La condanna per spaccio di droga comporta il licenziamento?

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Anche se il reato non è stato commesso nell’ambito del rapporto di lavoro (Cassazione Sezione Lavoro n.14457 del 7 novembre 2000, Pres. De Musis, Rel. Balletti). I.P., dipendente dell’ENEL e appartenente al cosiddetto “personale di contatto”, nel luglio del 1995 è stato arrestato in flagranza di reato per detenzione, a fine di spaccio, di sostanze stupefacenti; nella sua abitazione sono state trovate 150 dosi di droga, nonché sostanze da taglio e un bilancino di precisione. Lo stesso giorno egli è stato sospeso dal lavoro.

Nel successivo mese di ottobre la custodia cautelare in carcere è stata sostituita con gli arresti domiciliari e gli è stata data la possibilità di svolgere l’attività lavorativa. Di conseguenza l’ENEL lo ha riammesso in servizio. Nel marzo del 1996 egli è stato condannato dal GIP di Pesaro alla pena di 3 anni e 8 mesi di reclusione e di lire 24 milioni di multa. Nell’aprile del 1996 l’ENEL lo ha sottoposto a procedimento disciplinare contestandogli di avere tenuto una condotta tale da produrre effetto negativo sull’immagine dell’azienda e da far venir meno la fiducia nei suoi confronti.

Esaurito il procedimento, I.P. è stato licenziato in tronco. Egli si è rivolto al Pretore di Pesaro, chiedendo l’annullamento del licenziamento, la reintegrazione nel posto di lavoro e il risarcimento del danno. Sia il Pretore che, in grado di appello, il Tribunale, hanno ritenuto le sue domande prive di fondamento e pertanto hanno affermato la legittimità del licenziamento. In particolare il Tribunale ha rilevato che i fatti per i quali I. P. era stato condannato erano tali da minare l’affidamento del datore di lavoro in ordine al corretto e decoroso svolgimento della prestazione lavorativa e da provocare oggettivi riflessi negativi nell’ambiente di lavoro, in considerazione della presumibile giustificata ritrosia e resistenza dei colleghi a collaborare con lui. Il Tribunale ha anche osservato che dell’arresto di I.P. era stata data notizia per due giorni nelle pagine locali dei quotidiani e che l’azienda si era da tempo impegnata con le organizzazioni sindacali ad attuare particolari agevolazioni a favore dei propri dipendenti tossicodipendenti.

La Suprema Corte (Sezione Lavoro n.14457 del 7 novembre 2000, Pres. De Musis, Rel. Balletti) ha rigettato il ricorso del lavoratore, in quanto ritenuto che il Tribunale abbia adeguatamente motivato la sua decisione. La Cassazione ha richiamato la sua costante giurisprudenza secondo cui i comportamenti tenuti dal lavoratore nella sua vita privata ed estranei perciò alla esecuzione della prestazione lavorativa, se in genere sono irrilevanti, possono tuttavia costituire giusta causa di licenziamento allorché siano di natura tale da far ritenere il dipendente inidoneo alla prosecuzione del rapporto lavorativo; rientrano, in particolare, in tale ambito – ha osservato la Corte – anche i comportamenti del lavoratore potenzialmente pregiudizievoli per il datore di lavoro nonostante l’assenza di un concreto danno patrimoniale a suo carico.

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