Infortunio sul lavoro: per il datore di lavoro non esiste il caso fortuito

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Quasi impossibile per il datore di lavoro liberarsi dalla responsabilità per l’infortunio occorso al lavoratore addebitandolo al “caso fortuito”. In materia di prevenzione infortuni, affinché l’incidente occorso ad un lavoratore possa dirsi ascrivibile al “caso fortuito”, occorre che si tratti di un avvenimento imprevisto e imprevedibile che si inserisce d’improvviso nell’azione del datore di lavoro e che non può in alcun modo, nemmeno a titolo di colpa, farsi risalire all’attività psichica di quest’ultimo.

Con la sentenza Cass. Pen. Sez. IV, 27 gennaio 2016, n.3626, la Corte di legittimità si sofferma su un tema di particolare interesse nel panorama prevenzionistico, costituito dalla rilevanza in chiave causale del c.d. fortuitus, ossia della possibilità per il datore di lavoro di difendersi dalle accuse di essere responsabile dell’infortunio occorso al dipendente attribuendo il verificarsi dell’incidente lavorativo al c.d. caso fortuito.

La Corte, nell’affermare il principio di cui in massima, mostra un atteggiamento particolarmente rigoroso, escludendo che sia sufficiente affermare che il fatto che l’incidente siasi verificato nonostante la regolarità delle operazioni di manutenzione del macchinario cui il lavoratore era addetto non può consentire di attribuire al “fortuitus” l’evento infortunistico occorso.

Il fatto
La vicenda processuale segue la condanna per il reato previsto dall’articolo 590 cod. pen. nei confronti di due soggetti. La vicenda riguardava un infortunio occorso al lavoratore N.M., dipendente della ditta G. C. R. s.p.a., durante un’operazione di smontaggio, pulitura e rimontaggio di un atomizzatore: in particolare il N.M., dopo avere rimosso il materiale che occludeva la parte inferiore dell’apparecchiatura attraverso lo smontaggio del cono inferiore dello stesso, veniva attinto alla gamba sinistra dal detto cono, del peso di circa 50 chilogrammi, caduto sotto la spinta di un blocco di materiale atomizzato distaccatosi dalle pareti dell’atomizzatore, riportando lesioni.

Al C.B. il reato era contestato nella sua qualità di preposto al reparto macinazione dello stabilimento, per aver sottostimato i rischi di caduta di materiale dall’interno dell’apparecchiatura e per avere omesso di dare al N.M. informazioni sulle regole di prevenzione e protezione da osservare, in violazione dell’art.19, comma 1, del D.Lgs. 81/2008; al C.D.P. il reato era contestato nella sua qualità di responsabile del servizio sicurezza sul lavoro dello stabilimento, per non avere individuato, nella valutazione dei rischi presso il reparto, specifiche e dettagliate misure di sicurezza da adottare durante le operazioni di pulizia e manutenzione dell’atomizzatore, in violazione dell’art.28, comma 2 lettera D, del D.Lgs. 81/2008.

Il ricorso
Contro la sentenza proponevano ricorso per cassazione i due imputati, in particolare sostenendo, per quanto qui d interesse, l’erroneità della soluzione cui sarebbe pervenuto il giudice di appello, in particolare per l’esclusione del caso fortuito sulla base della frequenza delle operazioni di manutenzione nelle quali si rendeva necessario lo smontaggio del cono inferiore, circostanza questa che, secondo i due imputati, era inesatta, atteso che l’operazione in corso era quella di smontaggio del cono superiore, assai meno frequente; tanto emergeva anche dalle dichiarazioni, considerate in sentenza come confessorie, rese dall’imputato C.D.P. in sede d’interrogatorio, in base alle quali emergeva in realtà la scarsa frequenza delle operazioni di smontaggio del cono inferiore (e dunque, a maggior motivo, di quelle di smontaggio del cono superiore) e la regolarità delle operazioni di manutenzione dei macchinari dello stabilimento.

La decisione della Cassazione
La Cassazione, nell’affermare il principio di cui in massima, ha respinto il ricorso degli imputati, osservando come correttamente la Corte d’appello avesse convenientemente valutato e argomentato la mancata ottemperanza alla corretta procedura di smontaggio, pulitura e rimontaggio del cono superiore, volta a evitare incidenti in caso di manutenzione dell’atomizzatore (e puntualmente descritta dal teste G., tecnico AUSL), precisando che, quale che fosse la versione dei fatti, dalle pareti interne dello stesso si staccò un blocco di materiale, del quale nessuno si accorse durante la manovra, laddove sarebbe stato necessario, prima del montaggio del cono superiore, assicurarsi che all’interno dell’apparecchiatura non vi fossero residui che potessero cadere, come invece accadde.

Correlativamente, gli Ermellini hanno ritenuto corretta e adeguata la motivazione della sussistenza, in capo al C.B., del profilo della colpa, non avendo egli (mentre era impegnato accanto al N.M. nell’esecuzione della manovra) effettuato il controllo delle pareti interne con la dovuta diligenza, posto che l’evento poi verificatosi testimoniava che egli, ove mai avesse effettuato il detto controllo, vi avrebbe provveduto in modo negligente e dunque non rispondente alle regole cautelari, come tale caratterizzato quanto meno da colpa generica.

Era perciò corretto il ragionamento seguito dalla Corte d’appello laddove essa affermava che, qualora il controllo fosse stato eseguito in modo diligente, il C.B. avrebbe visto la presenza del blocco di materiale e avrebbe potuto quindi evitare che essa, cadendo, provocasse l’incidente.

Quanto al caso fortuito, poi, i giudici di legittimità hanno puntualizzato che nella specie non rilevava il fatto che l’operazione di smontaggio e pulitura del cono superiore fosse sporadica o comunque meno frequente di quella di smontaggio e pulitura del cono inferiore: essa era comunque prevista, per il caso (specificamente riferito dal teste G.) che si rendesse necessaria la procedura straordinaria, ossia laddove l’ostruzione cagionata dai residui sulle pareti interne dell’atomizzatore non potesse essere risolta con la procedura ordinaria e rendesse perciò necessario smontare, appunto, il cono superiore.

Non rilevavano perciò, a sostegno della tesi del caso fortuito, le dichiarazioni del coimputato DP.: le quali semmai avvaloravano i profili di colpa a carico di questi, laddove egli, nella qualità da lui rivestita, non provvide all’inserimento del rischio aziendale in esame nel DVR (documento di valutazione dei rischi).

Le conseguenze sul piano pratico – operativo
Per quanto concerne i precedenti giurisprudenziali sulla questione, la Cassazione, già prima delle modifiche introdotte dal D.Lgs. n.81/2008, aveva avuto modo di affermare che il caso fortuito consiste in un avvenimento imprevisto ed imprevedibile che esula dalla condotta commissiva o omissiva dello agente e si pone come solo fattore causale dell’evento.

In particolare, la Cassazione ha escluso il fortuito in un caso di lesioni da incidente sul lavoro in cui la lavoratrice, cadendo, azionava casualmente il comando di una macchina difettante di adeguati schermi e introduceva, in cerca di appoggio, la mano nella zona di manovra di un battente (Cass. pen., Sez.4, n.5757 del 9/06/1982, B., in CED Cass., n.154163).

Più di recente, poi, la Corte Suprema ha ribadito che, in generale, non sono riconducibili a caso fortuito gli incidenti sul lavoro determinati da colpa del lavoratore, poiché le prescrizioni poste a tutela dei lavoratori mirano a garantire l’incolumità degli stessi anche nell’ipotesi in cui, per stanchezza, imprudenza, inosservanza di istruzioni, malore od altro, essi si siano venuti a trovare in situazione di particolare pericolo (Cass. pen., Sez.4, n.4917 del 4/02/2010, F., in CED Cass, n.246643).

Fonte: Ipsoa.it

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