Infortunio in itinere: evento lesivo e patologia preesistente

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In tema di infortunio in itinere, nel caso in cui l’evento lesivo occorso al lavoratore rappresenta un “aggravamento” che si inserisce in un quadro patologico preesistente al fatto, è erroneo escludere la riconducibilità dell’invalidità temporanea all’incidente occorso al lavoratore medesimo e riconosciuto come infortunio in itinere, atteso che l’evento non costituisce occasione di evidenza ma concausa della patologia.

Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato da una lavoratrice nei confronti dell’INAIL.
La Corte d’Appello rigettava l’appello proposto dalla ricorrente nei confronti dell’INAIL, avverso la sentenza emessa tra le parti dal Tribunale che aveva rigettato la domanda di condanna dell’INAIL al pagamento dell’indennità per il periodo di inabilità temporanea dall’8 giugno 2004 al 5 ottobre 2004, e delle provvidenze di legge in ragione dell’infortunio in itinere occorso in data 26 marzo 2003.

Occorre premettere che in data 26 marzo 2003 la donna, dopo essere scesa dalla macchina con la quale si recava la lavoro, inciampava nel marciapiede e cadeva a terra in avanti, in appoggio sulle mani e sulle ginocchia.

Nel primo referto del pronto soccorso, all’esito delle radiografie, veniva rilevato “trauma contusivo mano destra e sinistra, ginocchio destro e sinistro”, con prognosi di tre giorni. L’INAIL, riconosceva un periodo di inabilità temporanea, in ragione di detto infortunio in itinere, dal 26 marzo al 1° luglio 2003.

Un ulteriore periodo di inabilità temporanea dall’8 giugno 2004 al 5 ottobre 2004 era connesso all’intervento chirurgico effettuato dalla donna in data 8 luglio 2004, in artroscopia di meniscectomia mediale selettiva e lateral relase della rotula.
La Corte d’Appello aveva escluso che tale periodo di inabilità temporanea fosse conseguenza dell’infortunio in itinere. Esponevano i giudici che il CTU aveva evidenziato che la donna era soggetto obeso, con evidente valgismo bilaterale del ginocchio, con ad oggi un quadro clinico sovrapponibile per le due ginocchia, a parte piccoli esiti cicatriziali artroscopici.
La donna risultava già affetta da una patologia degenerativa a carico del corno posteriore del menisco mediale e da una grave condropatia rotulea (III grado) per conflitto laterale in flessione.

Il consulente nominato, concludeva quindi nel senso che “Tali quadri patologici di usura meniscale mediale e di importante sofferenza della cartilagine articolare laterale della rotula al ginocchio destro, clinicamente riscontrabili anche sul ginocchio sinistro, sono da interpretarsi come patologia da sovraccarico per il sovrappeso e come patologia da disallineamento assiale del ginocchio e dell’apparato estensore e non come conseguenza dell’evento lesivo del 26 marzo 2003”.

Le lesioni riscontrate erano definite dal CTU come patologia degenerativa del corno posteriore del menisco e come condropatia di III grado della rotula: l’evento traumatico del 26 marzo 2003 era da interpretarsi “come occasione di slatentizzazione clinico-somatologica di patologia degenerativa resistente e come concausa non sufficiente e non efficiente del manifestarsi della patologia degenerativa”.

La Corte d’Appello, quindi, riteneva sussistere una patologia preesistente, rispetto alla quale l’aggravamento” si inseriva in un quadro di degenerazione della cartilagine preesistente, che valutato secondo il principio di equivalenza causale di cui all’art.41 c.p., e considerato l’onere probatorio pur sempre gravante sulla donna, induceva a ritenere che la caduta a terra del marzo 2003 era mera occasione di evidenza della patologia degenerativa e non concausa della stessa, né dell’intervento chirurgico in questione a cui seguiva l’inabilità temporanea in questione.

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione la lavoratrice, in particolare sostenendo che erroneamente la Corte d’Appello aveva ritenuto che la patologia in questione fosse riferibile al sovrappeso e al disallineamento dell’apparato estensore, senza dare alcuna rilevanza neppure concausale all’infortunio del 26 marzo 2003, in contrasto con le previsioni normative secondo le quali va riconosciuta efficienza causale ad ogni antecedente che abbia contribuito anche solo in maniera indiretta e remota a produrre l’evento.

La Cassazione ha accolto il ricorso della lavoratrice.
Sul punto, ricordano gli Ermellini che la legge (art.12, d.lgs. 23 febbraio 2000, n.38), ha espressamente ricompreso nell’assicurazione obbligatoria la fattispecie dell’infortunio “in itinere”, inserendola nell’ambito della nozione di occasione di lavoro (nozione indicata dall’art.2, d.P.R. 30 giugno 1965, n.1124).

Già in precedenza, tuttavia, le Sezioni Unite della Cassazione avevano affermato il principio secondo cui il nesso di occasionalità con il lavoro per l’indennizzabilità dell’infortunio del lavoratore è ravvisabile non solo quando l’infortunio avvenga nell’ambiente di esecuzione del lavoro ma anche quando il fatto, che abbia determinato l’infortunio, pur non verificandosi in tale ambiente, rientra nell’ambito del lavoro assicurato e costituisce uno specifico rischio del lavoro da cui il prestatore d’opera debba essere protetto.

Sempre le stesse Sezioni Unite avevano avuto modo di rilevare che la mancanza, nel T.U. del 1965, di una generale previsione di tutela dell’infortunio in itinere non ne escludeva la indennizzabilità, qualora le circostanze del suo verificarsi fossero tali da determinare un vincolo, obiettivamente ed intrinsecamente apprezzabile, con la prestazione dell’attività lavorativa.
Costituisce peraltro principio consolidato nella giurisprudenza di legittimità che anche nella materia degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali trova diretta applicazione la regola contenuta nel codice penale (art.41 c.p.), per cui il rapporto causale tra evento e danno è governato dal principio dell’equivalenza delle condizioni, secondo il quale va riconosciuta l’efficienza causale ad ogni antecedente che abbia contribuito, anche in maniera indiretta e remota, alla produzione dell’evento, mentre solamente se possa essere con certezza ravvisato l’intervento di un fattore estraneo all’attività lavorativa, che sia per sé sufficiente a produrre l’infermità tanto da far degradare altre evenienze a semplici occasioni, deve escludersi l’esistenza del nesso eziologico richiesto dalla legge.

La Corte d’Appello, dunque, concludono i Supremi Giudici, non ha fatto corretta applicazione del suddetto principio laddove, con motivazione contraddittoria, pur facendo riferimento all’evento lesivo come un “aggravamento” che si inseriva in un quadro degenerativo della cartilagine preesistente al fatto, ha escluso la riconducibilità dell’invalidità temporanea in questione all’incidente occorso alla lavoratrice, riconosciuto come infortunio in itinere, ritenendo l’evento occasione di evidenza della patologia e non concausa della stessa.

Tanto comporta non solo un difetto di motivazione della sentenza impugnata, ma conseguentemente anche una violazione del richiamato principio dell’equivalenza delle condizioni.

Da qui, dunque, l’accoglimento del ricorso della lavoratrice.
Di rilievo le conseguenze pratiche della sentenza.

Ed invero, secondo l’esegesi offerta dalla Suprema Corte, se l’evento lesivo rappresenta un “aggravamento” che si inserisce in un quadro patologico preesistente al fatto, è erroneo escludere la riconducibilità dell’invalidità temporanea all’incidente occorso al lavoratore riconosciuto come infortunio in itinere, atteso che l’evento non costituisce occasione di evidenza ma concausa della patologia.

Fonte: Ipsoa.it

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