Jobs Act, cessione di ferie a titolo gratuito: quando è possibile?

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A partire dallo scorso mese di settembre, secondo quanto previsto dal Jobs Act, è possibile cedere a titolo gratuito le ferie e i riposi a colleghi che si trovino nella condizione di dover assistere figli minori affetti da malattie che necessitino di cure costanti. Deve tuttavia trattarsi di lavoratori che svolgano mansioni di pari livello e categoria. La previsione riguarda le ferie e i riposi che eccedono i limiti i minimi imposti dalla legge a tutela della salute psicofisica del lavoratore. Quali sono, nel dettaglio, i limiti e modalità di applicazione di questa previsione normativa?

Il diritto alle ferie per i lavoratori dipendenti è un diritto costituzionalmente garantito, tutelato dal legislatore e indisponibile: è vietata, infatti, la cosiddetta “monetizzazione” delle ferie previste dalla legge ed è stabilito un arco temporale di 18 mesi per la effettiva fruizione delle stesse.

Con il Decreto Legislativo n.151/2015, in attuazione della delega prevista dal Job Act, è stata introdotto un sistema solidale di cessione dei riposi e delle ferie ai colleghi dipendenti della medesima azienda con la finalità di consentire al lavoratore di assistere un figlio minore che, per le particolari condizioni di salute, necessita di cure costanti.

Cosa prevede il Jobs Act
La norma è in vigore dallo scorso 24 settembre e riguarda la cessione di riposi e ferie, a titolo gratuito, ai lavoratori dipendenti dallo stesso datore di lavoro, che svolgono mansioni di pari livello e categoria. La disciplina è stata innovata traendo spunto dalla legge francese n.459 del 9 maggio 2014, nota come “Loi Mathys”, dal nome di un giovane, gravemente ammalato, che non poteva essere assistito giornalmente dal padre, avendo esaurito questi tutte le ferie e i permessi disponibili. In quell’occasione furono i colleghi di lavoro a mettere spontaneamente a disposizione parte delle proprie ferie e dei propri riposi.

L’iniziativa, formalizzata in un accordo aziendale, divenne poi una legge che sancì il principio in base al quale i dipendenti possono donare, in modo anonimo, parte delle ferie e dei permessi non fruiti ad altri colleghi di lavoro che ne abbiano necessità per assistere i loro figli malati o bisognosi di cure.

Il ruolo della contrattazione collettiva
La misura, le condizioni e le modalità per l’effettiva possibilità di disporre la cessione sono affidate ai contratti collettivi stipulati dalle associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale applicabili al rapporto di lavoro.

Quali ferie e quali sono cedibili?
La norma richiama espressamente i diritti sanciti al decreto legislativo 8 aprile 2003, n.66: la cessione di ferie e riposi è consentita ma con esclusione del periodo annuale di ferie retribuite, non inferiore a quattro settimanale, e dei giorni minimi di riposo posti dal legislatore a tutela della salute psico-fisica del lavoratore.

Ne deriva che la cessione potrà avere ad oggetto soltanto i giorni di ferie disponibili, ovvero quelli previsti dal CCNL o dalla contrattazione individuale in aggiunta al periodo minimo legale di ferie pari a 4 settimane.

Per quanto riguarda i giorni minimi di riposo stabiliti dal D. Lgs. n.66 del 2003, che sono anche essi esclusi dalla possibile cessione delle ferie, il riferimento è alla normativa sul riposo giornaliero e alla normativa sul riposo settimanale.

Sempre a norma del D. Lgs. n.66 del 2003, costituisce “periodo di riposo, qualsiasi periodo che non rientra nell’orario di lavoro”. Il Decreto fissa in:

· undici le ore di riposo consecutivo ogni ventiquattro ore
· sette i giorni di riposo di almeno ventiquattro ore consecutive, di regola in coincidenza con la domenica, da cumulare con le ore di riposo giornaliero.

La cessione delle ferie e dei riposi ai colleghi deve riguardare ore e giornate non rientranti nelle definizioni di cui sopra.

Considerazioni conclusive
La disposizione è entrata in vigore il 24 settembre scorso ma, per essere pienamente efficace, si dovrà attendere che i contratti collettivi, stipulati dalle associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, stabiliscano, nel rispetto dei limiti cui si è accennato, misura, condizioni e modalità di esercizio del diritto.

È ovviamente possibile che gli accordi, anche aziendali, prevedano l’applicazione dell’istituto anche nei confronti di figli maggiorenni o stretti congiunti ovvero la partecipazione della azienda nella catena di solidarietà: si tratta infatti in questi casi di previsioni migliorative rispetto alla legge.

Fonte: Ipsoa.it

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