Indennità di maternità alla libera professionista: limiti incostituzionali

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È incostituzionale limitare il diritto all’indennità di maternità per la madre libera professionista in caso di adozione nazionale. La Corte Costituzionale ha dichiarato illegittima la norma del TU maternità e paternità la quale – nella versione previgente il Jobs Act –prevede, per il solo caso di adozione nazionale (e non anche per l’adozione internazionale), che l’indennità di maternità spetti alla madre libera professionista solo se il bambino non abbia superato i sei anni di età. Tale disposizione, sottolinea la Consulta, è in contrasto con il principio di eguaglianza e con il principio di tutela della maternità e dell’infanzia, declinato anche come tutela della donna lavoratrice e del bambino.

È illegittima la norma del “TU maternità e paternità” (l’art.72 del DLgs n.151/2001, adesso modificato dal DLgs. n.80/2015) la quale, per il caso di adozione nazionale, prevede che l’indennità di maternità spetti alla madre libera professionista solo se il bambino non abbia superato i sei anni di età. Lo ha dichiarato la Consulta, accogliendo tutti i rilievi sollevati dal Tribunale di Verbania, in funzione di giudice del lavoro, che aveva prospettato, con riguardo a questo limite di età, la violazione del principio di eguaglianza (art. 3, primo comma, Cost.) e l’irragionevole disparità di trattamento sia della madre libera professionista che proceda all’adozione nazionale (rispetto alla madre libera professionista, che scelga la via dell’adozione internazionale) sia della madre lavoratrice dipendente (che abbia dato impulso alla procedura di adozione nazionale).

Il Jobs Act non incide sul caso esaminato
Nelle more del giudizio sono state introdotte delle modifiche normative ad opera del DLgs. n.80/2015 (conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro), attuativo del Jobs Act, volto ad armonizzare la disciplina dell’indennità di maternità e di recepire proprio le indicazioni della giurisprudenza di questa Corte, anche con riferimento al limite di età del bambino adottato: l’art.20 di questo decreto, infatti, ha rimediato alla situazione, con una previsione di carattere generale che ha svincolato l’erogazione dell’indennità dal requisito del mancato superamento dei sei anni di età del bambino. Questa nuova disciplina, però, si applica solo a partire dal 25 giugno 2015, e non incide pertanto sulla questione in esame.

Indennità di maternità: finalità dell’istituto
Al fine di risolvere il dubbio di costituzionalità, la Consulta con la sentenza n.205/2015, ha ha innanzitutto inquadrato le finalità dell’istituto dell’indennità di maternità, “crocevia di molteplici valori costituzionalmente rilevanti (artt.31, secondo comma, e 37, primo comma, Cost.).”
Nell’indennità di maternità, – scrivono i giudici costituzionali – all’originaria funzione di tutela della donna, scolpita nella stessa denominazione del beneficio, si affianca una finalità di tutela dell’interesse del minore, che l’opera del legislatore e dell’interprete ha enucleato in maniera sempre più nitida.

È proprio tale finalità che ispira, sul versante legislativo, la progressiva estensione del trattamento di maternità anche alle ipotesi di affidamento e adozione.

Tale estensione, dapprima circoscritta alle madri lavoratrici dipendenti, ha coinvolto successivamente le madri lavoratrici autonome e le madri libere professioniste.

La tutela del preminente interesse del minore traspare anche dalla giurisprudenza costituzionale, che ha contribuito a definirne i multiformi contenuti (da ultimo, sentenza n.257/2012).

In questa prospettiva, l’interesse del minore, che trascende le implicazioni meramente biologiche del rapporto con la madre, reclama una tutela efficace di tutte le esigenze connesse a un compiuto e armonico sviluppo della personalità.

Nel caso di affidamento e di adozione, tali esigenze si atteggiano come necessità di assistenza nella delicata fase dell’inserimento in un nuovo nucleo familiare.

Da tali premesse, la Consulta trae una conseguenza precisa: “Proprio per questa nuova pienezza di significato, che trae ispirazione e coerenza dai precetti costituzionali, l’interesse del minore non può patire discriminazioni arbitrarie, legate al dato accidentale ed estrinseco della tipologia del rapporto di lavoro facente capo alla madre o delle particolarità del rapporto di filiazione che si instaura.”

Le motivazioni della Consulta
Il beneficio dell’indennità di maternità è un’attuazione del dettato costituzionale, che esige per la madre e per il bambino “una speciale adeguata protezione” (art. 37, primo comma, Cost.). La specialità e l’adeguatezza della protezione – sottolinea la Corte – non sono aspetti irrelati ed eterogenei, che possano essere disgiunti l’uno dall’altro: da un punto di vista letterale, l’assenza di congiunzioni tra i due aggettivi “speciale” e “adeguata” dimostra che si tratta di profili inscindibili, che si compenetrano e si rafforzano a vicenda.

L’adeguatezza della tutela non può che essere valutata al banco di prova della specificità della posizione di chi dovrà beneficiarne.

La madre e il bambino vengono così collocati in un orizzonte comune.
Anche il punto di vista della tutela, pertanto, non può che rispecchiare e rispettare l’unicità della relazione esistenziale che lega la madre al bambino.

L’indennità di maternità è emblematica dell’indissolubile intreccio d’interessi della madre e del minore, che presuppongono, anche secondo il dettato costituzionale, una considerazione unitaria.

Conclusioni
La normativa censurata, come abbiamo visto, nega l’indennità di maternità soltanto alle madri libere professioniste che adottino un minore di nazionalità italiana, quando il minore abbia già compiuto i sei anni di età.

Questa disciplina si discosta dai principi costituzionali richiamati, ponendosi in insanabile contrasto con il principio di eguaglianza e con il principio di tutela della maternità e dell’infanzia, declinato anche come tutela della donna lavoratrice e del bambino.
In definitiva, secondo la Corte Costituzionale:

1) la normativa impugnata è foriera di una discriminazione arbitraria a danno della libera professionista che adotti un minore di nazionalità italiana, laddove solo per tale fattispecie la disciplina in esame continua a subordinare il godimento dell’indennità a un limite (i sei anni di età del minore), che è stato già superato dal legislatore per le madri lavoratrici dipendenti e dalla Consulta (sentenza n.371/2003) per le madri libere professioniste che privilegino l’adozione internazionale. Tale singolare trattamento è carente di ogni giustificazione razionale, mentre l’indennità di maternità deve riconoscersi senza distinzioni tra categorie di madri lavoratrici e tra figli.

2) la posizione della madre e del minore di nazionalità italiana non risulta meno meritevole di tutela per il solo fatto che il minore abbia superato i sei anni di età (nel momento in cui il decreto di affidamento preadottivo interviene a formalizzarne l’ingresso nel nucleo familiare), né tantomeno, l’inserimento del minore nella nuova famiglia si presenta meno arduo e bisognoso di “una speciale adeguata protezione” se il minore è di nazionalità italiana e per il dato contingente, e legato a fattori imponderabili, che il minore abbia superato i sei anni di età.

Concludendo, la norma censurata – che limita la concessione di un beneficio posto a tutela del preminente interesse del minore – si traduce in una discriminazione pregiudizievole non solo per la madre libera professionista che imbocchi la strada dell’adozione nazionale, ma anche e soprattutto per il minore di nazionalità italiana, coinvolto in una procedura di adozione.

Per tutti questi motivi, quindi, la Corte Costituzionale ha dichiarato la norma illegittima.

Fonte: Ipsoa.it

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