L’accertamento di inidoneità fisica del lavoratore

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Francesca V. è stata assunta alle dipendenze della S.p.A. Azienda Provinciale Trasporti di Gorizia con contratto biennale di formazione e lavoro come conducente di linea. L’azienda, in seguito a una prolungata assenza della lavoratrice per malattia, le ha chiesto di sottoporsi a un accertamento di idoneità fisica presso la Direzione Sanità delle Ferrovie dello Stato. Poiché l’accertamento si è concluso con un giudizio di inidoneità, la lavoratrice è stata licenziata prima della scadenza del contratto.

Ella ha impugnato il licenziamento contestando la validità del giudizio di inidoneità fisica. L’azienda si è difesa sostenendo il carattere vincolante di tale giudizio, in quanto espresso dall’ente a tal fine designato, per il settore dei trasporti pubblici, dal D.P.R. n.88 del 1999. Il Tribunale ha disposto una consulenza tecnica, dalla quale è risultata l’idoneità fisica della lavoratrice; pertanto ha dichiarato illegittimo il licenziamento ed ha condannato l’azienda al pagamento, a titolo di risarcimento, di tre mensilità per il danno professionale e di tre mensilità per la perdita delle retribuzioni. Questa decisione è stata confermata dalla Corte d’Appello di Trieste che ha fatto riferimento alla sentenza della Corte Costituzionale n.420 del 1998, secondo cui la dichiarazione di inidoneità fisica, a termini dell’art.5 St. Lav. non ha carattere di definitività, potendo pervenirsi, in sede giudiziaria, a diverse conclusioni in base ad una consulenza tecnica. L’art.5 St. Lav. stabilisce che il datore di lavoro ha facoltà di far controllare l’idoneità fisica del lavoratore da parte di enti pubblici ed istituti specializzati di diritto pubblico. L’azienda ha proposto ricorso per cassazione, censurando la decisione impugnata per vizi di motivazione e violazione di legge.

La Suprema Corte (Sezione Lavoro n.3095 dell’8 febbraio 2008, Pres. Mattone, Rel. La Terza) ha rigettato il ricorso. Il ritenere insindacabili in sede giudiziaria accertamenti tecnici e/o sanitari, effettuati in sede amministrativa (su circostanze configuranti elementi costitutivi del diritto fatto valere) – ha affermato la Corte – finirebbe per tradursi in una violazione del disposto dell’art.24 Cost., perché in tal modo si perverrebbe al risultato di condizionare lo stesso riconoscimento del diritto a momenti decisori sottratti alla dialettica processuale svuotandosi così di contenuto la generale regola costituzionale, che vuole che ogni controversia intorno ad un diritto sia decisa, in definitiva, dal giudice. Inoltre nessun accertamento di carattere tecnico effettuato al di fuori del processo, anche se, come nella specie, sia contemplata la possibilità di far ricorso in sede amministrativa, riveste un tale carattere di definitività da impedire la sua verifica nel processo, come ritenuto dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 420 del 1998, che riguardava una fattispecie di incolpevole affidamento, da parte del datore, nella dichiarazione di inidoneità fisica in esito alle procedure di cui all’art.5 dello Statuto. Con tale sentenza si è affermato che “il datore di lavoro, nel momento in cui opta per l’immediato licenziamento del dipendente, anziché chiedere, secondo le normali regole contrattuali, la risoluzione giudiziaria del rapporto di lavoro per sopravvenuta impossibilità della prestazione, agisce a suo rischio, che rientra nel principio del “rischio d’impresa”, secondo una scelta del legislatore chiaramente rivolto a tutela del soggetto più debole”.

Il datore di lavoro infatti – ha osservato la Cassazione – è vincolato solo in ordine alla scelta dell’organo amministrativo di controllo della idoneità, ma non gli è precluso di adire immediatamente il giudice per sottoporre il relativo parere alla verifica di congruità, chiedendo, secondo le normali regole contrattuali, la risoluzione giudiziaria del rapporto di lavoro per sopravvenuta impossibilità della prestazione; mentre il medesimo datore, non potendo ignorare che l’esito della procedura non è incontrovertibile, nel momento in cui opta per l’immediato licenziamento del dipendente agisce evidentemente a suo rischio. D’altra parte, diversamente opinando – ha affermato la Corte – il rischio di un errato accertamento da parte dell’organo amministrativo deputato verrebbe fatalmente a gravare sul lavoratore, che si troverebbe a subire la risoluzione del rapporto anche in assenza di una causa giustificativa.

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