Impossibilità sopravvenuta della prestazione: legittimo il licenziamento

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È legittimo il licenziamento intimato in conseguenza dell impossibilità sopravvenuta allo svolgimento della prestazione in virtù di un provvedimento non emesso dal datore di lavoro ed estraneo alla sua sfera di influenza. Nella fattispecie il lavoratore non aveva potuto svolgere le proprie attività in quanto privato dall’Enac del tesserino aeroportuale a seguito dell’avvio di procedimento penale per il reato di furto, tesserino indispensabile per lo svolgimento dell’attività lavorativa.

Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato tra la società Aeroporti di Roma ed un suo dipendente che aveva impugnato il licenziamento intimatogli dalla società.

La Corte di appello rigettava l’impugnazione proposta dal dipendente avverso la sentenza del Tribunale con la quale era stato rigettato il ricorso del medesimo nei confronti della società Aeroporti di Roma, volto alla declaratoria di illegittimità della sospensione del rapporto di lavoro e del successivo recesso con condanna della società alla reintegrazione nel posto di lavoro. La Corte d’appello ricordava che il dipendente era stato sospeso dal rapporto di lavoro e poi licenziato per impossibilità sopravvenuta della prestazione in conseguenza del provvedimento di sospensione adottato dall’Enac nel 2002 della tessera di accesso all’area aeroportuale, a seguito dell’avvio di procedimento penale per il reato di furto.

La società aveva tempestivamente comunicato che il tesserino costituiva documento indispensabile per lo svolgimento dell’attività lavorativa. La sopravvenuta impossibilità della prestazione era stata valutata ex ante in riferimento alle circostanze conosciute dal datore di lavoro; il provvedimento di archiviazione nei confronti del dipendente (non essendo emersa la prova della provenienza delittuosa della merce) era del 2003, ma il datore di lavoro si era determinato al recesso prima di essere venuto a conoscenza dell’archiviazione e sulla base di quanto effettivamente comunicato sino a quel momento in ordine al comportamento tenuto dal lavoratore, sicché nessuna censura poteva muoversi alla valutazione del datore di lavoro compiuta sulla base delle circostanze di fatto conosciute che aveva atteso oltre un anno prima di provvedere al recesso, informato solo dopo la risoluzione del contratto – come detto- del provvedimento giudiziario favorevole al lavoratore.

II periodo di sospensione appariva peraltro congruo e ragionevole e non era emersa la possibilità di adibire il dipendente a mansioni che non implicassero il possesso del tesserino aeroportuale, come dichiarato dai testi (nel settore pulizia e manutenzione non vi erano posti disponibili con la qualifica e l’inquadramento del dipendente licenziato).

Contro la sentenza, proponeva ricorso per cassazione il dipendente, sostenendo l’illegittimità del licenziamento.
La Cassazione ha però respinto il ricorso del medesimo, enunciando un interessante principio di diritto, già affermato in precedenza dalla Corte Suprema, ma che merita dunque di essere qui ricordato perché di assoluto rilievo per gli operatori.

Sul punto, ricordano gli Ermellini che il recesso di cui è causa risulta intimato per impossibilità sopravvenuta della prestazione, dopo una sospensione del rapporto di lavoro di circa un anno in conseguenza del provvedimento adottato dall’Enac che aveva sospeso la validità delle tessera di accesso all’area aeroportuale in possesso del lavoratore (in conseguenza di un accertamento penale ai danni del dipendente per il reato di furto), documento essenziale per lo svolgimento dell’attività lavorativa come comunicato immediatamente al lavoratore dalla società Aeroporti di Roma. Non si trattava, pertanto, di un licenziamento disciplinare ma di un recesso intimato in conseguenza dell’accertata impossibilità sopravvenuta allo svolgimento della prestazione convenuta contrattualmente in virtù di un provvedimento non emesso dal datore di lavoro ed estraneo alla sua sfera di influenza come il rilascio del tesserino di accesso nell’area aeroportuale riservato, anche per ragioni di sicurezza pubblica, all’Enac.

Ne discende, dunque, per la Cassazione che non è ammissibile un obbligo del datore di lavoro di mantenere sine die il posto di lavoro al dipendente assente, per cui rilievo decisivo deve essere attribuito alla prevedibilità (ex ante e valutata in base alle circostanze effettivamente conosciute dal datore di lavoro) di una pronta restituzione del tesserino al dipendente (peraltro conseguenza neppure certa in base al mero proscioglimento in sede penale) e conseguentemente del venir meno, in tempi ragionevolmente brevi, della causa ostativa allo svolgimento della prestazione oggetto del contratto.

Di rilievo le conseguenze pratiche della sentenza.

Ed infatti, secondo l’interpretazione offerta dalla Corte di Cassazione, il lavoratore, a seguito di recesso intimato in conseguenza dell’accertata impossibilità sopravvenuta allo svolgimento della prestazione convenuta contrattualmente in virtù di un provvedimento non emesso dal datore di lavoro ed estraneo alla sua sfera di influenza, non può chiedere al datore di lavoro la reintegrazione nel posto di lavoro.

Fonte: Ipsoa.it

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