Impugnazione del licenziamento: “Rito Fornero” con doppio termine

0
204

La Corte di Cassazione ha stabilito un importante principio in tema di termine di decadenza per l’impugnazione del licenziamento secondo il “Rito Fornero”. L’impugnazione del licenziamento, così come legislativamente strutturata a seguito dell’ultimo intervento di riforma, costituisce una fattispecie a formazione progressiva, soggetta a due distinti e successivi termini decadenziali, rispetto alla quale risulta indifferente il momento perfezionativo dell’atto di impugnativa vero e proprio; la norma non prevede infatti la perdita di efficacia di un’impugnazione già perfezionatasi (dunque già pervenuta al destinatario) per effetto della successiva intempestiva attivazione dell’impugnante in sede contenziosa, ma impone un doppio termine di decadenza affinchè l’impugnazione stessa sia in sè efficace.

Per l’efficacia dell’impugnazione del licenziamento nel c.d. rito Fornero è necessario rispettare il doppio termine di decadenza.

La Sezione Lavoro della Corte di Cassazione ha precisato che iI termine di decadenza entro cui deve essere eseguito il deposito del ricorso nella cancelleria del tribunale in funzione di giudice del lavoro o dalla comunicazione alla controparte della richiesta di tentativo di conciliazione o arbitrato decorre dalla trasmissione dell’atto scritto di impugnazione del licenziamento e non dalla data di perfezionamento dell’impugnazione per effetto della sua ricezione da parte del datore di lavoro.

Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato tra una società e un dipendente licenziato.
In sintesi, i fatti.

La Corte d’appello rigettava il reclamo proposto da F.G. avverso Ia pronuncia di prime cure che, in riforma dell’ordinanza emessa ai sensi della legge Fornero, aveva accolto l’eccezione di decadenza dell’impugnazione proposta avverso il licenziamento intimatogli dalla V.L.S.E.I. srl; con Ia stessa sentenza Ia Corte d’appello, in accoglimento del reclamo incidentale della società, condannò il lavoratore alla restituzione della somma corrisposta in esecuzione del provvedimento conclusivo della fase sommaria.

A sostengo del decisum la Corte territoriale ritenne che:

a) il termine di decadenza andava fatto decorrere dal giorno di spedizione dell’impugnativa e, nella specie, non era stato rispettato;
b) contrariamente a quanto eccepito dal lavoratore, doveva ritenersi sussistere l’interesse della società a svolgere domanda di restituzione della somma corrisposta in esecuzione del provvedimento conclusivo della fase sommaria e, nella specie, non era stata sollevata contestazione sulla quantificazione del credito.

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione F.G., in particolare sostenendo che, stante il carattere di atto unilaterale recettizio dell’impugnativa del licenziamento, il termine, imposto a pena di decadenza dell’impugnativa medesima, doveva farsi decorrere dal giorno in cui l’impugnativa si era perfezionata e, quindi, da quello in cui la stessa era pervenuta a conoscenza della parte datoriale destinataria; inoltre, sempre a proposito della decorrenza del termine di decadenza di cui sopra, ribadiva l’individuazione del dies a quo ivi indicata sul rilievo della scissione tra comportamento impeditivo della decadenza e perfezionamento della fattispecie impugnatoria, dovendo a tal fine aversi anche riguardo ai principi, applicabili analogicamente, enunciati dalla giurisprudenza in tema di decadenza relativamente alla notificazione degli atti processuali e, correlativamente, alla decorrenza del termine laddove si faccia riferimento al perfezionamento della notificazione medesima.

La Cassazione ha respinto il ricorso del lavoratore, affermando un importante principio di diritto in precedenza non presente nella giurisprudenza della Corte, e che, per la sua importanza, merita qui di essere evidenziato.

Ed invero, rilevano i Supremi Giudici, la normativa applicabile al caso in esame prevede, per quanto qui rileva, che: “il licenziamento deve essere impugnato a pena di decadenza entro sessanta giorni dalla ricezione della sua comunicazione in forma scritta, ovvero dalla comunicazione, anch’essa in forma scritta, dei motivi, ove non contestuale, con qualsiasi atto scritto, anche extragiudiziale, idoneo a rendere nota Ia volontà del lavoratore anche attraverso l’intervento dell’organizzazione sindacale diretto ad impugnare il licenziamento stesso”.

La norma poi prosegue specificando che “l’impugnazione è inefficace se non è seguita, entro il successivo termine di centottanta giorni, dal deposito del ricorso nella cancelleria del tribunale in funzione di giudice del lavoro o dalla comunicazione alla controparte della richiesta di tentativo di conciliazione o arbitrato (…)”.

Ora, secondo il lavoratore, essendo l’impugnazione del licenziamento un atto recettizio, la sua (eventuale) inefficacia ne presuppone il perfezionamento con Ia ricezione del medesimo da parte del datore di lavoro, onde è da tale data che deve calcolarsi il termine di 180 giorni per il deposito del ricorso.

Deve però osservarsi in contrario, precisano i Supremi Giudici, che l’impugnazione del licenziamento, così come legislativamente strutturata a seguito dell’ultimo intervento di riforma, costituisce una fattispecie a formazione progressiva, soggetta a due distinti e successivi termini decadenziali, rispetto alla quale risulta indifferente il momento perfezionativo dell’atto di impugnativa vero e proprio; la norma non prevede infatti la perdita di efficacia di un’impugnazione già perfezionatasi (dunque già pervenuta al destinatario) per effetto della successiva intempestiva attivazione dell’impugnante in sede contenziosa, ma impone un doppio termine di decadenza affinchè l’impugnazione stessa sia in sè efficace; la locuzione “L’impugnazione e inefficace se …” sta infatti ad indicare che, indipendentemente dal suo perfezionamento (e quindi dai tempi in cui lo stesso si realizza con la ricezione dell’atto da parte del destinatario), il lavoratore deve attivarsi, nel termine indicato, per promuovere il giudizio.

II primo termine si avrà per rispettato ove l’impugnazione sia trasmessa entro 60 giorni dalla ricezione degli atti indicati da parte del lavoratore, il quale quindi, da tale momento, avendo assolto alla prima delle incombenze di cui e onerato, è assoggettato a quella ulteriore, sempre imposta a pena di decadenza, di attivare la fase giudiziaria entro il termine prefissato.
In sostanza, dunque, l’impugnazione, per essere in sé efficace e poter quindi raggiungere il proprio scopo tipico (ferma ovviamente la sua ricezione da parte del datore di lavoro), richiede il rispetto di un doppio termine di decadenza, che è interamente rimesso al controllo dello stesso impugnante.

Tale soluzione, per la Cassazione, oltre che con Ia lettera del testo normativo, e altresì coerente con la finalità acceleratoria che ha improntato Ia novella legislativa e non lede in alcun modo il diritto di difesa del lavoratore, che, anzi, è perfettamente in grado di sapere quale sia il dies a quo per l’instaurazione della fase giudiziaria.

La diversa strutturazione della procedura d’impugnazione qui all’esame rispetto a quelle in cui il compimento di un atto processuale (costituzione dell’appellante; deposito del ricorso per cassazione; etc.) è temporalmente collegato al perfezionamento della notifica di altro atto, impedisce poi, contrariamente a quanto sostenuto dal lavoratore, l’applicazione in via analogica dei principi elaborati dalla giurisprudenza in relazione a tali non assimilabili situazioni processuali.
Da qui, dunque, il rigetto del ricorso.

Di rilievo le conseguenze pratiche della sentenza.

Ed invero, secondo l’esegesi offerta dalla Cassazione, il termine di decadenza entro cui, a pena di inefficacia dell’impugnazione del licenziamento, deve essere eseguito il deposito del ricorso nella cancelleria del tribunale in funzione di giudice del lavoro o dalla comunicazione alla controparte della richiesta di tentativo di conciliazione o arbitrato, decorre dalla trasmissione dell’atto scritto di impugnazione del licenziamento e non dalla data di perfezionamento dell’impugnazione per effetto della sua ricezione da parte del datore di lavoro.

Fonte: Ipsoa.it

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here