Lavoratori: certificato medico con patologia errata

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Il lavoratore che, per giustificare un’assenza,ottiene un certificato medico dichiarando, contrariamente al vero,una sintomatologia dolorosa, può essere condannato per truffa e falso ideologico. In base agli articoli 640, 48 e 481 codice penale (Cassazione Sezione Seconda Penale n.1402 dell’11 gennaio 2008, Pres. Cosentino, Rel. Ambrosio).

Giuseppe C., dipendente del Ministero di Giustizia con mansioni di conducente di automezzi, affetto da artrosi lombo sacrale con doppia discopatia, ha ottenuto alcuni certificati medici attestanti la sua necessità di riposo, dichiarando al sanitario una sintomatologia dolorosa acuta. Nei periodi di assenza dal lavoro giustificati con tali certificati, egli si è recato in luoghi di vacanza ove ha praticato gli sport dello sci e del tennis. Conseguentemente egli è stato sottoposto a processo penale e condannato alla pena di un anno di reclusione e 300,00 euro di multa dal Tribunale di Ancona, che lo ha dichiarato responsabile del reato di truffa in danno dello Stato (art.640 cpv. n. 1 cod. pen.) e di induzione a commettere falsità ideologica (art.48 e 481 cod. pen.).

Il Tribunale ha ritenuto che l’imputato, dichiarando, contrariamente al vero, inesistenti sintomi di lombalgia acuta, abbia indotto i medici in errore, inducendoli a rilasciare false attestazioni di inabilità al lavoro. I medici escussi come testi – ha osservato il Tribunale – hanno fornito un riscontro tecnico a un dato di comune esperienza e, cioè, che la lombalgia acuta comporta un irrigidimento del rachide, una limitazione delle capacità deambulatorie e una impossibilità di svolgere le comuni mansioni, con necessità di riposo assoluto almeno nei primi giorni e, successivamente, di una modesta attività fisioterapica; si trattava perciò di una situazione del tutto incompatibile con la pratica dello sci e del tennis, cui invece risultava essersi dedicato il lavoratore, posto che tali attività sportive implicavano una iperattività dei muscoli lombari e una sollecitazione della schiena particolarmente intensa.

Questa decisione è stata confermata dalla Corte di Appello di Ancona. Giuseppe G. ha proposto ricorso per cassazione censurando la decisione impugnata per illogicità della motivazione e violazione di legge, sostenendo in particolare che avrebbe dovuto essere disposta una perizia medica.

La Suprema Corte (Sezione Seconda Penale n.1402 dell’11 gennaio 2008, Pres. Cosentino, Rel. Ambrosio) ha dichiarato il ricorso inammissibile. L’affermazione di responsabilità – ha osservato la Corte – poggia sul positivo accertamento della presenza del dipendente in luoghi di vacanza, dove si dedicava ad attività del tutto incompatibili con l’asserito stato di malattia o la necessità di cure termali-fisioterapiche; l’accertamento peritale – per sua natura mezzo di prova “neutro” – non può ricondursi al concetto di “prova decisiva”, la cui mancata assunzione possa costituire motivo di ricorso per Cassazione, ai sensi dell’articolo 606, comma 1, lettera “d”, del cod. proc. pen., in quanto il ricorso o meno a una perizia è attività sottratta al potere dispositivo delle parti e rimessa essenzialmente al potere discrezionale del giudice, la cui valutazione, se assistita da adeguata motivazione, è insindacabile in sede di legittimità. Nel caso in esame – ha affermato la Corte – i Giudici di appello hanno implicitamente, ma inequivocamente affermato l’inutilità del mezzo tecnico, osservando che i sanitari assunti come testi avevano fornito un “riscontro tecnico” di nozioni che fanno parte del bagaglio della comune esperienza.

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