Lavoratori assunti con contratto a tutele crescenti: rito differenziato

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Il decreto attuativo del Jobs Act oltre ad introdurre la figura del contratto a tutele crescenti modifica anche gli aspetti processuali superando, in particolare, lo speciale rito bifasico previsto nell’ambito della Legge Fornero. L’applicazione di riti diversi per i vecchi e i nuovi assunti potrebbe portare al paradosso che due lavoratori della stessa azienda, impugnando giudizialmente il provvedimento di licenziamento lo stesso giorno, vedrebbero tutelati i propri diritti a distanza di molto tempo l’uno d’altro. L’impianto normativo porterà alla creazione di un nuovo dualismo sia sul piano sostanziale che processuale.

I decreti attuativi della legge 183/2014 (c.d. Jobs Act) interverranno per larga parte sulla disciplina dei licenziamenti che era stata oggetto di rivisitazione già dalla c.d. Legge Fornero (legge n.92/2012); quest’ultima, lo si ricorderà, a suo tempo incise anche sul processo del lavoro introducendo un rito speciale, in materia di licenziamenti, articolato, relativamente al primo grado di giudizio, in due fasi: la prima, necessaria, connotata da una cognizione sommaria, e la seconda, eventuale, di opposizione ricalcante la struttura del giudizio di merito “ordinario”.

La logica della riforma era di velocizzare le decisioni in materia di lavoro e, non a caso, la prima fase comporta una istruzione sommaria della causa che termina con un’ordinanza, immediatamente esecutiva, di accoglimento ovvero di rigetto del ricorso. Avverso tale provvedimento la parte soccombente può proporre un ricorso in opposizione che non si discosta significativamente dal rito ordinario del lavoro.

Il rito introdotto nel 2012 aveva creato notevoli problemi applicativi e da parte di molti era stato chiesto il superamento dello stesso. Aspetti come la legittimazione ad agire, l’incompatibilità tra giudice sommario e giudice della cognizione, la possibilità di richiedere provvedimenti cautelari, le modalità con cui ottenere il mutamento del rito, hanno, nella sostanza, rallentato un procedimento che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto, al contrario, velocizzare la risoluzione delle controversie in materia di lavoro.

Come accennato, lo schema di decreto legislativo recante disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti attuativo del c.d. Jobs Act, oltre a riscrivere la normativa sui licenziamenti prevista dall’art.18 dello Statuto dei Lavoratori, ha novellato anche il processo del lavoro; con maggior dettaglio, a far data dall’entrata in vigore del decreto attuativo, le nuove assunzioni a tempo indeterminato saranno sottratte allo speciale Rito Fornero per tornare nell’alveo del rito speciale del lavoro.

In particolare, l’art.11 del testo di decreto prevede che “ai licenziamenti di cui al presente decreto non si applicano le disposizioni dei commi da 48 a 68 dell’articolo 1 della legge n.92 del 2012”.

Al riguardo, è importante sottolineare come l’art.1 dello schema di decreto disponga, quanto al campo di applicazione, che: “per i lavoratori che rivestono la qualifica di operai, impiegati o quadri, assunti con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato a decorrere dalla data di entrata in vigore del presente decreto, il regime di tutela nel caso di licenziamento illegittimo è disciplinato dalle disposizioni di cui al presente decreto”.

Dal combinato disposto degli artt.1 e 11 si desume che il Rito Fornero viene superato esclusivamente per quanto attiene ai licenziamenti regolati dal decreto in commento. Conseguentemente, l’impugnazione del licenziamento da parte dei lavoratori che non rientrano nel campo di applicazione del decreto continuerà ad essere disciplinata dallo speciale Rito Fornero. Si tratta, essenzialmente, degli operai, impiegati e quadri assunti prima dell’entrata in vigore del decreto (salva l’ipotesi di conversione del contratto da tempo determinato a tempo indeterminato) e dei dirigenti.

Differenze tra riti
Nell’ambito del c.d. Rito Fornero il giudice, a seguito della presentazione del ricorso, fissa con decreto l’udienza di comparizione delle parti entro quaranta giorni dal deposito del ricorso assegnando un termine per la notifica del ricorso e del decreto non inferiore a venticinque giorni prima dell’udienza, nonché un termine, non inferiore a cinque giorni prima della stessa udienza, per la costituzione del resistente. Il giudice, sentite le parti e compiuta un’istruzione sommaria provvede, con ordinanza immediatamente esecutiva, all’accoglimento o al rigetto della domanda. Contro l’ordinanzadi accoglimento o di rigetto può essere proposta opposizione con ricorso contenente i requisiti di cui all’art.414 del codice di procedura civile, da depositare innanzi al tribunale che ha emesso il provvedimento opposto, a pena di decadenza, entro trenta giorni dalla notificazione dello stesso, o dalla comunicazione se anteriore. Il giudice fissa con decreto l’udienzadi discussione non oltre i successivi sessanta giorni, assegnando all’opposto termine per costituirsi fino a dieci giorni prima dell’udienza. Il ricorso, unitamente al decreto di fissazione dell’udienza, deve essere notificato, dall’opponente all’opposto, almeno trenta giorni prima della data fissata per la sua costituzione. L’opposto deve costituirsi mediante deposito in cancelleria di memoria difensiva a norma e con le decadenze di cui all’art. 416 del codice di procedura civile.

All’udienza, il giudice, sentite le parti, e svolta un’istruzione a cognizione piena provvede con sentenza all’accoglimento o al rigetto della domanda. Contro la sentenza che decide sul ricorso è ammesso reclamo davanti alla Corte d’appello. Il reclamo si propone con ricorso da depositare, a pena di decadenza, entro trenta giorni dalla comunicazione, o dalla notificazione se anteriore.

Con il rito ordinario a seguito della proposizione del ricorso il Giudice fissa l’udienzadi comparizione delle parti a qualche mese di distanza dal deposito del ricorso assegnando un termine per la notifica del ricorso e del decreto non inferiore a 30 giorni prima dell’udienza, nonché un termine, non inferiore a dieci giorni prima della stessa udienza, per la costituzione del resistente.

Il ricorso, unitamente al decreto di fissazione dell’udienza, deve essere notificato, dall’opponente all’opposto almeno trenta giorni prima della data fissata per la sua costituzione. L’opposto deve costituirsi mediante deposito in cancelleria di memoria difensiva a norma e con le decadenze di cui all’articolo 416 del codice di procedura civile. All’udienza, il giudice, sentite le parti, e svolta un’istruzione a cognizione piena provvede con sentenza all’accoglimento o al rigetto della domanda. Contro la sentenza che decide sul ricorso è ammesso ricorso davanti alla Corte d’appello da depositare, a pena di decadenza, entro trenta giorni dalla notificazione della sentenza o in mancanza di notifica entro 6 mesi dalla pubblicazione della sentenza stessa.

Note conclusive
L’applicazione di riti diversi potrebbe portare al paradosso che due lavoratori della stessa azienda, uno assunto con le tutele crescenti e uno assunto prima dell’entrata in vigore del decreto e licenziati per lo stesso motivo, impugnando giudizialmente il provvedimento di licenziamento lo stesso giorno, vedrebbero tutelati i propri diritti a distanza di molto tempo l’uno d’altro.

Quindi, l’impianto normativo porterà alla creazione di un nuovo dualismo – sia sul piano sostanziale che processuale – nel mercato del lavoro, che potrebbe accentuare la disparità di trattamento tra i lavoratori assunti prima e quelli assunti successivamente all’entrata in vigore del decreto legislativo sul contratto a tutele crescenti.

Probabilmente sarebbe stato preferibile, quantomeno dal punto di vista processuale, unificare il trattamento applicabile ai licenziamenti; operando in senso difforme, al contrario, si aggiungono ulteriori profili di complessità in un settore che, al contrario, dovrebbe essere improntato alla maggiore semplificazione possibile. Tra l’altro, ma ciò meriterebbe una più attenta riflessione, ci si chiede se la disparità di trattamento (rectius, i differenti regimi di accesso alla tutela giudiziaria) potrebbe essere oggetto di una censura di costituzionalità.

Fonte: Ipsoa.it

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