La tutela del lavoratore vale meno della tutela dell’erario?

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Omesso pagamento delle ritenute fiscali in uno stato di crisi aziendale allo scopo di anteporre il pagamento degli stipendi dei lavoratori al pagamento delle tasse: esimente o attenuante per il datore di lavoro in una recente sentenza della Suprema Corte.

Con riguardo ad un caso di omesso pagamento delle ritenute fiscali – figlio della crisi economica – la Suprema Corte ha chiarito che il datore di lavoro va condannato per il reato fiscale (art.10 bis d. lgs. n.74/2000) anche se mosso dal fine di anteporre il pagamento degli stipendi al pagamento delle tasse in un contesto nel quale non poteva ottemperare ad entrambe le obbligazioni.

Con sentenza 8.4-11.5 n.20266, la sezione III penale della Suprema Corte ha annullato una sentenza del Tribunale di Bergamo che aveva assolto “perché il fatto non costituisce reato” un datore di lavoro reo di omesso pagamento delle ritenute (cui era tenuto come sostituto d’imposta).

L’imputato si era, infatti, difeso sostenendo di essersi trovato in una fase acuta di illiquidità, anche per la mancata riscossione di crediti vantati (e documentati) nei confronti dello Stato, e di aver ritenuto di privilegiare il pagamento dei fornitori e delle retribuzioni per assicurare la continuità aziendale, i livelli occupazionali e per remunerare l’attività lavorativa.

L’assoluzione per mancanza dell’elemento soggettivo è stata impugnata dalla Procura Generale, che ha contestato la classifica dei “debiti più urgenti” e la collocazione all’ultimo posto della pretesa erariale.
La Corte (anche sulla scia delle Sezioni unite 30 gennaio-5 marzo 2014) ha imposto un ulteriore approfondimento del contesto in cui è maturato l’inadempimento tributario.

Le motivazioni
Qui è interessante sottolineare la base argomentativa che ha indotto la Suprema Corte ad escludere che “la pur comprensibile scelta di adempiere prioritariamente alle obbligazioni di pagamento delle retribuzioni dei lavoratori dipendenti” integri uno “stato di necessità” che ex art.54 c.p. rende “non punibile” la condotta del datore di lavoro imputato.

La sentenza citata esclude che il mancato pagamento delle retribuzioni costituisca “un danno grave alla persona del lavoratore” da evitare anche a costo di non pagare l’erario.

Infatti, ricorda la Suprema Corte, è pacifico nella giurisprudenza di questa Corte che con l’espressione “danno grave alla persona”, il legislatore abbia inteso riferirsi ai soli beni morali e materiali che costituiscono l’essenza stessa dell’essere umano, come la vita, l’integrità fisica (comprensiva del diritto alla salute), la libertà morale e sessuale, il nome, l’onore, ma non anche quei beni che, pur essendo costituzionalmente rilevanti, contribuiscono al completamento ed allo sviluppo della persona umana”.

La Corte non si spinge ad affermare che il contribuente avrebbe dovuto fare come lo Stato, e cioè non pagare i fornitori, ma in concreto contesta la gerarchia dei valori da tutelare prioritariamente.
Retrocesso all’ultimo gradino della scala il pagamento dei fornitori, nell’ideale bilancia della giustizia il pagamento del credito fiscale prevale sul pagamento del credito di lavoro.

L’omissione del primo è reato, l’omissione del secondo non costituisce illecito penale né ha contenuti di forte lesitività: infatti, “pur essendo dunque fuori discussione che il diritto al lavoro è costituzionalmente garantito e che il lavoro contribuisce alla formazione ed allo sviluppo della persona umana, deve escludersi, tuttavia che la sua perdita costituisca in quanto tale un danno grave alla persona sotto il profilo dell’art.54 cod. pen.”.
La necessaria stringatezza della motivazione rende forse troppo perentoria l’affermazione, in quanto prescinde dal tenere in considerazione le vere ricadute del riconoscimento della priorità alle ragioni erariali (compromissione della vitalità aziendale, messa a rischio dei livelli occupazionali, traslazione sui lavoratori delle difficoltà economiche del datore di lavoro).

La conclusione appare, infine, meno perentoria della premessa: sarà il giudice di merito a verificare ragioni (e responsabilità) della crisi aziendale, così da escludere speculazioni del contribuente. In questa prospettiva, il reato può ancora essere escluso mentre – in caso di condanna – rimane aperta la riconoscibilità dell’attenuante dell’“avere agito per motivi di particolare valore morale e sociale”, non essendovi dubbio che l’impegno a salvaguardare i diritti (economici) dei lavoratori sia un comportamento in linea con l’obbligo costituzionale (art.36) di garantire non solo una retribuzione proporzionata e dignitosa, ma anche – tout court – una retribuzione.

Fonte: Ipsoa.it

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