Indennità integrativa speciale sulle pensioni di reversibilità: nuova questione di illegittimità

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Ancora una volta la Corte Costituzionale torna sulla questione della indennità integrativa speciale sulle pensioni di reversibilità, oggetto di lungo dibattito tra gli organi di giustizia contabile e il legislatore, e ribadisce la legittimità della scelta che quest’ultimo ha operato nella Finanziaria 2007 introducendo in materia disposizioni interpretative a carattere retroattivo.

La Corte dei conti (sez. giurisd. d’appello per la Sicilia) ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art.1, commi 774 e 776, della “finanziaria 2007”, “nella parte in cui incidono sui giudizi pendenti alla data della loro entrata in vigore”, con riferimento alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU).

Tali norme avevano esteso la disciplina del trattamento pensionistico a favore dei superstiti di assicurato e pensionato vigente nell’ambito del regime dell’assicurazione generale obbligatoria a tutte le forme esclusive e sostitutive di detto regime prevista dall’art.1, comma 41, della legge n.335/1995. Secondo il Collegio, le disposizioni, in assenza di “motivi imperativi d’interesse generale” e di “un ragionevole rapporto di proporzionalità tra i mezzi impiegati e lo scopo perseguito, restando indimostrati gli apprezzabili effetti contenitivi della spesa pubblica nel settore previdenziale”, sarebbero intervenute sui giudizi in corso di cui è parte lo Stato assicurandogli l’esito favorevole e togliendo ai ricorrenti la possibilità di ottenere il riconoscimento della più favorevole liquidazione della pensione di reversibilità, in contrasto con i principi di certezza del diritto e dell’equo processo garantito dalla CEDU.

Con la sentenza n.227/2014 viene nuovamente ritenuta infondata la questione, dato che non vi sono nuove argomentazioni rispetto alle questioni già affrontate con le sentenze costituzionali n.74/2008, 228/2010 e 1/2011 (quest’ultima ampiamente richiamata): il legislatore può adottare norme di interpretazione autentica, non soltanto in presenza di incertezze sull’applicazione di una disposizione o di contrasti giurisprudenziali, ma anche quando la scelta imposta dalla legge rientri tra le possibili varianti di senso del testo originario, con ciò vincolando un significato ascrivibile alla norma anteriore.

Fonte: Ipsoa.it

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