Il passaggio da impiegato a operaio può ritenersi legittimo

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Inarcassa aggiorna le regole per il calcolo della pensione dal 2015 e allinea la disciplina del riscatto alla logica del regime di calcolo contributivo delle pensioni. Deliberato l’incremento del tasso annuo di capitalizzazione dei montanti contributivi individuali e il piano di attuazione della Long Term Care.

In attuazione delle previsioni della c.d. “riforma Fornero” (art.24.24 del D. L.201/11), le Casse di previdenza professionale sono state chiamate ad una revisione dei regimi previdenziali gestiti, al fine di assicurare l’equilibrio tra entrate contributive ed uscite per prestazioni in un orizzonte temporale a 50 anni.

Ai fini del rispetto di tale prescrizione, le Casse hanno messo mano alle proprie regole previdenziali, pervenendo – pur se con modalità e strumenti differenziati – ad un generale aumento delle aliquote contributive (che peraltro rimangono ancora meno elevate di quelle previste nelle gestioni dei lavoratori dipendenti o degli autonomi della Gestione Separata INPS) ed al passaggio, nella maggior parte dei casi, al sistema di calcolo contributivo delle prestazioni (per una illustrazione sintetica delle principali caratteristiche delle modifiche adottate dalle Casse, si veda l’articolo apparso sul Quotidiano il 7 gennaio 2013: Casse di previdenza professionali le novità del 2013).

Il caso di Inarcassa
Tra le varie “declinazioni” degli interventi adottati dalle Casse professionali, merita segnalazione una peculiarità che caratterizza la scelta di Inarcassa (la Cassa di Previdenza ed Assistenza per gli Ingegneri ed Architetti Liberi Professionisti).

In termini generali, il sistema di calcolo contributivo delle prestazioni prevede la costituzione di un montante contributivo composto da voci variabili di contribuzione che – all’atto del pensionamento – viene convertito in rendita previa una sua attualizzazione e l’applicazione di coefficienti specifici di rendimento: attualizzazione che – per definizione – viene periodicamente aggiornata e coefficienti, anch’essi soggetti a revisione periodica e comunque legati all’età anagrafica dei pensionandi ed alla aspettativa di vita.

Quanto al primo elemento, nella propria riforma Inarcassa ha operato una scelta “caratterizzante”. Infatti l’articolo 26.6 del Regolamento Generale della Previdenza 2012 di Inarcassa dispone che “Il tasso annuodi capitalizzazione del montante contributivo individuale è pari alla variazione media quinquennale del monte redditi professionali degli iscritti ad Inarcassa, con riferimento al quinquennio precedente l’anno da rivalutare, con un valore minimo pari all’1,5%. Il tasso annuo di capitalizzazione è incrementato di una quota percentuale della media quinquennale del rendimento del patrimonio di Inarcassa nella misura che, con cadenza biennale, il Comitato Nazionale dei Delegati delibera, su proposta del Consiglio di Amministrazione, nel rispetto dell’equilibrio di lungo periodo del sistema previdenziale di INARCASSA”.

Questa scelta è motivata dal fatto che il mero aggancio al PIL “nazionale” (operato dall’INPS e dalla generalità delle Casse professionali), per un verso non è stato considerato idoneo a “fotografare” la platea previdenziale di riferimento e, per altro verso, non avrebbe consentito, in prospettiva, una accountability degli Amministratori che – invece – attraverso gli opportuni interventi sulla gestione del patrimonio sono messi in condizione di agire per migliorare la posizione pensionistica degli associati (o di essere ritenuti inadeguati e, quindi, essere sostituiti, qualora non perseguano in maniera soddisfacente l’obiettivo). Il tutto, assicurando comunque l’importante clausola di salvaguardia del riconoscimento del tasso di capitalizzazione minimo dell’1,5%.

Quanto a tale ultimo aspetto, allo stato attuale la scelta appare essere stata lungimirante, se si considera che il tasso di capitalizzazione per le prestazioni INPS – secondo i dati appena diffusi – sarà, per la prima volta dall’entrata in vigore del sistema contributivo introdotto dalla Riforma Dini del 1995, negativo (-0,19%). In pratica, i montanti maturati non solo non aumenteranno, ma subiranno una – sia pur minima – riduzione.

L’aggiornamento del tasso di capitalizzazione per il 2015
Detto del “sistema generale” nei giorni scorsi è appena trascorso il biennio decorso il quale – ai sensi del citato art. 26 del Regolamento Inarcassa – Inarcassa poteva prendere in considerazione la possibilità di incrementare il predetto tasso di capitalizzazione.

E infatti, sulla base delle positive risultanze di gestione, il Comitato Nazionale dei Delegati della Cassa – nella riunione dello scorso mese di ottobre – ha deliberato di incrementare del 3% del tasso annuo di capitalizzazione dei montanti contributivi individuali, portandolo così al 4,5% complessivo, pari – cioè – al triplo del tasso minimo garantito.

Va comunque segnalato che l’entrata in vigore di questa decisione – ai sensi del D. Lgs. 509/94 di privatizzazione delle Casse professionali – è subordinata alla sua approvazione da parte dei Ministeri vigilanti.
Con un proprio comunicato emanato all’indomani della adozione del provvedimento in questione, Inarcassa ha informato che “queste modalità di rivalutazione dei contributi sono peculiarità del metodo di calcolo contributivo <<proprio>> di Inarcassa, che consente margini di azione a garanzia della solidarietà e dell’equità infra e inter generazionale. Il passaggio al contributivo non ha modificato infatti il regime di finanziamento del sistema previdenziale della Cassa, che rimane a ripartizione … e che consente, sempre nel rispetto della sostenibilità di lungo periodo, importanti interventi assistenziali – quali la pensione minima (non più esistente nel mondo della previdenza pubblica), subordinata alla prova dei mezzi – e supera il principio di “corrispettività” fra contributi e prestazioni tipico del metodo contributivo in un finanziamento a capitalizzazione”.

La Long Term Care
Nella medesima riunione del Comitato Nazionale dei Delegati, è stato inoltre deliberato (con conseguente trasmissione ai Ministeri vigilanti per l’approvazione e la conseguente entrata in vigore) il piano di attuazione della Long Term Care (LTC), ossia la tutela assicurativa per gli interventi assistenziali o sanitari di lunga durata a favore degli associati non autosufficienti, ovvero di coloro in quali non siano in grado di compiere, con continuità e senza un aiuto esterno, le attività elementari della vita quotidiana.

Ai beneficiari di tale tutela assistenziale – ulteriore pilastro di quel welfare integrato che oramai sta divenendo il compito più ampio delle Casse di previdenza ed assistenza per i liberi professionisti – Inarcassa garantirà un’indennità mensile, non reversibile, “vita natural durante” (ovvero, in alternativa, fino alla riacquisizione dello stato di autosufficienza ove la condizione di bisogno sia reversibile). Posti i requisiti medico-sanitari, la tutela è assicurata agli Ingegneri ed Architetti che – alla data della domanda – possano far valere 5 anni continuativi di iscrizione e contribuzione, con esclusione di chi – alla futura data di entrata in vigore della normativa – avrà compiuto i 75 anni d’età. Il Regolamento attuativo di tale tutela verrà pubblicato da Inarcassa all’esito dell’approvazione ministeriale.

Le modifiche al sistema di calcolo pensionistico in vigore dal 2015 – coefficienti di trasformazione e riduzione
Detto delle misure in itinere, il 3 novembre scorso i Ministeri Vigilanti hanno comunicato l’avvenuta approvazione e la conseguente entrata in vigore di ulteriori aggiornamenti della disciplina previdenziale degli Ingegneri ed Architetti iscritti ad Inarcassa.

Rammentiamo, in proposito, che l’art.33 del Regolamento della Previdenza della Cassa prevede l’annuale aggiornamento dei coefficienti di trasformazione per il calcolo della quota contributiva delle pensioni, da operarsi tenendo conto degli incrementi medi della speranza di vita per la coorte che raggiunge l’età pensionabile ordinaria.

In attuazione di tale onere, Inarcassa ha provveduto, appunto ai predetti aggiornamenti pervenendo – in ragione dell’incremento dell’aspettativa di vita “specifica” delle categorie professionali assicurate e sulla base dei dati ISTAT – ad una riduzione dell’1% del coefficiente riferito ai nati nel 1950 (ossia la coorte che maturerà il requisito anagrafico di pensionamento nel 2015) rispetto alle elaborazioni operate per l’anno in corso in relazione ai nati nel 1949. Il tutto, secondo la progressione risultante dall’aggiornamento della tabella H50 allegata al presente articolo.
Il passaggio da impiegato a operaio può ritenersi legittimo, se previsto da un accordo sindacale in occasione di una riduzione di personale – A fini di tutela dell’occupazione (Cassazione Sezione Lavoro n.11806 del 7 settembre 2000, Pres. Ianniruberto, Rel. Stile). La tutela della professionalità del lavoratore è garantita dall’art.2103 cod. civ., secondo cui egli deve essere adibito alle mansioni proprie della sua qualifica ovvero a compiti equivalenti agli ultimi effettivamente svolti.

Si tratta di una disposizione imperativa alla quale è consentito derogare soltanto allo scopo di tutelare l’occupazione. In particolare la legge n.223 del 1991 prevede all’art. 4 che, in caso di riduzione del personale, con accordi sindacali si può stabilire, per evitare il licenziamento di un lavoratore le cui mansioni siano state soppresse, che egli sia destinato a compiti diversi, anche in deroga a quanto disposto dall’art.2103 cod. civ.

M.G., dipendente della S.p.A. Merloni Elettrodomestici con qualifica di impiegata, in occasione di una riduzione di personale avvenuta nel 1992 è stata destinata, con accordo sindacale concluso in base all’art. 4 della legge n.223/91, a mansioni di operaia. Poiché ha rifiutato di svolgere le nuove mansioni, ritenendole dequalificanti, le è stata applicata la sanzione disciplinare del licenziamento. Nel giudizio che ne è seguito il Pretore di Aversa ha annullato il licenziamento.

Questa decisione è stata riformata, in grado di appello, dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, che ha giudicato legittimo il licenziamento in quanto ha ritenuto che la modifica delle mansioni fosse consentita dalla legge n.223/91.

La lavoratrice ha proposto ricorso per cassazione, sostenendo che l’art.4 della legge n.223 del 1991 deve essere interpretato nel senso che esso escluda la possibilità di destinare un impiegato a mansioni di operaio: ciò in quanto quella tra operaio e impiegato costituisce distinzione essenziale del nostro ordinamento, il cui mancato rispetto potrebbe essere fonte di conseguenze pericolose per l’integrità psico-fisica del lavoratore, il quale, in possesso di una professionalità radicalmente diversa, si troverebbe ad operare in ambienti con notevole esposizione al rischio di infortuni.

La Suprema Corte (Sezione Lavoro n.11806 del 7 settembre 2000, Pres. Ianniruberto, Rel. Stile) ha rigettato il ricorso della lavoratrice.

L’art.4 della legge n.223/91 – ha affermato la Corte – disponendo che nel corso delle procedure di mobilità, gli accordi sindacali, al fine di garantire il reimpiego almeno ad una parte dei lavoratori, possono stabilire che il datore di lavoro assegni, in deroga all’art.2103 cod. civ., mansioni diverse da quelle svolte, non solo sottintende, con tutta chiarezza, la possibilità di attribuzione di mansioni anche peggiorative, ma non pone alcuna preclusione nell’assegnazione delle mansioni inferiori, anche attribuendo all’impiegato quelle proprie dell’operaio. Ciò si spiega – ha osservato la Corte – considerando che trattasi di un rimedio per evitare il licenziamento.

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