Jobs act, cambiano le norme sul mutamento di mansioni

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Mutamento di mansioni diversificato a seconda delle ragioni che lo giustificano. È quanto stabilisce il decreto sul riordino dei contratti, approvato dal Consiglio dei Ministri dell’11 giugno, che sul punto fissa un nuovo principio, secondo il quale il lavoratore deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti all’inquadramento superiore che abbia successivamente acquisito, ovvero a mansioni riconducibili allo stesso livello e categoria di inquadramento delle ultime effettivamente svolte.

L’art.2103 c.c., che tutela la professionalità del prestatore di lavoro nonchè il diritto a prestare l’attività lavorativa per la quale si è stati assunti o si è successivamente svolta, vietandone l’adibizione a mansioni inferiori, è norma imperativa e quindi non derogabile nemmeno tra le parti, come sancisce l’ultimo comma di tale norma: “Ogni patto contrario è nullo”.

Il divieto di variazioni in peius opera peraltro anche quando al lavoratore, nella formale equivalenza delle precedenti e delle nuove mansioni, siano assegnate di fatto mansioni sostanzialmente inferiori.

Ne consegue che, una volta accertato il demansionamento professionale del lavoratore, il giudice del merito, con apprezzamento di fatto adeguatamente motivato, può desumere l’esistenza del relativo danno, determinandone anche l’entità in via equitativa, con processo logico-giuridico attinente alla formazione della prova, anche presuntiva, in base agli elementi di fatto relativi alla qualità e quantità della esperienza lavorativa pregressa, alla natura della professionalità coinvolta, alla durata del demansionamento, all’esito finale della dequalificazione ed alle altre circostanze del caso concreto, connesse al rapporto lavorativo. Così la Corte di Cassazione, confermando il prevalente orientamento, si esprime con sentenza n.2257 del 2012.

Particolarmente rilevante è, quindi, l’intervento operato dal decreto legislativo di attuazione della legge n.183 del 10 dicembre 2014 che interviene in materia di mansioni sostituendo integralmente il testo del richiamato art.2013 c.c.
La legge delega prevede, all’art.1, comma 7, lettera e), una revisione della disciplina delle mansioni che tenga conto dell’interesse che ha l’impresa ad impiegare al meglio i dipendenti e dell’interesse dei lavoratori a veder tutelata la propria professionalità, ma anche il posto di lavoro e, quindi, le condizioni di vita ed economiche della propria famiglia.

Il decreto di attuazione definitivamente approvato dal Consiglio dei Ministri dell’11 giugno concretizza tale previsione, consentendo un mutamento di mansioni, diversificato, a seconda delle ragioni che lo giustificano. Si fissa, innanzitutto un nuovo principio per cui il lavoratore deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti all’inquadramento superiore che abbia successivamente acquisito ovvero a mansioni riconducibili allo stesso livello e categoria di inquadramento delle ultime effettivamente svolte.

Punto basilare di riferimento diventa, quindi, il livello o la categoria nell’ambito della quale il lavoratore è stato assunto o è successivamente rientrato a seguito dello svolgimento, per il tempo definito dalla stessa legge, di mansioni attribuibili ad un livello o categoria superiore. Fra l’altro il nuovo testo dell’art.2103 c.c. innalza da tre a sei mesi il periodo di lavoro continuativo che può far scattare il diritto all’inquadramento in un livello superiore, periodo che può essere anche stabilito in misura diversa dai contratti collettivi, anche aziendali, stipulati da associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.

In linea di massima il demansionamento viene consentito in caso di modifica degli assetti organizzativi aziendali che incide sulla posizione del lavoratore, purché si rimanga nell’ambito della medesima categoria.

Ipotesi di demansionamento potranno altresì essere previste dai contratti collettivi, anche aziendali, stipulati dalle organizzazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale. In tali casi, il lavoratore ha diritto alla conservazione del livello di inquadramento e del trattamento retributivo in godimento, fatta eccezione per gli elementi retributivi collegati a particolari modalità di svolgimento della precedente prestazione lavorativa.

Con un accordo individuale il demansionamento può essere attuato direttamente fra le parti, e andare a modificare le mansioni, il livello di inquadramento e la relativa retribuzione, nell’interesse del lavoratore alla conservazione dell’occupazione, all’acquisizione di una diversa professionalità o al miglioramento delle condizioni di vita.

L’accordo deve, però, essere concluso nelle sedi preposte alla conciliazione delle controversie in materia di lavoro o dinanzi alle commissioni di certificazione dei contratti di lavoro, istituite a norma del D.Lgs. n.276/2003. Si tratta, quindi, di una contrattazione individuale protetta, sia in quanto si svolge innanzi ad un organo terzo, sia perché il lavoratore può farsi assistere da un rappresentante dell’associazione sindacale cui aderisce o conferisce mandato o da un avvocato o da un consulente del lavoro.

Fonte: Ipsoa.it

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