Il licenziamento per cumulo di assenze per malattia

0
13

Il licenziamento per cumulo di assenze per malattia può essere ritenuto illegittimo se il lavoratore ha prestato servizio per un congruo periodo dopo la scadenza del comporto – In base all’art.2110 cod. civ. (Cassazione Sezione Lavoro n.1438 del 23 gennaio 2008, Pres. Senese, Rel. De Renzis).

Salvatore L. dipendente dell’AMIAT Azienda Multiservizi Igiene Ambientale si è ripetutamente assentato dal lavoro per malattia. Il 23 gennaio 2002 l’azienda gli ha comunicato che egli aveva cumulato 345 giorni di assenza per malattia, ossia 21 giorni meno del limite massimo previsto dal contratto collettivo. Il lavoratore ha ripreso servizio il 29 gennaio 2002 ed ha lavorato ininterrottamente fino al 15 maggio 2002. Si è quindi assentato per infortunio sino al 9 settembre 2002; ha poi ottenuto un congedo parentale di un mese ed ha ripreso servizio il 10 ottobre 2002. Egli è stato licenziato l’11 ottobre 2002, con motivazione riferita al superamento del periodo di comporto di malattia scaduto il 26 gennaio 2002.

Il Tribunale di Torino al quale il lavoratore si è rivolto, ha annullato il licenziamento. La Corte d’Appello di Torino ha rigettato l’impugnazione proposta dall’azienda, osservando che il lavoratore, dopo il superamento del periodo di comporto, aveva lavorato per circa quattro mesi e che aveva successivamente ottenuto un congedo parentale; pertanto la condotta dell’azienda doveva ritenersi incompatibile con la volontà di risolvere il rapporto. L’Amiat ha proposto ricorso per cassazione, censurando la decisione della Corte di Torino per vizi di motivazione e violazione di legge.

La Suprema Corte (Sezione Lavoro n.1438 del 23 gennaio 2008, Pres. Senese, Rel. De Renzis) ha rigettato il ricorso. Il giudice di appello – ha osservato la Corte – si è dato cura di ricostruire con diligenza lo svolgimento dei fatti ed il comportamento di entrambe le parti, puntualizzando che il susseguirsi delle date di assenze dal lavoro e relative riprese dimostra in maniera univoca come il lavoratore, dopo il superamento del periodo di comporto, lavorò per quasi quattro mesi e, quando doveva tornare in servizio, ottenne un congedo per motivi parentali; la conclusione del giudice di appello è stata pertanto nel senso che tutta la complessiva vicenda è incompatibile con una volontà rescissoria del datore di lavoro, in quanto un periodo ininterrotto di servizio di oltre tre mesi non avrebbe potuto non considerarsi rilevante ai fini della tempestività del recesso, ben potendo in detto periodo essere esperito ogni utile controllo.

In questo modo – ha osservato la Corte – il giudice di appello, nel procedere alla verifica della tempestività del recesso, si è attenuto all’orientamento, espresso dalle sentenze Cass. n.7047 del 2003 e n.6057 del 1998, secondo il quale nell’ipotesi di licenziamento del lavoratore per superamento del periodo di comporto, il tempo decorso tra la data di detto superamento e quella di licenziamento può consentire di stabilire se la durata di esso sia tale da risultare oggettivamente incompatibile con la volontà di porre fine al rapporto; la valutazione va operata apprezzando l’intero contesto delle circostanze all’uopo significative, in modo tale da poter contemperare le esigenze del lavoratore alla certezza della vicenda contrattuale con quelle dell’impresa per i necessari controlli.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here