso, attribuendo rilevanza in primo luogo alla convenzione che sia intervenuta fra le parti e poi, solo in mancanza di quest’ultima e in ordine successivo, alle tariffe e agli usi e, infine, alla determinazione del giudice.

Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato tra un medico e la struttura sanitaria che lo aveva licenziato.
La Corte d’appello rigettava il gravame proposto da un medico specialista neurologo contro la sentenza del Tribunale che ne aveva respinto la domanda intesa ad ottenere il riconoscimento d’un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato dal 1994 alle dipendenze di una struttura sanitaria e la reintegra nel posto di lavoro a seguito dell’illegittimo licenziamento sostanzialmente ravvisabile nella comunicazione con cui nel 2000 l’ospedale lo aveva estromesso dal posto di lavoro.

Contro la sentenza, proponeva ricorso per cassazione il medico, in sostanza sostenendo che la sentenza sarebbe illegittima nella parte in cui non ha statuito sulla domanda di pagamento, secondo le tariffe professionali, delle prestazioni da lui espletate dal 1995 al 2000.

La Cassazione ha respinto il ricorso del medico, enunciando un interessante principio di diritto, già affermato in precedenza dalla Corte Suprema, ma che merita di essere qui ricordato perché di assoluto rilievo per gli operatori.
Ricordano sul punto gli Ermellini che ove la remunerazione sia avvenuta in base a previa pattuizione del compenso per quanto – in ipotesi – inferiore alle tariffe professionali, ad ogni modo non risulterebbe alcuna violazione di legge, giacché il potere di determinazione giudiziale del corrispettivo dovuto al libero professionista suppone l’inesistenza di una pattuizione, non la sua insufficienza o la sua difformità rispetto alle tariffe previste per gli esercenti la professione medica (peraltro, la legge applicabile al tempo del fatto, ossia l’art.2 co. 3° legge n.244/63, la quale prevede l’obbligatorietà della tariffa nazionale, è diretta a tutelare interessi non di ordine generale, ma riferibili alla dignità e al decoro della categoria professionale, con la conseguenza che l’eventuale violazione dell’indicato precetto, con un patto di deroga al minimo tariffario, non comporta nullità del patto medesimo).

Conclude, dunque, la Cassazione, affermando che per consolidata giurisprudenza (cui va data continuità), il compenso per prestazioni professionali va determinato in base alla tariffa e adeguato all’importanza dell’opera solo nel caso in cui esso non sia stato liberamente pattuito, in quanto la legge (il riferimento è all’art.2233 c.c.) pone una garanzia di carattere preferenziale tra i vari criteri di determinazione del compenso, attribuendo rilevanza in primo luogo alla convenzione che sia intervenuta fra le parti e poi, solo in mancanza di quest’ultima e in ordine successivo, alle tariffe e agli usi e, infine, alla determinazione del giudice, mentre non operano i criteri costituzionali (v. l’art.36, co.1, Cost.) applicabili solo ai rapporti di lavoro subordinato.

Di rilievo le conseguenze pratiche della sentenza.

Ed infatti, secondo l’interpretazione offerta dalla Corte di Cassazione, nel caso in cui il compenso sia stato preventivamente concordato dalle parti, pur in misura inferiore a quanto stabilito dal tariffario professionale, non potrà farsi applicazione del potere del giudice di determinare il compenso per l’attività professionale svolta, in applicazione dell’articolo 2233 c.c., potere il cui esercizio presuppone la mancanza di pattuizione del compenso; né, inoltre, l’accordo di determinazione dei compensi potrà essere considerato nullo, in quanto l’inderogabilità delle tariffe professionali è diretta a tutelare non interessi di carattere generale, ma la dignità e il decoro professionale.

Fonte: Ipsoa.it

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