Infortuni sul lavoro: responsabilità anche se il rischio è previsto

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In tema di prevenzione infortuni sul lavoro, al datore non basta prevedere il rischio nel documento di valutazione per escludere sue responsabilità. È necessario che il datore di lavoro predisponga le misure per neutralizzarlo. Deve affermarsi la responsabilità penale per la morte da investimento di un pedone di chi, pur consapevole di tale pericolo esistente nel piazzale aziendale tanto da averlo inserito nel documento di valutazione dei rischi, in violazione della normativa prevenzionistica non si sia attivato per predisporre una segnaletica orizzontale ed una cartellonistica che indicasse con chiarezza i passaggi per i pedoni a distanza di sicurezza dal traffico veicolare; né si sia attivato per controllare il rispetto delle misure di prevenzione e quindi la sicurezza delle manovre.

Con la sentenza 9 novembre 2015, n.44793, la Sezione IV Penale della Corte di Cassazione si sofferma su un tema di particolare interesse nella giurisprudenza di legittimità vertente sulla individuazione dell’obbligo, gravante su chi riveste una posizione di garanzia, di dare attuazione a quelle misure di prevenzione previste nel D.V.R – documento di valutazione dei rischi.

La Cassazione, sul punto, ha confermato la sentenza di condanna di un soggetto, responsabile della sicurezza e delegato dal datore di lavoro all’attuazione delle misure di prevenzione, che, pur avendo previsto nel D.V.R. il rischio da investimento di pedoni nel piazzale aziendale, non aveva però predisposto alcuna misure di prevenzione finalizzata ad eliminare o ridurre detto rischio, donde ne era derivata la morte, per investimento, di un pedone che si trovava a transitare nel predetto piazzale.

Non basta, quindi, per la Cassazione prevedere il rischio, ma occorre ovviamente attuare quelle misure preventive finalizzate a eliminarlo o ridurlo.

Il fatto
La vicenda processuale segue alla sentenza con la quale, per quanto qui di interesse, era stata confermata la responsabilità penale di un soggetto che, in qualità di responsabile per la sicurezza della unità locale di S. della ditta N.T. s.r.l. (Gruppo B. s.p.a.), era stato condannato per aver contribuito a cagionare l’investimento del pedone G.R. (unitamente a tale A., autista dell’autoarticolato Scania 1441); infatti mentre il pedone si trovava sul piazzale di carico e scarico della N.T. dando le spalle all’autoarticolato, veniva investito dal mezzo che stava effettuando una manovra di retromarcia.

In particolare il F.L. non aveva provveduto a predisporre nel piazzale dell’unità locale di S., pur avendo redatto il documento di valutazione dei rischi ed avendo evidenziato il rischio specifico di investimento del personale da parte degli automezzi in manovra, passaggi di larghezza sufficiente e delimitati da strisce al fine di permettere il transito dei pedoni senza incorrere nello specifico rischio di investimento; nonché per non aver provveduto a far rispettare le regole di circolazione all’interno del piazzale statuite nel documento di valutazione dei rischi, con particolare riguardo al posizionamento degli automezzi, allo spegnimento del motore durante la sosta ed alla effettuazione della manovra di retromarcia in condizioni di scarsa visibilità.

Osservava la corte di appello che il F.L., responsabile della sicurezza con ampia delega, pur avendo individuato lo specifico rischio di incidenti ed investimento sul piazzale, non aveva dato attuazione alle misure atte a prevenire tale rischio, non facendo apporre nell’area di manovra una segnaletica orizzontale delineante i percorsi sicuri di manovra e di circolazione dei pedoni; né facendo apporre una cartellonistica adeguata a richiamare i pericoli.

Tali misure erano vieppiù necessarie, tenuto conto che nelle operazioni di carico e scarico erano impegnate anche aziende sub-appaltatrici che non avevano alcuna conoscenza dei rischi connessi alla circolazione nel piazzale. Inoltre l’imputato, nella sua qualità, non aveva mai preteso e controllato il rispetto delle norme di prevenzione.

Rilevava la Corte d’appello che tale condotta omissiva era stata una concausa dell’evento, unitamente alla negligenza del conducente dell’autoarticolato investitore (giudicato separatamente).

Il ricorso
Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione l’imputato, in particolare sostenendo l’errore dei giudici di merito per non aver rilevato che la causa assorbente dell’incidente andava identificata nella condotta gravemente negligente del conducente dell’autoarticolato, il quale aveva effettuato una retromarcia in spregio alle specifiche cautele previste dalle norme sulla circolazione stradale che si pongono oltre che come regole specifiche, anche come norme di ordinaria cautela.

La decisione della Cassazione
La Cassazione, nell’affermare il principio di cui in massima, ha respinto il ricorso, in particolare rilevando, con riferimento al caso concreto, come l’imputato F.L., in ordine al rischio infortunio poi concretizzatosi, era titolare di una posizione di garanzia che gli imponeva di tenere un comportamento attivo invece omesso.

Egli infatti, in qualità di responsabile per la sicurezza, nonché delegato dal datore di lavoro per l’attuazione delle misure di prevenzione, era il soggetto in azienda tenuto alla gestione del rischio infortuni; tuttavia questi si era limitato ad individuare il rischio, senza poi concretamente adottare prescrizioni idonee a prevenire il suo concretizzarsi ed a controllare il rispetto delle norme cautelari. È di tutta evidenza quindi, per la Cassazione, che la regolazione ed il controllo del traffico veicolare e pedonale (comportamento alternativo lecito), a fronte della commistione senza regole nel piazzale tra pedoni e mezzi in movimento, avrebbe evitato l’evento.

Le conseguenze sul piano pratico – operativo
Per quanto concerne i precedenti giurisprudenziali sulla questione, non si registrano decisioni in termini.
Va tuttavia qui ricordato che la Cassazione, in tema di D.V.R., si è a più riprese pronunciata sull’importanza del predetto documento valutativo dei rischi aziendali, in particolare affermando come costituisce reato non soltanto l’omessa redazione del documento di valutazione, ma anche il suo mancato, insufficiente o inadeguato aggiornamento od adeguamento (Cass., Sez. 3, n.4063 del 28/01/2008, F., in CED Cass., n.238539), peraltro aggiungendo che il rapporto di causalità tra la condotta dei responsabili della normativa antinfortunistica e l’evento lesivo non può essere desunto soltanto dall’omessa previsione del rischio nel documento, dovendolo tale rapporto essere accertato in concreto, rapportando gli effetti dell’omissione all’evento che si è concretizzato (Cass., Sez.4, n. 8622 del 3/03/2010, G., in CED Cass., n.246498).

Da ultimo, peraltro, si ricorda quanto affermato dalle Sezioni Unite nel noto caso Thyssen, avendo ribadito la Cassazione che il datore di lavoro deve redigere e sottoporre periodicamente ad aggiornamento il documento di valutazione dei rischi previsto dall’art.28 del D.Lgs. n.81 del 2008, all’interno del quale è tenuto a indicare le misure precauzionali e i dispositivi di protezione adottati per tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori (Sez. U, n.38343 del 18/09/2014, P.G., R.C., Espenhahn e altri, in CED Cass., n.261109).

Fonte: Ipsoa.it

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