Jobs Act, riforma del lavoro autonomo: i due punti deboli

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La riforma del lavoro autonomo contenuta nel Jobs Act presenta due punti deboli. Diversamente dalle ipotesi di “Statuto dei lavori” riconducibili a Biagi e Treu e diversamente dalla proposta di Ichino di un nuovo codice del lavoro che tenga conto della opportunità di distinguere il lavoro eterodiretto da quello economicamente dipendente, il disegno del Jobs Act “accaserma” l’intero mondo del lavoro, con la sola sostanziale esclusione delle professioni protette, nel recinto del diritto del lavoro subordinato. E, ancora più paradossale: i lavoratori autonomi economicamente dipendenti, e anche quelli autonomi tout court, restano deprivati della tutela di cui effettivamente abbisognano, che non è sempre, spesso non è affatto, quella del lavoro subordinato.

Era già successo con la “riforma Biagi”, che le aspettative di maggiore liberalizzazione del ricorso al lavoro autonomo riposte in una riforma esplicitamente finalizzata a incrementare il tasso di flessibilità del mercato del lavoro, fossero deluse.

Nel caso della “riforma Biagi”, chi nutriva tali aspettative non aveva compreso che il legislatore del 2003 mirava a concentrare la flessibilità “in entrata” (detta anche “tipologica”), in una potenziata e razionalizzata “batteria” di contratti di lavoro subordinato cdd. “atipici” o “flessibili” (a termine, a tempo parziale “variabile”, di lavoro somministrato, intermittente, accessorio), riducendo ai margini il lavoro coordinato e continuativo, attraverso l’introduzione del famigerato e mai fino in fondo concettualizzato “progetto”.

Il Jobs Act che si sta lentamente snodando sotto i nostri occhi ha un approccio diverso: esso mira a “ridisciplinare le tipologie contrattuali lavoristiche vigenti”, per adeguarle alle “attuali esigenze del contesto occupazionale e produttivo”; ed a “promuovere il contratto a tempo indeterminato come forma comune di contratto di lavoro rendendolo più conveniente rispetto agli altri tipi di contratto in termini di oneri diretti e indiretti”.

Il secondo obiettivo è stato affidato al cd. “contratto a tutele crescenti” e alla “legge di Stabilità“: in sostanza, la nuova disciplina del contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, con sgravio contributivo e tutela prevalentemente indennitaria in caso di licenziamento illegittimo.

Il primo, ulteriormente precisato in termini di “semplificazione, modifica o superamento” delle plurime tipologie contrattuali vigenti, è affidato allo schema di decreto legislativo recante, tra l’altro, il “testo organico delle tipologie contrattuali”, attualmente all’esame delle competenti commissioni parlamentari.

Approccio diverso, certo, ma con una caratteristica comune: entrambe le riforme concentrano l’obiettivo “razionalizzatore” non tanto sulle tipologie flessibili di lavoro subordinato (sicché, da questo punto di vista, il Jobs Act somma alla flessibilità in entrata biagiana”, la flessibilità funzionale e in uscita “renziana”), ma su quella zona grigia delle relazioni di lavoro collocata a cavallo tra la subordinazione e l’autonomia. Sicché, oggetto dell’attenzione è, per entrambi i riformatori, il lavoro cd. “parasubordinato”.

Orbene, la riforma di Renzi si accinge a compiere su questo terreno un’operazione ben più intensa e drastica della “legge Biagi”; un’operazione già proposta, ma in versione più leggera, dall’opposizione di sinistra ai Governi di Centro-Sinistra di fine anni ’90 (si può ricordare la proposta di legge del sen. DS Carlo Smuraglia, del 1999).
Se la riforma Biagi si era limitata a “complicare” il ricorso alle collaborazioni coordinate e continuative, con l’imposizione del “progetto”, l’operazione che si profila all’ombra del Jobs Act è quella della esplicita “Riconduzione al lavoro subordinato”, basata sulla regola aurea per cui “si applica la disciplina del rapporto di lavoro subordinato anche ai rapporti di collaborazione che si concretino in prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative, di contenuto ripetitivo e le cui modalità di esecuzione siano organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro” (art.47, comma 1°).

In sostanza, scompare (dal 2016, e salvi i rapporti in corso, fino alla scadenza) il “lavoro a progetto”, ma in sua vece si profila una biforcazione: da un lato, i rapporti di lavoro autonomo a carattere continuativo e a contenuto ripetitivo, che, anche se non etero-diretto, ma semplicemente “etero-organizzato”, saranno disciplinati “come se fossero” rapporti di lavoro subordinato; e dall’altro, i rapporti di collaborazione sostanzialmente occasionali, ai quali si aggiungono quelli libero-professionali che comportano l’iscrizione ad albi.

Tra i casi esclusi da questa forzata riconduzione alla disciplina del lavoro subordinato rientrano anche alcuni di quelli che, vigente la legge Biagi, erano esclusi dal requisito del progetto (amministratori, sindaci, partecipanti a collegi e commissioni, sportivi dilettanti affiliati alle federazioni sportive nazionali), nonché i rapporti di collaborazione per i quali siano già stati stipulati dalle “confederazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale” “accordi collettivi recanti la disciplina del “trattamento economico e normativo” (per es., i call center, gli istituti di ricerche di mercato).

In buona sostanza, tra il lavoro genuinamente autonomo (al netto delle professioni riconosciute) e quello (disciplinato come se fosse) subordinato si pone un discrimine così sottile e problematico, da indurre di fatto le parti alla volontaria riconduzione al lavoro subordinato della pressoché totalità delle collaborazioni autonome continuative. E infatti, tale riconduzione è incentivata dalla prevista “Stabilizzazione dei collaboratori coordinati e continuativi anche a progetto e di persone titolari di partita IVA” (art. 48): per tutto il 2015 i committenti di siffatte prestazioni lavorative potranno procedere “alla assunzione” dei relativi collaboratori (senza distinzione se veri o falsi lavoratori autonomi) “con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato”, fruendo, oltre che degli sgravi previsti dalla legge di stabilità per le nuove assunzioni e del regime delle cdd. “tutele crescenti” (ossia: tutela tendenzialmente solo indennitaria del rapporto di lavoro), anche della ulteriore agevolazione consistente nella sanatoria delle violazioni contributive, assicurative e fiscali connesse “alla eventuale erronea qualificazione del rapporto di lavoro pregresso, salve le violazioni già accertate prima dell’assunzione”.

Il tutto, alla duplice condizione che vengano sottoscritti idonei atti transattivi in sede protetta, e che nei dodici mesi successivi alle assunzioni i datori di lavoro non procedano a licenziamenti per ragioni non disciplinari.
Il “superamento” del lavoro autonomo “parasubordinato” è completato dall’analoga operazione compiuta sulla “associazione in partecipazione con apporto di lavoro”, realizzata attraverso la modifica dell’ art.2549 del codice civile, ossia attraverso la limitazione tassativa al solo apporto “di capitale”.

Il complessivo disegno restrittivo sul lavoro autonomo contempla però una importante zona franca: il “lavoro accessorio”.
Nato nel 2003 come misura sperimentale per la riemersione del lavoro irregolare, esso diventa adesso la “zona franca” dal diritto del lavoro: nel limite reddituale (riferito alla totalità dei committenti) di 7.000 euro annui (che diventano 2.000 nei confronti dei committenti imprenditori o professionisti, e 3.000 per i percettori di sostegni al reddito), la qualificazione del rapporto (come subordinato o autonomo) diventa del tutto irrilevante, applicandosi di default una micro-disciplina contributiva e fiscale semplificata, ricalcata su quella già contemplata dalla normativa vigente, senza limitazione di settori produttivi.

È la versione italiana dei cdd. “mini-jobs” noti all’esperienza tedesca.
Si tratta di un disegno non privo di coerenza, ma con due importanti punti deboli.

Il primo: diversamente dalle diverse ipotesi che vanno, da tempo, sotto il nome di “statuto dei lavori” (riconducibili a Biagi e Treu); e diversamente dalla stessa proposta di Ichino, di riscrivere il codice del lavoro tenendo però conto della opportunità di distinguere il lavoro eterodiretto da quello economicamente dipendente; il disegno del Jobs Act accaserma l’intero mondo del lavoro, con la sola sostanziale esclusione delle professioni protette, nel recinto del diritto del lavoro subordinato, sia pure flessibilizzato ormai “dall’interno” e non solo “ai margini”.

Il secondo, ancora più paradossale: i lavoratori autonomi economicamente dipendenti, e anche quelli autonomi tout court, restano deprivati della tutela di cui effettivamente abbisognano, che non è sempre, a spesso non è affatto, quella del lavoro subordinato.

Fonte: Ipsoa.it

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