Il patto di prova è illegittimo

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Il patto di prova è illegittimo se la capacità del lavoratore è stata in precedenza sperimentata con esito positivo. Lavoro n.138 dell’8 gennaio 2008, Pres. De Luca, Rel. Di Cerbo). Ibou D., dopo aver lavorato come operaio alle dipendenze della s.p.a. Fonpresmetal Gap dal 18 aprile 1997 all’8 febbraio 2002, si è dimesso per motivi familiari. Quattro mesi dopo, il 10 giugno 2002, egli è stato nuovamente assunto dalla stessa azienda, con contratto a termine di durata semestrale, con patto di prova e con le stesse mansioni in precedenza svolte.

Due giorni dopo la seconda assunzione, egli ha partecipato a uno sciopero. L’azienda lo ha licenziato con motivazione riferita al mancato superamento della prova per scarsa correttezza nei confronti dell’azienda. Il lavoratore ha impugnato il licenziamento davanti al Tribunale di Brescia, sostenendo che il patto di prova doveva ritenersi nullo e che l’azienda aveva posto termine al rapporto per ritorsione alla sua partecipazione allo sciopero. Il Tribunale ha rigettato la domanda. Questa decisione è stata riformata dalla Corte d’Appello di Brescia che ha dichiarato il licenziamento illegittimo e ha condannato l’azienda al risarcimento del danno in misura pari alla retribuzione relativa al periodo della prevista durata del contratto a termine.

La Corte ha ritenuto non necessario un ulteriore periodo di prova considerati l’inquadramento contrattuale attribuito (il medesimo nei due rapporti di lavoro), la durata del primo rapporto di lavoro e la brevità dell’intervallo trascorso fra la data di cessazione del primo rapporto e la nuova assunzione. Dalla nullità del patto di prova la Corte ha tratto la conseguenza della nullità del recesso in quanto motivato col mancato superamento del periodo di prova.

Sotto altro profilo la Corte ha rilevato che il licenziamento era stato intimato pochissimi giorni dopo l’inizio del nuovo rapporto di lavoro ed era stato motivato in modo affatto generico, con riferimento ad un’allegata mancanza di impegno e scarsa correttezza nei confronti dell’azienda e non già con riferimento ad una incapacità a svolgere le mansioni. Tenuto conto della genericità della motivazione, della coincidenza del licenziamento con la partecipazione del lavoratore a uno sciopero e della limitata durata del periodo di prova (due giorni e mezzo di lavoro), la Corte ha ritenuto dimostrata la natura ritorsiva e discriminatoria del recesso. L’azienda ha proposto ricorso per cassazione, censurando la sentenza della Corte di Brescia per vizi di motivazione e violazione di legge.

La Suprema Corte (Sezione Lavoro n.138 dell’8 gennaio 2008, Pres. De Luca, Rel. Di Cerbo) ha rigettato il ricorso, richiamando la sua giurisprudenza secondo cui il patto di prova apposto al contratto di lavoro mira a tutelare l’interesse di entrambe le parti contrattuali a sperimentare la reciproca convenienza al contratto, sicché deve ritenersi illegittimamente apposto un patto in tal senso che non sia funzionale alla suddetta sperimentazione per essere questa già avvenuta con esito positivo nelle specifiche mansioni e per avere in precedenza il lavoratore prestato per un congruo tempo la propria opera per il datore di lavoro. Il giudice del merito – ha affermato la Cassazione – deve verificare se, alla data di stipulazione del secondo contratto di lavoro, sussista una necessità effettiva per la datrice di lavoro di verificare le qualità professionali, il comportamento e la personalità complessiva del lavoratore in relazione all’adempimento della prestazione. Nel caso in esame – ha osservato la Corte – i giudici d’appello hanno correttamente proceduto alla suddetta verifica e sono pervenuti, sulla base di una motivazione congrua e priva di vizi logici, alla conclusione dell’illegittimità del patto di prova apposto al secondo contratto di lavoro in quanto, in buona sostanza, tale patto non poteva considerarsi funzionale alla sperimentazione; hanno infatti, da un lato evidenziato la durata (cinque anni) del primo rapporto di lavoro, conclusosi per dimissioni del lavoratore motivate con ragioni di famiglia, e la brevità dell’intervallo intercorso fra la conclusione del primo rapporto e la stipula del nuovo contratto di lavoro (circa quattro mesi); dall’altro hanno osservato che i due contratti avevano previsto l’inquadramento del lavoratore nello stesso livello contrattuale.

Una volta ritenuta l’illegittimità del patto di prova – ha affermato la Cassazione – del tutto correttamente la Corte di merito ha concluso per l’illegittimità del licenziamento in quanto motivato con il mancato superamento della prova.

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