Jobs Act: reale impatto su occupazione e contratti

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È vero che aumentano i contratti a tempo indeterminato ma è anche vero che l’incremento dei posti di lavoro è limitato e «solo alcuni dei disoccupati della crisi sono tornati a lavorare, mentre gli altri si sono ritirati dalla forza lavoro»: è un’analisi originale e argomentata dell’impatto del Jobs Act quella proposta da Tortuga, think tank formato da un gruppo di studenti di economia di tre prestigiose università economiche, Bocconi di Milano, London School of Economics (LSE), ‘Università Pompeu Fabra (UPF) di Barcellona.

Il punto, secondo l’analisi pubblicata da Lavoce.info, è che sul reale impatto del Jobs Act c’è molta confusione.

«Per capire cosa è effettivamente cambiato è utile considerare due aspetti: l’andamento delle assunzioni/licenziamenti (i cosiddetti flussi) e i livelli di occupazione, ossia quante persone lavorano o cercano lavoro (i cosiddetti stock)».

Effetti nel breve periodo
Per quanto riguarda il primo punto, gli ultimi dati INPS (Osservatorio sul precariato), evidenziano da febbraio 2015 un’impennata dei contratti di lavoro a tempo indeterminato:

«l’introduzione del tutele crescenti e soprattutto della decontribuzione fiscale sulle nuove assunzioni stabili sembra abbia spinto finalmente i datori di lavoro ad utilizzare il tempo indeterminato».

Le cifre sull’occupazione sono invece fornite dall’ISTAT nella consueta indagine mensile su occupati e disoccupati:

«la percentuale di occupati rispetto al totale della popolazione cresce da dicembre 2014, tuttavia da metà 2015 diminuisce la percentuale di attivi».

«Significa che solo alcuni dei milioni di disoccupati della crisi sono tornati a lavorare, mentre gli altri si sono ritirati dalla forza lavoro».

Conclusione:
«i posti di lavoro sono aumentati solo lievemente, un aumento non per forza dovuto direttamente al Jobs act, ma che potrebbe essere legato alla congiuntura economica e ad altri fattori esterni, per esempio il basso prezzo del petrolio».

Al di là delle considerazioni sul prezzo del petrolio (che forse, almeno per il momento, difficilmente può aver influito sul mercato del lavoro italiano), gli studenti concludono che:

«il risultato principale della coppia Jobs Act – decontribuzione è per il momento una massiccia virata sul tempo indeterminato, piuttosto che un boom di posti di lavoro».

Questo, viene comunque considerato un risultato positivo:

«se il tempo indeterminato rimarrà la forma contrattuale centrale nei prossimi anni, le conseguenze positive su occupazione, produttività e crescita potrebbero effettivamente arrivare», il contratto a tempo indeterminato potrebbe «favorire l’investimento nella formazione del lavoratore oltre che consentire una maggiore stabilità economica delle famiglie».

Effetti nel medio periodo
Il rischio, però, è che:

«allo scadere dei tre anni di decontribuzione, quando il tempo indeterminato diventerà di nuovo costoso per i datori di lavoro, le aziende tornino ad assumere a tempo determinato, liberandosi dei contratti a tempo indeterminato prima che le tutele crescano troppo».

Si tratta di un punto delicato. Ci sono studi (ad esempio dell’OCSE) secondo cui le misure del Jobs Act potrebbero invece:

«favorire un aumento dei livelli di produttività e di occupazione nel lungo periodo».

Per misurare con maggior precisione l’impatto del Jobs Act sull’occupazione, quindi, bisogna aspettare: nel 2018, quando cesserà l’effetto degli sgravi contributivi (che la Legge di Stabilità ha prorogato anche per il 2016, ma in misura ridotta al 40%):

«capiremo se la nostra economia sta effettivamente scommettendo sul tempo indeterminato, o se siamo di fronte a una bolla dovuta esclusivamente agli sgravi fiscali». Molto dipende anche dall’andamento della ripresa, che permetterebbe un consolidamento dei nuovi posti di lavoro creati con le nuove assunzioni a tempo indeterminato. L’aumento di questi contratti è un buon segno ma la conclusione è che «la scommessa sulla ripresa e sul riportare il lavoro stabile al centro deve ancora essere vinta».

Fonte: pmi.it

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