Lavoro all’estero: indennità da computare nel TFR?

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La Cassazione chiarisce quando l’indennità per la prestazione di lavoro resa all’estero va computata nel TFR, avendo natura retributiva e non di rimborso spese. In particolare, la Corte ha precisato che al trattamento economico aggiuntivo (variamente denominato) corrisposto al lavoratore che, alle dipendenze del datore di lavoro italiano, presti la sua opera all’estero, va riconosciuta natura retributiva (e non quale rimborso spese) tanto in presenza di una funzione compensativa della maggiore gravosità e del disagio morale ed ambientale della prestazione all’estero, quanto nel caso in cui si correli invece all’insieme delle qualità e condizioni personali che concorrono a formare la professionalità eventualmente indispensabile per prestare lavoro fuori dei confini nazionali.

Con una interessante sentenza, la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione ha affermato un importante principio in tema di TFR trattamento di fine rapporto, in particolare precisando che al trattamento economico aggiuntivo (variamente denominato) corrisposto al lavoratore che, alle dipendenze del datore di lavoro italiano, presti la sua opera all’estero, va riconosciuta natura retributiva (e non quale rimborso spese) tanto in presenza di una funzione compensativa della maggiore gravosità e del disagio morale ed ambientale della prestazione all’estero, che nel caso in cui si correli invece all’insieme delle qualità e condizioni personali che concorrono a formare la professionalità eventualmente indispensabile per prestare lavoro fuori dei confini nazionali.

Servizio all’estero: spese di alloggio e per l’utilizzo dell’autovettura nel TFR?
Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato da un dipendente contro la banca datrice di lavoro. In breve, i fatti.

Il lavoratore, premesso di aver lavorato alle dipendenze della Banca dal 1 settembre 1979 al 31 marzo 2002, esponeva che nel corso del rapporto aveva prestato servizio all’estero (OMISSIS) e che la banca, nella quantificazione del trattamento di fine rapporto così come del premio di rendimento annuo, non aveva considerato il miglior trattamento retributivo percepito durante tale permanenza.

Instaurato il contraddittorio, resisteva la Banca, eccependo preliminarmente la prescrizione delle avverse pretese e chiedendo nel merito il rigetto della domanda perché infondata.

Il Tribunale adito, ritenuta la prescrizione limitatamente ai premi di rendimento maturati antecedentemente al 30 luglio 1997, accoglieva parzialmente il ricorso.

Giudizio d’appello: spese di alloggio, costo auto e omnicomprensività della retribuzione
Avverso tale pronuncia proponeva appello la Banca, reiterando l’eccezione di prescrizione e sostenendo che tutti gli emolumenti percepiti dal D. durante la permanenza all’estero avevano finalità restitutoria e risarcitoria e non erano destinati a compensare il lavoratore per l’attività prestata.

La decisione del Tribunale veniva gravata anche dal D., per non essere stato riconosciuto il suo diritto alla inclusione nella base di calcolo del TFR delle spese di alloggio e per l’utilizzo dell’autovettura. La Corte di Appello, in parziale riforma della pronuncia di prime cure, ha condannato la Banca a corrispondere al D., oltre agli importi già riconosciuti in primo grado, euro 135.316,92 a titolo di incidenza sul TFR delle spese di alloggio ed euro 16.903,22 a titolo di incidenza sul TFR del costo auto, oltre accessori, detratto l’importo già liquidato per competenze di fine rapporto.

La Corte di appello ha innanzitutto respinto l’eccezione di prescrizione osservando che il diritto al TFR sorge al momento della cessazione del rapporto di lavoro, sicché, ai fini del decorso del termine, è irrilevante l’accantonamento annuale della quota di trattamento.

Nel merito ha rilevato che l’art.2120 c.c. è ispirato al principio della onnicomprensività della retribuzione da prendere a base del TFR, principio che può essere derogato solo dai contratti collettivi stipulati successivamente alla entrata in vigore della normativa, a condizione che gli stessi prevedano in modo esplicito la deroga; ha esaminato l’art. 65 del CCNL 11 luglio 1999 per i quadri direttivi e per il personale delle aree professionali dipendenti dalle aziende di credito, evidenziando che la disciplina dettata dalle parti collettive non si discostava sostanzialmente dalla previsione legale dell’art. 2120 c.c.; ha ritenuto la natura retributiva e non risarcitoria o restitutoria della indennità di sede estera percepita dal D., valutando che la stessa avesse una funzione compensativa della diversa gravosità, anche ambientale, dell’attività lavorativa e rappresentasse uno strumento di salvaguardia del livello retributivo raggiunto.

Quanto alla messa a disposizione dell’alloggio la Corte ha accertato che esso era destinato a soddisfare esigenze di esclusivo carattere personale e familiare del lavoratore e non per esigenze di rappresentanza del datore di lavoro, con una funzione di salvaguardia del livello retributivo che escludeva la natura riparatoria.

Analoghe considerazioni hanno spinto la Corte d’appello a ritenere la natura retributiva del valore rappresentato dall’uso dell’autovettura concessa al dipendente per fini personali e familiari anche in orari non lavorativi.

Conferma della Suprema Corte: natura retributiva/risarcitoria delle somme percepite all’estero
Contro la sentenza proponeva ricorso per Cassazione la Banca, in particolare sostenendone l’erroneità quanto alla natura retributiva/risarcitoria delle somme percepite all’estero e sulla loro integrale inclusione nel calcolo del TFR.

La Cassazione ha respinto il ricorso, affermando un principio di diritto già presente nella giurisprudenza della Corte, ma che per la sua importanza dev’essere ribadito in questa sede.

Orbene, sul punto ricordano i Supremi Giudici come correttamente la Corte d’appello aveva risolto la questione se il trattamento estero riservato al D. avesse o meno natura meramente restitutoria. La Corte d’appello aveva espresso il convincimento che l’emolumento in discussione “abbia una funzione compensativa della diversa gravosità, anche ambientale, dell’attività lavorativa e rappresenti uno strumento di salvaguardia del livello retributivo raggiunto”, annotando altresì che “nel caso di specie la funzione di salvaguardia è indiscutibile anche alla luce di quanto evidenziato nella proposta del 23 agosto 1990 nella quale si fa espresso riferimento alla differente onerosità delle piazze rispetto all’Italia”.

Quanto poi alla messa a disposizione dell’alloggio la Corte d’appello aveva accertato che esso era destinato a soddisfare esigenze di esclusivo carattere personale e familiare del lavoratore e non esigenze di rappresentanza del datore di lavoro, con una funzione di salvaguardia del livello retributivo che escludeva la natura riparatoria.

Correttamente, infine, i giudici d’appello hanno ritenuto la natura retributiva del valore rappresentato dall’uso dell’autovettura concessa al dipendente per fini personali e familiari anche in orari non lavorativi, sulla scorta dell’insegnamento per il quale il valore dell’uso e della disponibilità, anche a fini personali, di una autovettura concessa contrattualmente dal datore al prestatore di lavoro come beneficio in natura, anche indipendentemente dalla sua effettiva utilizzazione, rappresenta il contenuto di una obbligazione che, ove pure non ricollegabile ad una specifica prestazione, è idonea ad essere considerata di natura retributiva, con tutte le relative conseguenze, se pattiziamente inserita nella struttura sinallagmatica del contratto di lavoro cui essa accede. Da qui, dunque, il rigetto del ricorso della Banca datrice di lavoro.

Considerazioni pratico-operative
Di rilievo le conseguenze pratiche della sentenza.
Ed infatti, secondo l’esegesi della S.C., in tema di trattamento di fine rapporto, al trattamento economico aggiuntivo (variamente denominato) corrisposto al lavoratore che, alle dipendenze del datore di lavoro italiano, presti la sua opera all’estero, va riconosciuta natura retributiva (e non quale rimborso spese) tanto in presenza di una funzione compensativa della maggiore gravosità e del disagio morale ed ambientale della prestazione all’estero, che nel caso in cui si correli invece all’insieme delle qualità e condizioni personali che concorrono a formare la professionalità eventualmente indispensabile per prestare lavoro fuori dei confini nazionali.

Fonte: Ipsoa.it

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