Impugnazione del licenziamento: termine di decorrenza senza differimento

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Il termine di decorrenza per l’impugnazione del licenziamento opera dalla comunicazione dello stesso e non dall’eventuale, ulteriore comunicazione di differimento dell’efficacia. L’impugnazione del licenziamento, quale negozio unilaterale recettizio, si perfeziona nel momento in cui la manifestazione di volontà del datore di lavoro giunge a conoscenza del lavoratore. Ne consegue che l’eventuale invio di una successiva comunicazione da parte del datore di lavoro che differisca l’efficacia del licenziamento, non rileva ai fini della decorrenza del termine dell’impugnazione, atteso che la comunicazione non fa altro che spostare nel tempo la produzione degli effetti dell’atto e dunque prolunga il periodo di preavviso, senza incidere in alcun modo sulla volontà risolutiva del rapporto da parte del datore.

Con una interessante sentenza, la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione ha affermato un importante principio in tema di impugnazione del licenziamento, in particolare ribadendo che quest’ultimo, quale negozio unilaterale recettizio, si perfeziona nel momento in cui la manifestazione di volontà del datore di lavoro giunge a conoscenza del lavoratore, sicché la decorrenza del termine di decadenza, per l’impugnazione del recesso, opera dalla comunicazione del licenziamento e non dal momento, eventualmente successivo, di cessazione dell’efficacia del rapporto di lavoro.

Ne consegue che l’eventuale invio di una successiva comunicazione da parte del datore di lavoro che differisca l’efficacia del licenziamento, non rileva ai fini della decorrenza del termine dell’impugnazione del licenziamento, atteso che detta comunicazione non fa altro che spostare nel tempo la produzione degli effetti dell’atto e dunque prolunga il periodo di preavviso, senza incidere in alcun modo sulla volontà risolutiva del rapporto da parte del datore.

Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato da un dipendente contro la società presso cui prestava attività lavorativa.

In breve, i fatti.
La Corte d’appello, in riforma della sentenza del tribunale, ha rigettato la domanda con la quale il lavoratore, licenziato dalla società L.M., la cui azienda era stata ceduta a terzi, aveva impugnato il recesso e chiesto l’accertamento del suo diritto a transitare presso la cessionaria S.

In particolare, la Corte d’appello mentre ha escluso l’acquiescenza del lavoratore al recesso per aver egli sottoscritto nuovo contratto con la S. il 1.3.01 (non ritenendo il fatto in sé rilevante, e non essendo prodotto il contratto in modo di poter verificare eventuali riferimenti al precedente rapporto lavorativo), ha ritenuto la decadenza del lavoratore dall’impugnazione del recesso del 22.12.00, per scadenza del termine di sessanta giorni ex art. 6 I. 604/1966; infine, ha ritenuto che la proroga del rapporto lavorativo disposta per brevissimo periodo dal datore con lettera – in costanza di preavviso – dopo l’intimazione del recesso in ragione della proroga dell’esercizio provvisorio dell’impresa era al più illegittima, ma non poteva ritenersi revoca del precedente recesso in ragione del suo obiettivo tenore.

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione il lavoratore, in particolare censurandola per violazione dell’art.2112 c.c., in particolare per aver i giudici di appello trascurato che la cessione di azienda era intervenuta in costanza di rapporto di lavoro.

La Cassazione ha respinto il ricorso, affermando un principio di diritto già presente nella giurisprudenza della Corte, ma che per la sua importanza dev’essere ricordato in questa sede.

Sul punto, ricordano gli Ermellini che, come rilevato dalla Corte d’appello, la continuità del rapporto di lavoro con l’acquirente ex art.2112 c.c. postula la sussistenza di un rapporto di lavoro valido ed efficace al momento del trapasso aziendale; nella specie, tale condizione non si era verificata in quanto il lavoratore era stato già licenziato con atto del 22.12.00, atto peraltro intangibile in quanto non impugnato dal lavoratore nel termine di legge.

La soluzione data dalla Corte d’appello è stata ritenuta dunque corretta dalla Cassazione per le ragioni di seguito indicate.

Da un lato, infatti, il licenziamento, quale negozio unilaterale recettizio, si perfeziona nel momento in cui la manifestazione di volontà del datore di lavoro giunge a conoscenza del lavoratore, sicché la decorrenza del termine di decadenza, per l’impugnazione del recesso, opera dalla comunicazione del licenziamento e non dal momento, eventualmente successivo, di cessazione dell’efficacia del rapporto di lavoro.

Per altro verso, si è ritenuto che il cessionario dell’azienda subentra in tutti i rapporti dell’azienda ceduta nello stato in cui si trovano, ivi compreso il rapporto caratterizzato da un licenziamento intimato dal cedente, con onere, per il lavoratore, di impugnare il recesso nei sessanta giorni per evitare di incorrere nella decadenza di cui all’art.6 della legge n.604 del 1966.

Più in generale, si è affermato che resta salva la possibilità per il cessionario, convenuto in giudizio ai sensi dell’art.2112 cod. civ., di opporre le eccezioni relative al rapporto di lavoro, alle modalità della sua cessazione o alla tutela applicabile al cedente avverso il licenziamento, a prescindere dalle difese spiegate da quest’ultimo e dalla formazione del giudicato nei suoi confronti ed in favore del lavoratore.

Applicati tali principi al caso di specie, secondo i Supremi Giudici non può che confermarsi la correttezza della soluzione adottata dalla Corte d’appello, posto che il lavoratore non aveva impugnato il licenziamento nel termine, restando peraltro irrilevante la lettera datoriale del 30.12.2001 che aveva differito l’efficacia del licenziamento, atteso che tale lettera non aveva fatto altro che spostare nel tempo la produzione degli effetti dell’atto e dunque aveva prolungato il periodo di preavviso, senza incidere in alcun modo sulla volontà risolutiva del rapporto da parte del datore; ciò era del resto confermato dal carattere puramente estrinseco al rapporto delle ragioni del differimento dell’efficacia del licenziamento, correlato solo ad un provvisorio e breve prolungamento dell’esercizio provvisorio dell’attività di impresa.
Da qui, dunque, il rigetto del ricorso del lavoratore.

Di rilievo le conseguenze pratiche della sentenza.
Ed infatti, secondo l’esegesi della S.C., in tema di impugnazione del licenziamento, quest’ultimo, quale negozio unilaterale recettizio, si perfeziona nel momento in cui la manifestazione di volontà del datore di lavoro giunge a conoscenza del lavoratore, sicché la decorrenza del termine di decadenza, per l’impugnazione del recesso, opera dalla comunicazione del licenziamento e non dal momento, eventualmente successivo, di cessazione dell’efficacia del rapporto di lavoro.

Ne consegue che l’eventuale invio di una successiva comunicazione da parte del datore di lavoro che differisca l’efficacia del licenziamento, non rileva ai fini della decorrenza del termine dell’impugnazione del licenziamento, atteso che detta comunicazione non fa altro che spostare nel tempo la produzione degli effetti dell’atto e dunque prolunga il periodo di preavviso, senza incidere in alcun modo sulla volontà risolutiva del rapporto da parte del datore.

Precedenti giurisprudenziali: Cass. Civ., Sez. L, sentenza n.6845 del 24/03/2014; Cass. civ., Sez. L, sentenza n.15678 dell’11/07/2006; Cass. civ., Sez, L, sentenza n.4130 del 21/02/2014.

Fonte: Ipsoa.it

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