Inabilità al lavoro: come applicare la c.d. “formula Gabrielli”

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In tema di inabilità al lavoro, il meccanismo basato sulla c.d. “formula Gabrielli” non può essere applicato all’infinito; nel senso che, sulla base di una interpretazione letterale e logico-finalistica della normativa, si desume che esso è destinato ad operare al solo fine di tenere conto di aggravamenti della inabilità preesistenti (rispetto all’infortunio) e derivanti da fatti estranei al lavoro che non siano già stati presi in considerazione in precedenza posto che, diversamente, verrebbe a determinarsi un quadro complessivo di riduzione delle attitudini lavorative divergente – per eccesso – dalla realtà.

Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato da una lavoratrice infortunatasi e l’INAIL.
La Corte d’appello, in particolare, ha accolto parzialmente l’appello proposto dalla lavoratrice nei confronti dell’INAIL avverso la sentenza del Tribunale, dichiarando il diritto della stessa alla rendita del 23% per inabilità da infortunio, condannando l’INAIL al pagamento delle differenze sui ratei maturati con gli interessi legali.

La Corte d’appello, per quel che qui interessa, precisava che la donna chiedeva il riconoscimento del diritto alla maggior rendita per infortunio nella misura del 25%.

In particolare, il CTU nominato aveva precisato che non vi era dubbio che, nella valutazione del danno, dovesse tenersi conto pure delle lesioni derivate da un infortunio extralavorativo che aveva trovato la sua causa efficiente, e non solo occasionale, negli esiti di un infortunio lavorativo di circa 10 anni prima; il quadro complessivo di riduzione delle attitudini lavorative dell’assicurata era valutabile nella misura del 23%, sin dall’epoca della fase amministrativa; ne conseguiva, secondo la Corte d’appello, che si doveva considerare priva di fondamento la domanda con la quale la donna aveva chiesto il riconoscimento della maggiore misura di inabilità complessiva pari a 33%, in base al duplice erroneo presupposto della possibilità di contestare, per la prima volta, il danno originario (calcolato al 20%, applicando la formula Gabrielli) e di applicare nuovamente la formula Gabrielli al danno del 23%, senza considerare che tale percentuale è stata individuata dal CTU come complessiva per tutti gli infortuni lavorativi ed extralavorativi subiti dalla assicurata.

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione la lavoratrice inabile, in particolare sostenendo che sia il CTU sia la Corte d’appello hanno riconosciuto un aggravamento del danno infortunistico dal 14% al 23% a causa dell’evento traumatico extralavorativo etiologicamente collegato all’infortunio sul lavoro avvenuto 10 anni prima; una volta riscontrato il suddetto aggravamento avrebbe dovuto continuare ad applicarsi, anche nel procedimento di revisione, la c.d. formula Gabrielli, in considerazione del preesistente danno extralavorativo del 30%, quindi l’accertato danno infortunistico del 23% avrebbe dovuto essere determinato nella misura di 23/70, pari a 32,857%, che si arrotonda a 33%; il CTU non avrebbe proceduto a tale valutazione finale, perché non gli era stato chiesto di farlo, ma la sussistenza del danno preesistente e aggravante era pacifica.

La Cassazione ha respinto il ricorso della lavoratrice.

Sul punto, va anzitutto ricordato cosa si intende per formula “Gabrielli”.
In caso di diversi infortuni consecutivi, cioè se dopo il primo infortunio, subentra un secondo o un terzo infortunio, e via dicendo, si deve fare una valutazione complessiva dei postumi e il ricalcolo di un nuovo capitale o rendita, sottraendo quanto già erogato per i precedenti infortuni. Non si fa la somma aritmetica delle invalidità (es.: precedente infortunio 8%, infortunio attuale 10%; la somma è 18%, ma la valutazione complessiva potrebbe essere 16%). Se l’infortunio va ad aggravare una preesistente invalidità dipendente da cause extra-infortunistiche, però a carico dello stesso organo o apparato (menomazione concorrente) si adotta una particolare formula, comunemente detta formula Gabrielli: (A1-A2)/A1 dove A1 = validità preesistente, A2 = validità attuale.
Tanto per fare alcuni esempi:

– a) un lavoratore aveva già anchilosi di polso 20 (quindi una validità di 100-20 = 80, perde il mignolo destro 8, quindi la validità attuale diventa 80-8 = 72; adottando la formula (80-72)/80 = 10%;
– b) un lavoratore aveva subito la perdita di un piede, ora perde il mignolo; si tratta di menomazioni che non interessano lo stesso organo o apparato (menomazione coesistente); non si applica la formula Gabrielli, ma si valuta solo la perdita del mignolo.

Ovviamente, l’applicazione di tale formula ha indubbi vantaggi (viene finalmente definito in modo inequivoco l’infortunio in itinere, ossia quello occorso durante il normale percorso di andata e ritorno dal lavoro; la franchigia, che prima era del 10%, ora è ridotta al 5%, e ciò significa che prima venivano indennizzate le invalidità dall’11% in su, ora dal 6% in su; la formula Gabrielli serve a dare un maggior peso nel caso che l’infortunio vada ad aggravare una preesistente menomazione concorrente) ed anche degli svantaggi (le nuove tabelle riducono le percentuali di invalidità rispetto a quelle del T.U. di cui al DPR n. 1124/65; l’abbassamento della franchigia al 5%, in concreto, può non porta alcun beneficio economico all’infortunato, nei casi in cui l’INAIL esercita il diritto di “rivalsa”).

Tanto premesso, nel caso in esame, la Cassazione ricorda che in caso di infortunio sul lavoro, se si accerta la sussistenza di fattori patologici preesistenti non aventi origine professionale, il giudice deve, anche di ufficio, fare applicazione della norma secondo cui il grado di riduzione permanente dell’attitudine al lavoro causata da infortunio, quando risulti aggravata da inabilità preesistenti derivanti da fatti estranei al lavoro, deve essere rapportata non alla normale attitudine al lavoro ma a quella ridotta per effetto delle preesistenti inabilità, e deve essere calcolata secondo la cosiddetta formula Gabrielli – espressa da una frazione avente come denominatore la ridotta attitudine preesistente e come numeratore la differenza tra quest’ultima (minuendo) ed il grado di attitudine al lavoro residuato dopo l’infortunio (sottraendo) – senza che abbia rilievo la circostanza che l’inabilità preesistente e quella da infortunio incidano sullo stesso apparato anatomo-funzionale. L’applicazione della suddetta disposizione — effettuabile anche d’ufficio, ove il CTU non ne abbia tenuto conto — è finalizzata — previa verifica della reale sussistenza dei suddetti fattori patologici preesistenti — ad ottenere un calcolo del grado di riduzione dell’attitudine al lavoro che sia il più possibile corrispondente al danno effettivamente subito dal lavoratore.

È, peraltro, evidente – puntualizzano gli Ermellini – che tale meccanismo non può essere applicato all’infinito nel senso che, sulla base di una interpretazione letterale e logico- finalistica della norma, si desume che esso è destinato ad operare al solo fine di tenere conto di aggravamenti della inabilità preesistenti (rispetto all’infortunio) e derivanti da fatti estranei al lavoro che non siano già stati presi in considerazione in precedenza (come, invece, è avvenuto nella presente fattispecie).
Del resto, diversamente, verrebbe a determinarsi un quadro complessivo di riduzione delle attitudini lavorative divergente — per eccesso — dalla realtà.

Fonte: Ipsoa.it

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