Il rimborso chilometrico delle trasferte del lavoratore

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Esercitando il suo potere direttivo il datore di lavoro ha diritto di richiedere al lavoratore lo svolgimento della sua prestazione lavorativa in un luogo diverso da quello della sede abituale di lavoro.

Quando ciò avvenga temporaneamente e non in maniera definitiva si parla comunemente di trasferta. Quando il lavoratore deve spostarsi dalla sede abituale di lavoro ha bisogno di utilizzare un mezzo di trasporto, che può essere un veicolo privato come l’auto, oppure pubblico come il treno. A seconda di quale mezzo utilizzi per recarsi in trasferta, e di come sia stato regolato tale utilizzo, diverse sono le conseguenze economiche, sia per il lavoratore stesso che per il datore di lavoro. Nel presente contributo si mettono a confronto le diverse possibilità e i conseguenti costi per entrambi i soggetti interessati.

In tutti i casi in cui il lavoratore non svolge la propria prestazione nella sede di lavoro dichiarata e definita contrattualmente si può parlare di trasferta, e ciò anche quando lo spostamento avvenga per una sola giornata. La scriminante fondamentale è, appunto, quella della sede di lavoro che deve essere presa in considerazione per stabilire se il la-voratore si sia spostato, non rilevando, invece, il luogo di residenza o domicilio dello stesso. Ciò significa che non può essere considerato “trasferta”, e pertanto rimborsato, lo spostamento che il lavoratore che non viva nello stesso comune in cui ha sede l’azienda deve effettuare ogni giorno per recarsi a lavorare.

Fonte: Ipsoa.it

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