Il lavoro occasionale accessorio a maglie strette

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L’annunciato intervento normativo della riforma, nel voler modificare tale istituto contrattuale per limitarne “l’uso improprio e distorsivo” e combattere “la precarietà che ne deriva”, mira anzitutto a introdurre misure correttive dell’art.70 del d.lgs. n.276/2003 per “restringere il campo di operatività” del lavoro occasionale accessorio.

Il lavoro occasionale accessorio, mediante “voucher” o “buoni lavoro” (altra felice intuizione di Marco Biagi del quale, forse mai come in queste ore, si avverte enormemente il peso dell’assenza), vorrebbe rappresentare uno dei punti di intervento più qualificanti, a contrasto della ritenuta “flessibilità cattiva”, all’interno del disegno normativo di riforma delineato dal Consiglio dei Ministri del 23 marzo 2012.

Tre sembrano essere, per come enucleati nel paragrafo 2.9. del testo finora divulgato (“La riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita”, pag. 8), i canali di intervento proposti:

introdurre misure correttive dell’art.70 del d.lgs. n.276/2003 per “restringere il campo di operatività” dell’istituto; regolare il “regime orario” dei buoni lavoro; consentire che i voucher siano “computati ai fini del reddito” necessario per il permesso di soggiorno. Per tentare di comprendere le prospettive concrete di riforma occorre ripercorrere, pur sinteticamente, la disciplina attuale.

Il lavoro accessorio deve essere, in ogni caso, affrontato in una dimensione dinamico-evolutiva, nella consapevolezza che si tratta dell’istituto della precedente riforma del mercato del lavoro introdotta dal d.lgs. n.276/2003 che ha trovato attuazione per ultimo, a partire dall’estate 2008, per effetto della profonda rimodulazione dell’assetto normativo operata dal decreto legge n.112/2008, convertito nella legge n.133/2008, ma che ha dato ottima prova di sé a contrasto del lavoro sommerso, in particolare con riguardo al lavoro domestico, al lavoro in agricoltura e ai piccoli lavori di giardinaggio, pulizia e manutenzione.

Non poche sono le voci che si possono annoverare nel tentativo di inquadramento della fattispecie lavorativa in argomento: vi è chi si è speso per la natura della prestazione come autonoma, chi invece ha parlato di contratto di lavoro autonomo speciale e non è mancato neppure chi ha parlato di contratto di lavoro a disciplina speciale; d’altra parte, il lavoro accessorio non presenta astrattamente caratteristiche definitorie e classificatorie universalmente valide, essendo possibile qualificarne le prestazioni soltanto in base alle concrete modalità di svolgimento di esse. Si tratta, piuttosto, di un “lavoro senza contratto”, il quale si caratterizza a tratti come puramente autonomo e a tratti come chiaramente subordinato, ma per il quale il Legislatore sceglie un trattamento normativo di tipo speciale e innovativo, una sorta di “all inclusive” di prestazioni retributive, previdenziali e assicurative, senza alcun obbligo di tipo documentale o adempimenti di altra natura.

Nel testo originario del d.lgs. n.276/2003, l’art. 70 introduceva, in sede sperimentale, il “lavoro accessorio”, rivolto a soggetti a rischio di esclusione sociale o non entrati nel mondo del lavoro o in procinto di uscirne, la cui caratteristica essenziale era data dalla occasionalità, che scaturiva dalla brevità della prestazione e dal compenso complessivamente percepito, con riferimento a lavori meramente occasionali e accessori tassativamente elencati: piccoli lavori domestici a carattere straordinario, compresa l’assistenza domiciliare ai bambini ed alle persone anziane, ammalate o con handicap; insegnamento privato complementare; piccoli lavori di giardinaggio, nonché di pulizia e manutenzione di edifici e monumenti; realizzazione di manifestazioni sociali, sportive, culturali o caritatevoli; collaborazione con Enti pubblici e associazioni di volontariato per lo svolgimento di lavori di emergenza, come quelli dovuti a calamità o eventi naturali improvvisi, o di solidarietà.

Nell’attuale disciplina normativa, invece, l’uso corretto e la diffusione del lavoro accessorio sono previsti, quale utile strumento di contrasto al lavoro “in nero”, per quelle particolari categorie di lavoratori e per le attività lavorative che tradizionalmente sfuggono ad una ordinaria riconduzione a forme di lavoro regolari, fermo restando il limite economico (5000,00 euro netti) per ciascun committente in ragione di anno solare. Sul punto la Circolare Inps n.88 del 9 luglio 2009 ha sancito che per prestazioni di lavoro occasionale accessorio devono intendersi le “attività lavorative di natura meramente occasionale e accessorie non riconducibili a tipologie contrattuali tipiche di lavoro subordinato o di lavoro autonomo”, definite dalla norma “con la sola finalità di assicurare le tutele minime previdenziali e assicurative in funzione di contrasto a forme di lavoro nero e irregolare”.

Per effetto dell’art. 22 del decreto legge n.112/2008, convertito con modificazioni dalla legge n. 133/2008, e, più di recente, dell’art. 7-ter del decreto legge n. 5/2009, come convertito, con modificazioni, dalla legge n.33/2009, e da ultimo della legge n.191/2009, la disciplina del lavoro occasionale accessorio, contenuta negli articoli 70 e 72 del d.lgs. n. 276/2003, già più volte oggetto di modifica negli ultimi anni, si completa.

Più specificamente, con riferimento al campo di applicazione un primo gruppo di attività che possono essere svolte nelle forme del lavoro occasionale accessorio sono identificate, dunque, in ragione delle loro caratteristiche oggettive: 1) Lavori domestici; 2) Lavori di giardinaggio, pulizia e manutenzione di edifici, strade, parchi e monumenti; 3) Insegnamento privato supplementare; 4) Manifestazioni sportive, culturali, fieristiche o caritatevoli e di lavori di emergenza o di solidarietà; 5) Attività agricole; 6) Consegna porta a porta e vendita ambulante di stampa periodica e quotidiana; 7) Nell’impresa familiare di cui all’art. 230-bis cod.civ.; 8 ) Lavoro nei maneggi e nelle scuderie.

Un secondo gruppo di attività che si possono svolgere in lavoro accessorio sono identificate, invece, in base alle specifiche categorie di lavoratori che possono essere chiamate ad eseguire prestazioni lavorative con voucher in qualsiasi settore produttivo: 1) Giovani al di sotto dei 25 anni, regolarmente iscritti a cicli di studi presso l’università o un istituto scolastico di ogni ordine e grado e compatibilmente con gli impegni scolastici; 2) Pensionati; 3) Percettori di prestazioni integrative del salario o di sostegno del reddito per qualsiasi settore di attività; 4) Lavoratori in regime di part-time (tranne che presso il datore di lavoro titolare del contratto a tempo parziale).

Sul piano degli effetti economici, la caratteristica essenziale della tipologia lavorativa che raccoglie le prestazioni occasionali accessorie è data dal sistema dei buoni lavoro (c.d. voucher) con i quali i committenti corrispondono ai lavoratori accessori la retribuzione, contestualmente versando la contribuzione a fini previdenziali.

Il valore nominale di ciascun buono, pari a 10 euro, infatti, comprende, oltre alla retribuzione, anche la contribuzione previdenziale in favore della Gestione separata dell’Inps (per una quota del 13%) e l’assicurazione all’Inail (per una quota del 7%), oltre ad un ulteriore compenso all’Inps per la gestione del servizio (pari al 5%), per un valore netto, a favore del prestatore di lavoro accessorio, pari a 7,50 euro. Se poi i buoni non vengono corrisposti in ragione di una parametrazione diretta con le ore di lavoro prestate, va ricordato anche che le somme percepite dal lavoratore mediante l’incasso dei voucher è esente da qualsiasi imposizione fiscale e non incide sullo stato di disoccupato.

L’annunciato intervento normativo, dunque, nel voler modificare tale istituto contrattuale per limitarne “l’uso improprio e distorsivo” e combattere “la precarietà che ne deriva”, mira anzitutto a introdurre misure correttive dell’art.70 del d.lgs. n.276/2003 per “restringere il campo di operatività” del lavoro occasionale accessorio.

Non è dato comprendere in quale direzione intenda muoversi, concretamente, la riforma, ma sembrerebbe emergere sullo sfondo il ritorno alla versione originaria del d.lgs. n. 276/2003, con una significativa riduzione delle tipologie di attività per le quali sarà possibile operare con i buoni lavoro e, probabilmente, con una sensibile restrizione delle categorie di lavoratori occupabili.

Altro aspetto di sicuro rilievo della riforma è quello che attiene alla regolamentazione ex novo del “regime orario” dei voucher, la quale parrebbe doversi inquadrare nel tentativo di parametrare il valore dei buoni lavoro alle ore di lavoro effettivamente prestate, presumibilmente con una comparazione per equivalente rispetto alla retribuzione prevista dai contratti collettivi nazionali di lavoro applicabili alle prestazioni lavorative per le quali si consente il ricorso al lavoro accessorio, in ragione della equivalenza delle mansioni svolte.

La terza prospettiva riformatrice è l’unica di maggiore dettaglio e riguarda la possibilità di considerare i voucher nel quadro reddituale (“computati ai fini del reddito”) e, conseguentemente, assoggettati a imposizione fiscale, sebbene nel testo reso noto tale previsione sembrerebbe ricomprendere soltanto i lavoratori extracomunitari (allo scopo dichiarato di consentire il conseguimento del rilascio o del rinnovo del permesso di soggiorno), onde evitare profili di grave incostituzionalità della norma, la previsione dovrà inevitabilmente estendersi alla generalità dei prestatori di lavoro a prescindere, evidentemente, dalla loro nazionalità.

In conclusione, peraltro, soltanto la concreta traduzione legislativa dell’annunciata riforma con riguardo al lavoro occasionale accessorio potrà determinare le residue possibilità di utilizzo dei voucher, il valore di essi e le caratteristiche delle prestazioni lavorative per le quali possono essere corrisposti i buoni lavoro e secondo quali parametri obiettivi, di tipo giuridico ed economico, tale corresponsione debba avvenire.

Fin d’ora, tuttavia, è piuttosto agevole prevedere che lo straordinario successo di tale istituto, nel contrasto al lavoro sommerso, non potrà essere facilmente eguagliabile, basti pensare che, per effetto delle riforme del 2008 e del 2009, a fine ottobre 2011 i voucher venduti facevano registrare quasi quota 25 milioni, dei quali oltre 11 milioni e mezzo soltanto nel 2011, con un incremento dell’87,4% rispetto al 2010 (fonte: www.cliclavoro.gov.it). Ma vi sarà anche da domandarsi, purtroppo, quanti rapporti di lavoro occasionale accessorio torneranno, malauguratamente e drammaticamente, nel sommerso e con quali strumenti sarà possibile eventualmente recuperarli alla legalità, davvero “in una prospettiva di crescita”.

Fonte: Pierluigi Rausei – Il Quotidiano Ipsoa

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