Jobs Act, buoni lavoro: liberalizzazione, ma controlli più stringenti

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Liberalizzazione nell’utilizzo dei buoni lavoro, ma con uno stringente sistema di controlli: questi, in sintesi, le linee guida della riforma del lavoro accessorio occasionale contenuta nello schema di decreto legislativo di riordino dei contratti di lavoro, esaminato in via preliminare dal Consiglio dei Ministri del 20 febbraio scorso. Resa neutra la causale della prestazione e il limite massimo complessivo annuo nell’utilizzo dei buoni passa a 7.000 euro (rivalutabili annualmente) per la totalità dei committenti. Quale contropartita alla liberalizzazione delle prestazioni si accentua la tracciabilità dei buoni. I committenti sono tenuti, prima dell’inizio della prestazione, a comunicare alla Direzione territoriale del lavoro competente, con modalità telematiche, i dati anagrafici e il codice fiscale del lavoratore e il luogo della prestazione.

Il ricorso ai buoni lavoro o voucher che dir si voglia è considerato con sempre maggior favore dal Legislatore che cerca di favorire questa modalità di retribuzione del lavoro occasionale, in aperta e condivisibile prima lettura dal Consiglio dei Ministri del 20 febbraio scorso e non ancora trasmessa alle Commissioni parlamentari per il prescritto parere, innalza la somma che può essere percepita mediante i voucher e, soprattutto, rende del tutto neutra la causale della prestazione.
Per meglio comprendere la portata dell’intervento, appare utile un brevissimo riesame delle numerose modifiche che hanno interessato questa forma di lavoro “residuale” da quando, nel 2003 è stato introdotto dalla legge n.30 e quindi disciplinato dal decreto legislativo n.276 dello stesso anno, in attuazione alla delega contenuta nella citata legge n.30/2003.

L’evoluzione
Gli articoli da 70 a 74 del Dlgs.276/2003 nel disciplinare il lavoro accessorio occasionale limitavano l’uso dei buoni a ben determinate fattispecie e a categorie di prestatori d’opera che in modo generico si possono definire “deboli” in quanto trovano maggiori difficoltà a trovare lavoro.

Le numerose modifiche apportate nel corso degli anni hanno via via esteso l’ambito di applicazione, sia generalizzando le attività lavorative sia ampliando la gamma dei soggetti che potevano renderle. Purtuttavia i termini “lavoro accessorio” e “natura occasionale” hanno da sempre costituito una remora all’uso disinvolto di questa tipologia lavorativa. Ed in tal senso, anche il comma 32 dell’articolo 1 della legge 28 giugno 2012, n.92 riscrivendo il comma 1 dell’articolo 70 del Dlgs. n.276 definisce le prestazioni di lavoro accessorio quali attività lavorative di natura meramente occasionale che non danno luogo, con riferimento alla totalità dei committenti, a compensi superiori a 5.000 euro nel corso di un anno solare.

È con il primo dei Jobs Act, ossia con la legge n.78 del 19 maggio 2014 di conversione del D.L. n.34 del 20 marzo 2014, che le parole “di natura meramente occasionale” ed i buoni lavoro possono essere utilizzati per qualsiasi attività lavorativa a condizione che si rispetti il limite economico, rivalutato, di 5.050 mila euro netti nel corso di un anno solare (circolare Inps n.28 del 2014).

Questo limite subisce, però, un forte condizionamento in quanto scende a 2.020 mila euro netti nel caso di attività lavorative svolte nei confronti del singolo committente imprenditore commerciale o professionista.

Per via amministrativa si chiarisce in oltre che il lavoro accessorio è limitato al rapporto diretto tra prestatore e utilizzatore finale e quindi è escluso che un’impresa possa reclutare lavoratori per prestazioni a favore di terzi come nel caso dell’appalto e della somministrazione (circolare Inps n.4 del 2013).

La proposta di modifica
La bozza di decreto legislativo che il Governo, in attuazione delle delega di cui all’articolo 1, comma 7, lett. a), b), d) h), i) della legge 10 dicembre 2014 n.183, ha esaminato in via preliminare nel Consiglio dei Ministri del 20 febbraio scorso, abroga gli articoli da 70 a 73 del Dlgs. n.276/2003 e li sostituisce integralmente andando a superare le residue perplessità nell’utilizzo dei buoni e rendendolo più facilmente spendibile con l’elevazione del tetto massimo complessivo annuo.

Secondo lo schema proposto dal Governo, per prestazioni di lavoro accessorio si intendono “attività lavorative di natura subordinata o autonoma che non danno luogo, con riferimento alla totalità dei committenti, a compensi superiori a 7 .000 euro nel corso di un anno civile, annualmente rivalutati sulla base della variazione dell’indice ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie degli operai e degli impiegati”.

Il limite massimo passa, quindi, da 5.000 a 7.000 euro (rivalutabili annualmente) pur sempre riferiti, però, alla totalità dei committenti a favore dei quali, nell’anno, può essere resa la prestazione.

Rimane, infatti, fermo il limite di 2.000 euro per il valore delle prestazioni che possono essere rese nei confronti del singolo committente imprenditore o professionista.

È altresì confermato il limite di 3.000 euro per anno civile per le prestazioni rese da percettori di prestazioni a sostegno del reddito.

Confermato è altresì la disciplina specifica per il settore agricolo.
Quale contropartita alla liberalizzazione delle prestazioni si accentua la tracciabilità dei buoni ed in tal senso i committenti imprenditori o professionisti possono acquistare esclusivamente con modalità telematiche “uno o più carnet di buoni orari, numerati progressivamente e datati, per prestazioni di lavoro accessorio il cui valore nominale è fissato con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, tenendo conto della media delle retribuzioni rilevate per le diverse attività lavorative e delle risultanze istruttorie del confronto con le parti sociali”.

Inoltre, i committenti imprenditori o professionisti che ricorrono a prestazioni occasionali di tipo accessorio sono tenuti, prima dell’inizio della prestazione, a comunicare alla Direzione territoriale del lavoro competente, attraverso modalità telematiche, ivi compresi sms o posta elettronica, i dati anagrafici e il codice fiscale del lavoratore , indicando, altresì, il luogo della prestazione con riferimento ad un arco temporale non superiore ai trenta giorni successivi. Liberalizzazione, quindi, ma con uno stringente sistema di controlli.

Fonte: Ipsoa.it

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