Il Lavoro in Italia è ImMobilità

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Allarmanti sono i dati che riguardano la disoccupazione giovanile oggi in Italia, basti pensare che proprio gli ultimi numeri parlano di oltre 600mila posti persi, e stiamo parlando solo del 2012, e la situazione in questi primi mesi del 2013, non tende a un miglioramento. L’articolo n.1 della nostra Costituzione recita che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, ma il lavoro non c’è, ed i numeri parlano da soli. Soprattutto i giovani, sono oggi la categoria più svantaggiata, i giovani 30enni, che magari hanno perso il lavoro per la crisi che attanaglia ormai da troppo tempo il nostro Paese. Giovani che oggi per avere un contratto sono costretti ad aprire la partita iva.

Basti pensare che solo l’anno scorso, ne sono state aperte circa 549mila, e l’aumento è particolarmente marcato tra i ragazzi che hanno meno di 35anni e che si trovano paradossalmente più in difficoltà rispetto ai neolaureati. Sono cresciute anche le partite iva in capo alle donne e a coloro che maggiormente cercano lavoro nel Mezzogiorno. Chi lavora con partita iva offre una prestazione come libero professionista. In questo caso si dovrebbe intendere che il soggetto collabori come esterno per un ruolo specifico, e invece purtroppo nella realtà dei fatti si tratta di persone occupate alla stregua di lavoratori dipendenti ma prive delle stesse tutele. In questo caso l’aspetto vessatorio è chiaro, e per il datore di lavoro significa raggirare in pieno le norme in materia di tributi e tutela del lavoratore.
In pratica le società spingono i dipendenti ad aprire partita iva: questi figurano quindi come consulenti esterni anche se in realtà sono trattati come lavoratori normali. In questo caso, vengono meno tutti i vantaggi della libera professione, come ad esempio la possibilità di avere più committenti. La deregulation per le aziende che assumono (ma non formalmente) è pressoché totale: non sono previste tariffe minime, ferie, malattie etc.
A confermare quest’abuso, sono i dati che vedono la libera professione espandersi in ogni campo, da quello legale all’architettura, dal settore assicurativo a quello pubblicitario, dall’ingegneria all’informatica, dall’archeologia all’editoria etc.

Un altro ostacolo che si incontra poi, quando si cerca lavoro è quello che riguarda le cosiddette categorie protette. Oggi la loro tutela è disciplinata dalla legge 68/1999, questa obbliga le aziende con più di 15 dipendenti ad inserire nel contesto lavorativo un determinato numero di persone appartenenti a questa categoria ( invalidi, orfani di guerra, vittime del terrorismo ecc. ecc.), incentivandole con degli sgravi fiscali anche molto appetibili, il che implica naturalmente che i posti di lavoro diminuiscono per le persone che non fanno parte delle suddette. Tutto questo lo si riscontra facendo una semplice ricerca sui più comuni motori di ricerca di lavoro, tra i quali Infojobs, qui la percentuale di annunci riservati alle categorie protette è veramente notevole, e molte volte si tratta di posti di lavoro anche molto ambiti.

Per non parlare poi del discorso tasse sul lavoro, che è un altro stop al quale ci troviamo davanti durante la ricerca di un posto fisso. Oggi le aziende fanno ricorso ai contratti di lavoro precari non tanto per esigenze di flessibilità, ma per ridurre le tasse sul lavoro e gli altri contributi che pesano in misura molto maggiore sui contratti di lavoro dipendente. Quando, infatti, è stipulato un contratto a tempo determinato o indeterminato, il peso fiscale aumenta talmente tanto che si tentano diversi escamotage, tra i quali diminuire la posizione economica a seconda del contratto collettivo di riferimento oppure pagare una parte dello stipendio facendola risultare come premio per obiettivi raggiunti, tutto questo però va a discapito del lavoratore al quale sono pagati meno i contributi che alla fine costituiranno il suo sostentamento futuro, la pensione.

Uno degli obiettivi del nostro nuovo governo, dovrebbe essere quello di detassare le aziende che vogliono investire sui giovani. Ad esempio, le imprese della green economy, sono destinate a far crescere i posti di lavoro e vanno aiutate in questo senso. La Green Italy, vanta già oggi almeno 360mila aziende, il 25 per cento del totale investe in tecnologie e sistemi ‘verdi’, capaci di ridurre il consumo di risorse naturali ed energetiche assicurando nello stesso tempo la crescita di valore aggiunto. Inoltre quasi il 40 per cento dei nuovi occupati sono legati agli investimenti verdi, mentre il 35 per cento delle imprese che investono in tecnologie e in sistemi ‘green’ ha una presenza importante nei mercati internazionali contro meno del 25 per cento dell’insieme di tutte le imprese. La detassazione, per la green economy, comporterebbe maggiori vantaggi derivanti dall’occupazione aggiuntiva e dall’aumento dei fatturati.

Fonte: Alessia Rigoli – Redazione Lavorofisso.com