Lavori Socialmente Utili – LSU

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Il lavoro socialmente utile segna il passaggio da un modello essenzialmente assistenziale (welfare) ad un modello di tutela sociale (workfare) in cui il disoccupato, a fronte di un’indennità economica e un’assistenza previdenziale, fornisce una prestazione lavorativa “fuori mercato” in attività utili alla collettività.

La Legge 24 luglio 1981, n.390 (di conversione del D.L. n.244/1981) prevedeva l’impiego temporaneo per i disoccupati, residenti nelle aree meridionali e titolari di un trattamento di integrazione salariale, in opere e servizi di pubblica utilità, stabilendo anche che ai lavoratori «è dovuta a carico delle amministrazioni pubbliche interessate una somma pari alla differenza tra somma corrisposta dall’Inps a titolo di integrazione salariale e il salario o stipendio che sarebbe stato percepito in costanza del rapporto di lavoro e, comunque, non superiore a quello dei lavoratori che nell’amministrazione pubblica interessata svolgono pari mansioni».

Successivamente la Legge 27 febbraio 1984, n 18 (abrogata) ha esteso, per i lavoratori che fruivano del trattamento di cassa integrazione straordinaria l’utilizzo del l.s.u. su tutto il territorio nazionale mentre il D.L. 16 maggio 1994, n.299, convertito dalla Legge n.451/1994 (art. 14 – abrogato) aveva allargato la possibilità di utilizzazione anche agli iscritti da più di due anni nella prima classe delle liste di collocamento.

Infine una completa ridefinizione dell’istituto si ha prima con il D.Lgs. 1° dicembre 1997, n.468 che qualificava il lavoro socialmente utile come «strumento di politica attiva del lavoro, di qualificazione professionale e di creazione di nuovi posti di lavoro e di nuova imprenditorialità, anche sotto forma di lavoro autonomo o cooperativo» e poi con il D.Lgs. 28 febbraio 2000, n.81 che aveva previsto la continuazione dell’esperienza di l.s.u. unicamente per i soggetti che nel periodo dal 1° gennaio 1998 al 31 dicembre 1999 avessero conseguito 12 mesi di attività e aveva ridimensionato la sfera di operatività.

Fonti normative
D.Lgs. 1° dicembre 1997, n.468
D.Lgs. 28 febbraio 2000, n.81

Definizione e disciplina
(D.Lgs. n.468/1997, art.8, c. 1; D.Lgs. n.81/2000, art.4, c.1; Circ. Ministero del lavoro n.100/1998, par. 2.6; Cass. SU n.3/2007)

«Si definiscono lavori socialmente utili le attività che hanno per oggetto la realizzazione di opere e la fornitura di servizi di utilità collettiva, mediante l’utilizzo di particolari categorie di soggetti, …, compatibilmente con l’equilibrio del locale mercato del lavoro» (D.Lgs. n.468/1997, art.1, c.1).

L’utilizzo nelle attività socialmente utili non determina l’instaurazione di un rapporto di lavoro (D.Lgs. n.468/1997, art.8, c.1; D.Lgs. n.81/2000, art.4, c.1) e, quindi, «non può far sorgere nessuna aspettativa che, sulla già avvenuta instaurazione di un rapporto di lavoro, abbia il suo necessario presupposto. La circostanza che ai soggetti utilizzati nei lavori socialmente utili vengano estesi fondamentali istituti contrattuali propri del rapporto di lavoro non è idoneo a trasformare il particolare regime giuridico che disciplina tale speciale categoria di “lavoratori”» (T.A.R. Toscana, Firenze, n.373/2002).

Il lavoro socialmente utile (lsu) rientra nei c.d. “ammortizzatori sociali” (cassa integrazione, mobilità, disoccupazione) e non comporta la sospensione e la cancellazione dalle liste di collocamento o dalle liste di mobilità.

Enti utilizzatori
(D.Lgs. n.468/1997, art.3, c.1; Circ. Ministero del lavoro n.100/1998, par. 2.3; Nota Ministero del lavoro n.187/2000)

I soggetti che possono promuovere i progetti di lavori socialmente utili sono:
le amministrazioni pubbliche:

– Amministrazioni dello Stato;
– Istituzioni e Scuole di ogni ordine e grado;
– Istituzioni educative;
– Aziende ed Amministrazioni dello Stato ad ordinamento autonomo;
– Regioni, Province, Comuni, Comunità Montane e loro consorzi ed associazioni;
– Istituzioni Universitarie;
– Istituti Autonomi Case Popolari;
– Camere di Commercio, Industria, Artigianato ed Agricoltura;
– Enti Pubblici non economici, nazionali, regionali e locali;
– Amministrazioni, Aziende ed Enti del Servizio Sanitario Nazionale;
– gli enti pubblici economici;
– le società a totale o prevalente partecipazione pubblica;
– le cooperative Sociali e i loro consorzi;
– i soggetti individuati con decreto del Ministro del lavoro.

È possibile il trasferimento di un lavoratore socialmente utile da un ente utilizzatore ad un altro, sulla base di apposite convenzioni stipulate tra enti interessati.

Le amministrazioni pubbliche devono comunicare alla Presidenza del Consiglio dei Ministri- Dipartimento della funzione pubblica ed al Ministero dell’economia e delle finanze-Ragioneria generale dello Stato le informazioni concernenti l’utilizzo dei lavoratori socialmente utili (D.Lgs. n.165/2001, art.36, c.3; Circ. Dip. Funzione pubblica n.3/2006, par. 5.1)

Soggetti utilizzabili
(D.Lgs. n.468/1997, art.7, c.1; Nota Ministero del lavoro n.187/2000)

Possono essere utilizzati nei lavori socialmente utili:

lavoratori iscritti nelle liste di mobilità e percettori dell’indennità di mobilità o di altro trattamento speciale di disoccupazione;
lavoratori che godono del trattamento straordinario di integrazione salariale sospesi a zero ore.

Entro il 31 dicembre di ogni anno, le amministrazioni pubbliche comunicano, nell’ambito del rapporto informativo sulle tipologie di lavoro flessibile utilizzate durante l’anno, anche le informazioni concernenti l’utilizzo dei lavoratori socialmente utili. (D.Lgs. n.165/2001, art.36, c.4)

Attività socialmente utili
(D.Lgs. n.468/1997, artt.1, c.1 e 2, c.1; D.Lgs. n.81/2000, art.3, c.1; Nota Ministero del lavoro n.187/2000)

I lavoratori socialmente utili possono essere impiegati nelle seguenti attività:

– realizzazione di opere e la fornitura di servizi di utilità collettiva
– lavori di pubblica utilità nei settori della cura della persona; dell’ambiente, del territorio e della natura; dello sviluppo rurale, montano e dell’acquacoltura; del recupero e della riqualificazione degli spazi urbani e dei beni culturali, con particolare riguardo ai seguenti ambiti:

– cura e assistenza all’infanzia, all’adolescenza, agli anziani; riabilitazione e recupero di tossicodipendenti, di portatori di handicap e di persone detenute, nonché interventi mirati nei confronti di soggetti in condizioni di particolare disagio e emarginazione sociale;
– raccolta differenziata, gestione di discariche e di impianti per il trattamento di rifiuti solidi urbani, tutela della salute e della sicurezza nei luoghi pubblici e di lavoro, tutela delle aree protette e dei parchi naturali, bonifica delle aree industriali dismesse e interventi di bonifica dall’amianto;
– miglioramento della rete idrica, tutela degli assetti idrogeologici e incentivazione dell’agricoltura biologica, realizzazione delle opere necessarie allo sviluppo e alla modernizzazione dell’agricoltura anche delle zone di montagna, della silvicoltura, dell’acquacoltura e dell’agriturismo;
– piani di recupero, conservazione e riqualificazione, ivi compresa la messa in sicurezza degli edifici a rischio, di aree urbane, quartieri nelle città e centri minori, in particolare di montagna; adeguamento e perfezionamento del sistema dei trasporti; interventi di recupero e valorizzazione del patrimonio culturale; iniziative dirette al miglioramento delle condizioni per lo sviluppo del turismo.
– servizi tecnici integrati della pubblica amministrazione;
trasporti e la connessa logistica.

Le regioni possono individuare attività aggiuntive, funzionali allo sbocco occupazionale territoriale, in iniziative che comportano trasferimenti di risorse finanziarie pubbliche per opere infrastrutturali, ovvero siano finanziate da fondi strutturali europei ovvero siano oggetto di programmazione negoziata.

Durata dei progetti di p.u.
(D.Lgs. n.81/2001, art.4, c.1)

La durata del progetto, dal 1° maggio 2000, non può essere superiore a sei mesi, rinnovabile per un ulteriore periodo di sei mesi. In caso di rinnovo e limitatamente a detto periodo, il 50% dell’ammontare dell’assegno è a carico del Fondo per l’occupazione ed il restante 50% è corrisposto dall’ente utilizzatore.

Decadenza dalle attività socialmente utili
(D.Lgs. n.81/2000, art. 9, c.1 e 2)

I soggetti impiegati in attività socialmente utili decadono dai benefici previsti dalla legge nei casi in cui:

– rifiutino l’assunzione in luogo distante fino a 50 chilometri da quello di residenza;
– rifiutino di partecipare ai corsi di formazione;
– rifiutino l’avviamento a selezione effettuato dai servizi per l’impiego competenti o da agenzie private convenzionate con il Ministero del lavoro, o con le regioni o con le province, su richiesta dei datori di lavoro.

La decadenza non trova applicazione nelle ipotesi di contratto a tempo determinato, di fornitura di lavoro temporaneo e di incarico di collaborazione coordinata e continuativa di durata inferiore a tre mesi

Qualifiche e mansioni
(D.Lgs n.468/1997, art.7, c.3)

I Centri per l’impiego assegnano ai lavori socialmente utili quei lavoratori che sono in possesso di qualifiche compatibili con le prestazioni da svolgere e a questo fine le sedi territorialmente competenti dell’Inps inviano gli elenchi relativi ai percettori dell’indennità di mobilità e di altro trattamento speciale di disoccupazione, con l’indicazione della qualifica professionale posseduta, la durata del trattamento e la data di cessazione dello stesso
È generalmente escluso l’utilizzo di lavoratori socialmente utili in mansioni che comportino l’accesso a dati sensibili o richiedano particolari vincoli di riservatezza.

Orario di lavoro
(D.Lgs. n.468/1997, art. 8, c.3; D.Lgs. n.81/2000, art.4, c.1)

I lavoratori sono impegnati per un orario settimanale di 20 ore e per non più di 8 ore giornaliere. Nel caso di impegno per un orario superiore verrà corrisposto un importo integrativo. «a carico dell’ente utilizzatore, corrispondente alla retribuzione oraria relativa al livello retributivo iniziale, calcolato detraendo le ritenute previdenziali ed assistenziali previste per i dipendenti che svolgono attività analoghe presso il soggetto promotore limitatamente ai giorni di effettiva prestazione lavorativa.» (Circ. Inps n.86/1999)

Riposo compensativo
(D.Lgs. n.468/1997, art.8, c.10; Circ. Inps n.86/1999)

Le attività di lavoro socialmente utile sono organizzate in modo che il lavoratore possa godere di un adeguato periodo di riposo durante il quale viene corrisposto l’assegno.

Ferie
Il periodo feriale è un diritto sancito dalla Costituzione (art.36) e anche ai lavoratori socialmente utili si applicano le disposizioni del D.Lgs. n.66/2003 sull’organizzazione dell’orario di lavoro valide per tutti i settori di attività pubblici e privati.

Assenze per motivi personali
(D.Lgs. n.468/1997, art.8, c.12; Circ. Inps n.86/1999)

Le assenze dovute a motivi personali, anche se giustificate, comportano la sospensione dell’assegno. È facoltà del soggetto utilizzatore concordare l’eventuale recupero delle ore non prestate e in tal caso non viene operata detta sospensione.

Assenze protratte nel tempo
(D.Lgs. n.468/1997, art.8, c.13; Circ. Inps n.86/1999)

Nel caso di assenze protratte e ripetute nel tempo tali da compromettere i risultati del progetto, il soggetto utilizzatore ha la facoltà di richiedere la sostituzione del lavoratore.

Permessi ex art.33, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n.104
(D.Lgs. n.151/2001, art.65, c.5)

Anche i lavoratori socialmente utili possono fruire di permessi ex art.33 L. n.104/1992, per 3 giorni al mese – frazionabili – continuando a beneficiare dell’assegno.

Malattia
(D.Lgs. n.468, art.8, c.11; Circ. Ministero del lavoro n.100/1998; Circ. Inps n.82/1996)

Le assenze per malattia, purché documentate, non comportano la sospensione dell’assegno.
I soggetti utilizzatori stabiliscono tra le condizioni di utilizzo il periodo massimo di assenze per malattia compatibile con il buon andamento del progetto.

L’assenza per malattia deve essere comunicata tempestivamente all’ufficio di appartenenza e il certificato medico deve essere consegnato, o inviato a mezzo raccomandata, esclusivamente all’ente utilizzatore, e non inviato telematicamente dal medico curante poiché il lavoratore socialmente utile non è un lavoratore dipendente.
Ai lavoratori socialmente utili non spetta l’indennità di malattia.

Maternità/Paternità

Astensione obbligatoria per maternità
(D.Lgs. n.151/2001, artt. 16, 17 e 65)

È vietato adibire al lavoro le donne:

– durante i due mesi precedenti la data presunta del parto. Nell’ipotesi in cui il parto avvenga oltre tale data, il divieto copre il periodo intercorrente tra la data presunta e la data effettiva del parto;
– durante i tre mesi dopo il parto;
– durante gli ulteriori giorni non goduti prima del parto, qualora il parto avvenga in data anticipata rispetto a quella presunta. Tali giorni sono aggiunti al periodo di congedo di maternità dopo il parto.

Allorché le lavoratrici siano impegnate in occupazioni gravose e pregiudizievoli per lo stato di gravidanza, il divieto è anticipato a tre mesi.

Indennità di maternità
(Circ. Ministero del lavoro n.138/1998)

Durante il periodo di astensione obbligatoria alla lavoratrice compete un’indennità pari all’80% dell’assegno.
L’indennità deve essere corrisposta anche alle lavoratrici che non abbiano potuto iniziare la prestazione lavorativa in progetti di lavori socialmente utili a causa della maternità, qualora le stesse, avendo espresso la loro adesione e potendo essere assegnate ad un progetto secondo la graduatoria desumibile dai criteri adottati, al momento dell’avvio delle attività, si trovino nel periodo di astensione obbligatoria. Le medesime avranno altresì diritto all’inserimento nel progetto al termine del periodo di astensione obbligatoria.

Congedo
(D.Lgs. n.151/2001, art.65, c.1)

Le lavoratrici e i lavoratori impiegati in attività socialmente utili hanno diritto al congedo di maternità e di paternità.

Riposi giornalieri
(D.Lgs. n.468/1997, art.8, c. 16; D.Lgs. n.151/2001, art.65, c.4)

Alle lavoratrici e ai lavoratori impegnati a tempo pieno in lavori socialmente utili sono riconosciuti, senza riduzione dell’assegno, i riposi giornalieri per maternità o paternità.
Per “tempo pieno” si deve intendere il normale orario di attività socialmente utile (20 ore settimanali) integrato con un numero di ore tali da poter rappresentare un rapporto di lavoro a tempo pieno.

Malattia professionale o infortunio
(D.Lgs. n.468/1997, art.8, c.14)

Nel caso di assenze per infortunio o malattia professionale al lavoratore viene corrisposto l’assegno per le giornate non coperte dall’indennità erogata dall’INAIL e viene riconosciuto il diritto a partecipare alle attività progettuali al termine del periodo di inabilità.

Sicurezza sul lavoro
(D.Lgs. n.81/2008, art.2, c.1, lett.a)

Le disposizione del D.Lgs. 9 aprile 2008, n.81 in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro si applicano anche ai lavoratori socialmente utili.
Ai fini della determinazione del numero di lavoratori dal quale il D.Lgs. n.81/2008 fa discendere particolari obblighi non sono computati i lavoratori utilizzati nei lavori socialmente utili. (D.Lgs. n.81/2008, art.4, c.1, lett.h)

Remunerazione

Lavoratori percettori di trattamenti previdenziali
(D.Lgs. 1° dicembre 1997, n.468, art.8, c.2)

Per i lavoratori utilizzati in l.s.u., percettori di un trattamento previdenziale (indennità di mobilità o di trattamento straordinario di cassa integrazione), è stato previsto che il trattamento previdenziale percepito vada a remunerare il lavoro prestato presso il soggetto utilizzatore. Nell’ipotesi di ore eccedenti, ai lavoratori compete «un importo integrativo, non liberamente determinato, ma corrispondente alla retribuzione oraria relativa al livello retributivo iniziale, calcolato detraendo le ritenute previdenziali ed assistenziali previste per i dipendenti che svolgono attività analoghe» (Cass. n.8643/2014).

Lavoratori non percettori di trattamenti previdenziali
(D.Lgs. 1° dicembre 1997, n.468, art.8, c.3; D.Lgs. 28 febbraio 2000, n.81, art.4, c.1; Circ. Inps n.100/1998; Cass. n.8643/2014)

I lavoratori socialmente utili, non percettori di trattamenti previdenziali, hanno diritto, per un impegno settimanale di venti ore e per non più di otto ore giornaliere, ad un’indennità mensile fissa (assegno per attività socialmente utile), versata dall’Inps (previa certificazione delle presenze) e finanziata dal Fondo nazionale per l’occupazione. Anche in questo caso le ore di lavoro effettuate oltre la soglia delle 20 ore settimanali sono remunerate secondo il livello retributivo di base previsto per i lavoratori dipendenti che svolgono attività analoghe presso l’amministrazione pubblica utilizzatrice e le ritenute previdenziali sono detratte da tale retribuzione.

L’assegno viene corrisposto anche nelle giornate di assenza per:

– malattia
– infortunio o malattia professionale non coperte dall’indennità erogata dall’Inail;
– per assistere i familiari conviventi portatori di handicap ai sensi della legge n.104/1992;
– per la partecipazione ad assemblee sindacali alle condizioni previste per i dipendenti del soggetto utilizzatore.

L’assegno è cumulabile con i redditi relativi ad attività di lavoro autonomo di carattere occasionale e di collaborazione continuata e coordinata o derivanti da lavoro dipendente a tempo determinato parziale purché le attività siano iniziate successivamente all’avvio del progetto e non pregiudichino o non siano incompatibile con i lavori socialmente utili affidati. (D.Lgs. n. 468/1997, art. 8, c. 4)
Il diritto all’assegno non può venire meno «per il solo fatto di espletare, in ore diverse della giornata, altra attività lavorativa retribuita. Il sussidio infatti, diversamente dalla indennità di mobilità, è pur sempre il corrispettivo di una attività lavorativa … dal momento che, in questo caso, l’interessato non cessa di prestare il lavoro socialmente utile, dedicandosi all’altro in orari e modalità con esso compatibili». (Cass. n. 9344/2007)

L’assegno è, invece, incompatibile con lo svolgimento di attività di lavoro subordinato con contratto a termine a tempo pieno.
L’assegno per i lavori socialmente utili non è cumulabile con i trattamenti pensionistici diretti a carico dell’assicurazione generale obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia ed i superstiti dei lavoratori dipendenti, degli ordinamenti sostitutivi, esonerativi ed esclusivi dell’assicurazione medesima, nonché delle gestioni speciali dei lavoratori autonomi, e con i trattamenti di pensionamento anticipato. È invece cumulabile con gli assegni e le pensioni di invalidità civile nonché le pensioni privilegiate per infermità contratta a causa del servizio obbligatorio di leva.
Dal 1° gennaio 2014 l’importo mensile dell’assegno è pari a euro 578,98 (Circ. Inps n.12/2014)

I compensi percepiti dai soggetti impegnati in lavori socialmente utili – in conformità a specifiche disposizioni normative – sono assimilati ai redditi di lavoro dipendente (D.Lgs. n.917/1986, art.50, lett, l).
Se i compensi sono percepiti da soggetti che hanno maturato i requisiti per ottenere la pensione di vecchiaia e che hanno un reddito complessivo (considerato al netto della deduzione per abitazione principale e relative pertinenze) non superiore a 9.296,22 euro, costituirà reddito da assoggettare a Irpef solo la parte dei compensi per l.s.u. eccedente euro 3.098,74 (D.Lgs. n.917/1986, art.52, lett, d-bis; Ris. Agenzia delle Entrate n.378E/2008).

Assegni familiari
(Circ. Inps n.82/1996)

Ai lavoratori impiegati in lavori socialmente utili spetta, per i periodi di concessione del sussidio, l’eventuale assegno per il nucleo familiare.

Diritti sindacali
(D.Lgs. n.468/1997, art.8, c.18)

I lavoratori impegnati in lavori socialmente utili possono partecipare, con diritto alla corresponsione dell’assegno, alle assemblee organizzate dalle organizzazioni sindacali, nei casi e alle condizioni previste per i dipendenti del soggetto utilizzatore.

Casistica di decisioni della Magistratura in tema di L.S.U.
Il D.Lgs. n. 468/1997, nel ricomprendere nell’ambito dei lavori socialmente utili le attività che hanno per oggetto la realizzazione di opere e la fornitura di servizi di utilità collettiva, non reca una elencazione tassativa di attività, e nemmeno le previsioni della contrattazione collettiva che destinano risorse al sostegno delle iniziative volte al miglioramento della produttività, efficienza ed efficacia dei servizi hanno diretta incidenza sulla ricomprensione di analoghe iniziative tra le attività inerenti i citati lavori socialmente utili. (Cass., 11 giugno 2013, n.14636).

In tema di occupazione in lavori socialmente utili, rispetto alla prestazione che, per contenuto e orario, si discosti da quella dovuta in base al programma originario e che venga resa in contrasto con norme poste a tutela del lavoratore, trova applicazione la disciplina sul diritto alla retribuzione, in relazione al lavoro effettivamente svolto, prevista dall’art.2126 c.c., da reputarsi compatibile con il regime del lavoro pubblico contrattualizzato. (Cass., 5 luglio 2012, n.11248, in D&L, 2012, 764 con nota di TOMBA C., Lavoratori socialmente utili: sì alla retribuzione, no alla subordinazione).

In tema di lavori socialmente utili, il D.Lgs. n.468 del 1997, limitando la possibilità di cumulare il relativo assegno con altri redditi, non ha modificato i lineamenti fondamentali dell’istituto, sicché, anche per il periodo anteriore alla sua entrata in vigore, ai sensi dell’art. 8, l’assegno non è cumulabile con i redditi da lavoro dipendente a tempo determinato parziale se questo è iniziato (come nella specie) prima dell’avvio del progetto Lsu. Ciò risponde alla intentio legis di configurare l’inserimento nei progetti Lsu come finalizzato alla creazione di occupazione, ratio espressamente indicata per i progetti di attività di utilità collettiva, assimilabili ai progetti Lsu e riservati dall’art. 23 della legge n. 67 del 1988 ai giovani “privi di occupazione”. (Cass., 7 giugno 2012, n.9205, in Orient. giur. lav., 2012, 458).

In tema di retribuzione dei lavoratori socialmente utili, le tutele tipiche del rapporto di lavoro subordinato, quali la tredicesima mensilità, le ferie retribuite ed il T.F.R., non sono riconosciute in relazione all’importo integrativo corrisposto dall’ente pubblico utilizzatore rispetto all’attività coperta dal trattamento previdenziale previsto dall’art.8 del D.Lgs. n.468 del 1997, atteso che il T.F.R., previsto dall’art.2, comma 2 della L. n.464 del 1972, è determinato sulla sola quota dell’integrazione e la tredicesima mensilità, contenuta nel trattamento straordinario di cassa integrazione guadagni previsto dall’articolo unico della legge n.427 del 1980 (sia nel testo originario che in quello modificato dall’art.1 della legge n.299 del 1994) è computata nella retribuzione costituente la base di calcolo degli importi dell’integrazione salariale, mentre le ferie e le festività sono direttamente coperte dallo stesso trattamento di cassa integrazione, che viene erogato per dodici mensilità, e quindi anche per il periodo nel quale non si presta attività lavorativa, dovendosi ritenere la ragionevolezza della differenziata tutela rispetto al rapporto di lavoro subordinato, con conseguente infondatezza dei dubbi di costituzionalità, in quanto il complessivo assetto così delineato risponde ad un equilibrato contemperamento tra l’esigenza dei lavoratori di continuare a percepire l’indennità di cassa integrazione di lunga durata, conservando l’iscrizione nelle liste di collocamento speciale, con quella di assolvere alla richiesta di lavorare presso soggetti pubblici a progetti di utilità generale. (Cass. 15 giugno 2010, n.14334, in Giur. It., con nota di PERSIANI M., Esistenza nei fatti di un rapporto di lavoro subordinato e necessaria applicazione della tutela dell’uomo che lavora).

Non vi è incompatibilità tra il sussidio per lo svolgimento di lavori socialmente utili ed il compenso ricavato da diversa attività di lavoro subordinato, svolta a tempo parziale, con orario e modalità che non interferiscono con il lavoro socialmente utile, alla stregua della normativa sopravvenuta, il D.Lgs. n. 468 del 1997, che limitando la possibilità di cumulare l’assegno per lavori socialmente utili con altri redditi, non ha modificato i lineamenti fondamentali dell’istituto, onde non vi sarebbe ragione di operare distinzioni, e sulla scorta del rilievo che il richiamo alla normativa sull’indennità di mobilità, fatto dall’art. 1, comma 3, della L. n.608 del 1996, valga non già per il divieto di cumulo tra sussidio e lavoro a tempo parziale, ma al diverso fine del regime della contribuzione riconoscendosi la contribuzione figurativa sia per il periodo in cui si gode dell’indennità di mobilità (art.7, comma 9, L. n.223/1991), sia per il periodo in cui si svolgono lavori socialmente utili (art. 8, comma 19, D.Lgs. n.468/1997). (Cass. 19 aprile 2007, n. 9344, in: Argomenti dir. lav., 2008, 1, 284 con nota di VASCELLO N., La Cassazione sulla cumulabilità tra sussidio per lavori socialmente utili e reddito da attività lavorativa part-time nella disciplina anteriore al D.Lgs. n.468 del 1997; Foro it. con nota di GENTILE S.L., In tema di lavori socialmente utili; Lav. giur., 2007, 1254 e Dir. prat. lav., 2008, 489).

I rapporti tra P.A. e lavoratori socialmente utili non possono essere qualificati come rapporti di pubblico impiego: il rapporto dei lavoratori socialmente utili trae origine da motivi assistenziali, rientrando nel quadro dei c.d. “ammortizzatori sociali” (messa in mobilità dei lavoratori in esubero; collocamento in cassa integrazione; trattamento di disoccupazione) e rappresenta uno strumento innovativo per fronteggiare la disoccupazione soprattutto (ma non esclusivamente) giovanile, così da nascere con una connotazione marcatamente previdenziale ed assistenziale (Cass., S.U., 3 gennaio 2007, n.3).

Fonte: wikilabour.it

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