Il primo Correttivo al Jobs Act: una mini riforma?

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Nel decreto correttivo del Jobs Act, approvato dal Consiglio dei Ministri in via preliminare, sono contenuti alcuni “ritocchi” ai decreti legislativi di non marginale rilievo, che incidono su snodi delicati del mercato del lavoro. Importanti, per il forte impatto pratico, sono gli interventi in materia di lavoro accessorio: il Governo ha avviato l’operazione tracciabilità, mutuando la procedura già sperimentata per il lavoro intermittente. Altrettanto importante è la norma che consente la trasformazione dei contratti di solidarietà “difensivi” in “espansivi” con la previsione di incentivi per il datore di lavoro.

Lo scorso 11 giugno è stato approvato dal Consiglio dei Ministri, in via preliminare, il primo “Correttivo” ai decreti legislativi del Jobs Act (per l’esattezza, ai decreti 81 e da 148 a 151), contenente una serie di modifiche e ritocchi, che se a prima vista possono non apparire cruciali, in realtà incidono su snodi delicati del mercato del lavoro.

Su tutti, il tema del lavoro accessorio, o tramite voucher, che i dati dicono molto in crescita, anche se questa tendenza non è imputabile tanto al d.lgs. n.81/2015, quanto alle misure di liberalizzazione introdotte dalla Riforma Fornero del 2012. Su questa forma di lavoro, certamente molto flessibile e meno costosa per i committenti, nessuna delle due interpretazioni in campo (cioè se esso favorisce il lavoro nero o invece, come nelle intenzioni, lo fa emergere almeno in parte) riesce ad avere ragione dell’altra.

Nell’incertezza, per scoraggiare gli abusi il Governo ha avviato un’operazione tracciabilità, modificando l’attuale normativa là dove prevede che la comunicazione di inizio della prestazione venga fatta con riferimento ad un arco temporale che può arrivare sino ai 30 giorni successivi, dunque senza l’identificazione in anticipo del giorno preciso di inizio della prestazione; ed è qui che si annidano, come è noto, le possibilità di abuso.

Così, con una mutuazione della procedura già sperimentata per il lavoro intermittente, si dispone che i committenti, imprenditori non agricoli o professionisti, che ricorrono a prestazioni di lavoro accessorio, sono tenuti, 60 minuti prima dell’inizio della prestazione lavorativa, a comunicare alla sede territoriale competente del nuovo Ispettorato nazionale del lavoro, mediante sms o posta elettronica, i dati del lavoratore e luogo e durata della prestazione. Peraltro, in sede di revisione finale del testo gli imprenditori agricoli hanno strappato una deroga, venendo loro consentito di effettuare la comunicazione di inizio della prestazione con riferimento ad un arco temporale sino ai 7 giorni successivi.

In caso di accertata violazione, sempre sulla falsariga del lavoro intermittente, scatta una sanzione amministrativa da euro 400 a 2.400 in relazione a ciascun lavoratore per cui è stata omessa la comunicazione. L’auspicio è che la sanzione dissuada i furbi che acquistano il buono ma non lo utilizzano se la giornata lavorativa passa indenne da ispezioni.

La modifica in questione non intacca i limiti dei 7.000 euro di compensi per lavoratore accessorio e dei 2.000 euro di compensi erogati da ogni singolo committente. A conferma della specialità del lavoro agricolo, che pure resta un settore a rischio, viene però ufficializzata, ribadendo un orientamento già espresso dal Ministero del Lavoro in sede amministrativa, l’esclusione degli imprenditori agricoli dal limite dei 2.000 euro, che quindi si applica soltanto agli imprenditori non agricoli ed ai professionisti.

Un’esclusione che non implica, peraltro, una liberalizzazione del ricorso a questa forma contrattuale, considerato che l’utilizzo del lavoro accessorio in agricoltura è già soggetto, oltre al ricordato tetto dei 7.000 euro per lavoratore, anche a limiti specifici: l’istituto è utilizzabile, infatti, soltanto per prestazioni rese, nell’ambito di attività agricole stagionali, da giovani under-25 se regolarmente iscritti a un ciclo di studi e da pensionati, e in qualunque periodo dell’anno da imprenditori agricoli con un giro d’affari non superiore a 7.000 euro nell’anno precedente e costituito per almeno 2/3 da cessioni di prodotti agricoli ed ittici soggetti ad aliquota ridotta.

Un’altra importante norma è quella di cui all’art.2 del Correttivo, che modifica l’art.41 del d.lgs. n.148/2015, al fine di consentire la trasformazione dei contratti di solidarietà “difensivi” (che rappresentano una terza causale di CIGS) in “espansivi”, rivolti cioè non ad un mero obiettivo di difesa occupazionale ma all’incremento dell’organico, in particolare con l’innesto di nuove competenze, di per sé non consentito in vigenza di un CDS difensivo.

La trasformazione potrà riguardare i CDS difensivi in corso da almeno 12 mesi (così da evitare comportamenti opportunistici) nonché quelli stipulati prima del 1° gennaio 2016, a prescindere dal fatto che siano in corso da 12 mesi o meno, e deve avvenire nelle forme già previste dal d.lgs. n.148/2015 per la stipula dei CDS espansivi (occorrerà, quindi, un nuovo accordo sindacale, peraltro vincolato a non prevedere una riduzione dell’orario di lavoro superiore a quella già concordata nella fase difensiva).

Dopo di che, ai lavoratori il cui orario viene ridotto spetta un trattamento di integrazione retributiva pari al 50% della misura dell’integrazione prevista prima della trasformazione del CDS, e il datore di lavoro integra tale trattamento almeno sino alla misura dell’integrazione originaria. I lavoratori, pertanto, non patiscono ripercussioni sul reddito.

Il datore di lavoro, d’altronde, è incentivato in quanto l’integrazione retributiva a suo carico non è imponibile ai fini previdenziali (ma i lavoratori beneficiano dell’accredito contributivo figurativo), e le quote di TFR relative alla retribuzione perduta maturate durante il periodo di solidarietà restano a carico dell’INPS o di altra gestione previdenziale di afferenza. Inoltre, sempre a fini di incentivo, il datore che assume è tenuto a versare la metà dei contributi addizionali che avrebbe pagato con la solidarietà difensiva.

Sono previste, inoltre, alcune modifiche alla legge n.68/1999 sul diritto al lavoro delle persone con disabilità: a) si stabilisce la computabilità dei lavoratori già disabili prima della costituzione del rapporto di lavoro, anche se non assunti tramite il collocamento obbligatorio, nel caso in cui abbiano una riduzione della capacità lavorativa non soltanto superiore, ma anche pari al 60%; b) si incrementa l’importo delle sanzioni per omessa assunzione in modo da renderlo significativamente più elevato di quello del contributo esonerativo; c) si chiarisce che per le violazioni dell’obbligo di assunzione, la sanzione amministrativa prevista è irrogata previo esperimento della procedura di diffida.

Il testo novellato (dal d.lgs. n.151/2015) dell’art.4 della legge n.300/1970, in tema di controlli a distanza sul lavoro, viene ritoccato per coordinarlo con il fatto nuovo rappresentato dall’istituzione dell’Ispettorato nazionale del lavoro, le cui sedi territoriali subentrano nelle funzioni già esercitate dalle Direzioni territoriali del lavoro.

Si stabilisce, quindi, che nel caso di imprese con unità produttive dislocate negli ambiti di competenza di più sedi territoriali dell’Ispettorato, qualora non si raggiunga l’accordo sindacale, gli impianti audiovisivi e gli altri strumenti dai quali derivi la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori possono essere installati, in alternativa, previa autorizzazione della sede territoriale o della sede centrale dell’Ispettorato.

Si chiarisce, altresì, che i provvedimenti autorizzativi adottati dall’Ispettorato sono definitivi, per cui non è possibile proporre, contro di essi, ricorso gerarchico (che del resto, al massimo, potrebbe riguardare le sedi territoriali e non quella centrale, che non ha superiori gerarchici, non essendo tale neppure il Ministero del Lavoro, che ha una mera funzione di vigilanza).

Last but not least, sul versante politiche attive e condizionalità, sono previste misure volte a potenziare l’attività della neonata ANPAL, tra le quali soprattutto una norma che mette nella disponibilità dell’Agenzia le informazioni di una serie di banche dati, tra cui quella reddituale dell’Agenzia delle Entrate.

Per porre rimedio ad un disallineamento tra le varie nozioni di “disoccupato”, si precisa che il disoccupato conserva il suo status, ovviamente anzitutto ai fini NASPI, anche nel caso in cui percepisce un reddito di lavoro dipendente o autonomo pari o inferiore alla soglia di detrazioni fiscali spettanti (8.000 euro per il lavoro subordinato e 4.800 per quello autonomo).

Da segnalare anche il mutamento di denominazione dell’ISFOL, che si trasforma in INAPP, Istituto per l’analisi delle politiche pubbliche, auspicabilmente come premessa di una riqualificazione della missione dell’Istituto (una parte dei cui dipendenti transiteranno nei ruoli ANPAL), pur formalmente invariata, ma da ultimo, a dir poco, appannata.

Fonte: Ipsoa.it

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