Infortuni sul lavoro: incolumità del lavoratore da proteggere sempre

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Il datore di lavoro è tenuto a proteggere l’incolumità del lavoratore nonostante la sua imprudenza e negligenza in caso di infortuni. L’imprenditore è integralmente responsabile dell’infortunio sul lavoro che sia conseguenza dell’inosservanza delle norme antinfortunistiche, poiché la violazione dell’obbligo di sicurezza integra l’unico fattore causale dell’evento, non rilevando in alcun grado il concorso di colpa del lavoratore, posto che il datore di lavoro è tenuto a proteggerne l’incolumità nonostante la sua imprudenza e negligenza. In caso di violazione della disciplina antinfortunistica, il datore di lavoro è esonerato da responsabilità soltanto quando la condotta del dipendente abbia assunto i caratteri dell’abnormità, dell’imprevedibilità e dell’esorbitanza rispetto al procedimento lavorativo ed alle direttive ricevute.

Con una interessante sentenza, la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione ha ribadito un importante principio in materia di tutela dell’integrità fisica del lavoratore, ribadendo che il datore di lavoro, in caso di violazione della disciplina antinfortunistica, è esonerato da responsabilità soltanto quando la condotta del dipendente abbia assunto i caratteri dell’abnormità, dell’imprevedibilità e dell’esorbitanza rispetto al procedimento lavorativo ed alle direttive ricevute.

Ne consegue che, qualora non ricorrano detti caratteri della condotta del lavoratore, l’imprenditore è integralmente responsabile dell’infortunio che sia conseguenza dell’inosservanza delle norme antinfortunistiche, poiché la violazione dell’obbligo di sicurezza integra l’unico fattore causale dell’evento, non rilevando in alcun grado il concorso di colpa del lavoratore, posto che il datore di lavoro è tenuto a proteggerne l’incolumità nonostante la sua imprudenza e negligenza.

Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato da un datore di lavoro e l’INAIL.
In sintesi, i fatti.

La Corte di appello, riformando la sentenza di primo grado, che aveva dichiarato prescritta l’azione di regresso proposta dall’INAIL, ha ritenuto la validità degli atti interruttivi della prescrizione (art.112, d.P.R. n.1124/1965) e, accolta la domanda nel merito, ha condannato P.G. al pagamento, in favore dell’Istituto, della somma di oltre un milione e 500.000 Euro oltre interessi dalle singole scadenze al saldo, a titolo di prestazioni previdenziali erogate a seguito dell’infortunio collettivo nel quale decedettero cinque lavoratori ed altri tre riportarono varie menomazioni all’integrità fisica.

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione il datore di lavoro, in particolare sostenendo, per quanto qui di interesse, l’errore in cui sarebbero incorso i giudici di appello per non aver escluso la responsabilità del datore di lavoro per comportamento abnorme del dipendente.

La Cassazione ha respinto il ricorso, affermando un principio già presente nella giurisprudenza della S.C., ma che per la sua importanza dev’essere qui ribadito.

Al fine di meglio comprendere la soluzione degli Ermellini è utile inquadrare in fatto la vicenda.
Nel pomeriggio di trentadue anni fa presso il cantiere annesso ad uno stabilimento per la produzione di vernici, si iniziava il getto di calcestruzzo per Ia realizzazione della soletta di copertura del fabbricato in costruzione, ad un piano fuori terra.

Era stata predisposta un’armatura mista, costituita da puntelli di legno e puntelli di ferro di tipo telescopico, i secondi sovrapposti ai primi.

Ad un certo punto, essendosi verificata l’inflessione dei puntelli a cagione del peso del calcestruzzo, M.A., insieme agli altri suoi dipendenti addetti al cantiere, si era recato nei pressi dei puntelli inflessi, con l’intenzione di sostenerli e di risospingere verso l’alto la soletta.

Improvvisamente si verificò il cedimento dell’armatura sulla quale era stata gettata Ia soletta, che crollò di schianto sulle persone che vi si trovavano sotto.

Ciò premesso, la Corte di appello ha osservato che la sentenza penale di condanna aveva evidenziato che M.A., anch’egli deceduto insieme ad altri quattro lavoratori nel crollo della soletta di calcestruzzo che si stava allestendo, era formalmente subappaltatore delle opere ma nella realtà soggetto interposto in una fattispecie di interposizione illecita di manodopera, simulata da un contratto di appalto.

La sentenza penale forniva gli dementi di prova della responsabilità del datore di lavoro, fondandosi su “prove testimoniali e documentali” comprovanti l’esistenza della fattispecie interpositoria rispetto ai lavoratori formalmente impiegati da M.A.:

a) il contratto di subappalto prevedeva il potere del P. di imporre il licenziamento dei dipendenti dell’impresa del subappaltatore, senza possibilità di eccezioni di sorta;
b) la fornitura dei materiali occorrenti per la realizzazione dell’opera, come pure la proprietà dei macchinari (autobetoniere, gru, ecc.) erano del P.;
c) quest’ultimo provvedeva a retribuire direttamente i dipendenti di M.A.;
d) nel cantiere era stabilmente presente un “alter ego” del P., che esercitava il controllo sull’operato delle maestranze, mentre l’impresa M.A. disponeva, oltre che degli operai, solo di un capomastro abilitato per legge all’esecuzione dei lavori;
e) le fatture prodotte in atti attestavano gli avvenuti pagamenti a fronte di mere prestazioni di manodopera, non venendo specificati lavori precisi o lotti di essi. In conclusione, come accertato in sede penale, l’impresa M.A. non impiegava nell’appalto alcun mezzo significativo, mettendo a disposizione del committente poco più della manodopera degli operai precettati; l’attrezzatura fornita dall’impresa comprendeva, oltre alla baracca in lamiera, una piegaferri, e vario legname.

Escludeva infine la Corte d’appello che nell’accaduto potesse ipotizzarsi un comportamento abnorme dei dipendenti, tale da portare all’esonero da ogni responsabilità da parte del datore di lavoro: la violazione della normativa prevenzionistica si era verificata per l’utilizzo di puntelli di materiale inidoneo (acciaio e legno) a sorreggere il peso della soletta; l’iniziativa di M.A., poi deceduto nel crollo, sicuramente imprudente, si doveva ad una sua personale impreparazione a dirigere lavori di quella portata, impreparazione rispetto alla quale il P. non risulta avere svolto alcun accertamento.

L’utilizzo di puntelli inidonei era facilmente verificabile “de visu” ad un semplice sopralluogo, e sicuramente sul cantiere transitavano regolarmente il P. medesimo e i suoi sottoposti.
Osserva, sul punto, la Cassazione come non potesse essere accolta la tesi dell’abnormità del comportamento del lavoratore.
Secondo la giurisprudenza della Cassazione, infatti, in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro e di responsabilità del datore di lavoro la condotta del lavoratore è abnorme, divenendo unico elemento causale del fatto, solo quando assume le connotazioni dell’inopinabilità ed esorbitanza rispetto al procedimento lavorativo, non gia quando sia caratterizzata da imprudenza, imperizia o negligenza.

Le norme dettate in terna di prevenzione degli infortuni sul lavoro sono dirette a tutelare il lavoratore non solo dagli incidenti derivanti dalla sua disattenzione, ma anche da quelli ascrivibili ad imperizia, negligenza ed imprudenza dello stesso, con la conseguenza che il datore di lavoro è sempre responsabile dell’infortunio occorso al lavoratore, sia quando ometta di adottare le idonee misure protettive, sia quando non accerti e vigili che di queste misure venga fatto effettivamente uso da parte del dipendente, non potendo attribuirsi alcun effetto esimente, per l’imprenditore, all’eventuale concorso di colpa del lavoratore, la cui condotta può comportare l’esonero totale del medesimo imprenditore da ogni responsabilità solo quando presenti i caratteri dell’abnormità, inopinabilità ed esorbitanza rispetto al procedimento lavorativo ed alle direttive ricevute, cosi da porsi come causa esclusiva dell’evento, essendo necessaria, a tal fine, una rigorosa dimostrazione dell’indipendenza del comportamento del lavoratore dalla sfera di organizzazione e dalle finalità del lavoro, e, con essa, dell’estraneità del rischio affrontato a quello connesso alle modalità ed esigenze del lavoro da svolgere.

Orbene, nel caso in esame Il gravissimo infortunio sul lavoro di cui si discute si verificò per effetto di una condotta non esulante dal processo operativo, ma strettamente inerente all’esecuzione della prestazione e tuttavia palesemente inadeguata dal punto di vista tecnico rispetto alle regole di settore, atta a rivelare l’assenza e/o inidoneità delle cautele che faceva carico al datore di lavoro apprestare e verificare per garantire la sicurezza dei lavoratori nel corso dell’esecuzione delle opere.

Da qui dunque il rigetto del ricorso.
Di rilievo le conseguenze pratiche della sentenza.

Ed infatti, secondo l’esegesi offerta dalla Cassazione, in materia di tutela dell’integrità fisica del lavoratore, il datore di lavoro, in caso di violazione della disciplina antinfortunistica, è esonerato da responsabilità soltanto quando la condotta del dipendente abbia assunto i caratteri dell’abnormità, dell’imprevedibilità e dell’esorbitanza rispetto al procedimento lavorativo ed alle direttive ricevute.

Ne consegue che, qualora non ricorrano detti caratteri della condotta del lavoratore, l’imprenditore è integralmente responsabile dell’infortunio che sia conseguenza dell’inosservanza delle norme antinfortunistiche, poiché la violazione dell’obbligo di sicurezza integra l’unico fattore causale dell’evento, non rilevando in alcun grado il concorso di colpa del lavoratore, posto che il datore di lavoro è tenuto a proteggerne l’incolumità nonostante la sua imprudenza e negligenza.

Fonte: Ipsoa.it

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