Il lavoro a progetto perde il programma

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DDL n.3249, di riforma del mercato del lavoro: numerose modifiche interessano il contratto di lavoro a progetto, che perde la possibilità di configurarsi come programma di lavoro o fase di esso. Numerose modifiche interessano il contratto di lavoro a progetto, che perde la possibilità di configurarsi come programma di lavoro o fase di esso.

Viene, inoltre, introdotto un salario di riferimento, viene prevista la conversione in rapporto di collaborazione coordinata e continuativa di quei rapporti di lavoro autonomo, con partita i.v.a. che siano manifestatamente fittizi.

Sostituito il comma 1 dell’articolo 61 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n.276, pertanto, con l’entrata in vigore della legge di riforma i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa prevalentemente personale e senza vincolo di subordinazione, di cui all’articolo 409, numero 3), del codice di procedura civile, devono essere riconducibili a uno o più progetti specifici, determinati dal committente e gestiti autonomamente dal collaboratore.

La specificità del progetto è accentuata dalla previsione che esso deve essere funzionalmente collegato a un determinato risultato finale. Inoltre, come più volte sancito dalla giurisprudenza di merito, il progetto non può consistere in una mera riproposizione dell’oggetto sociale del committente, avuto riguardo al coordinamento con l’organizzazione del committente e indipendentemente dal tempo impiegato per l’esecuzione dell’attività lavorativa.

Pertanto, nel contratto di lavoro (da stipulare in forma scritta) dovrà esservi la descrizione del progetto, con individuazione del suo contenuto caratterizzante e del risultato finale che si intende perseguire. Il contratto a progetto non può comportare lo svolgimento di compiti meramente esecutivi o ripetitivi, che potranno anche essere individuati dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale. Con l’aggiunta di un nuovo periodo al comma 2 dell’articolo 69, si sancisce che il rapporto di lavoro a progetto è considerato ti di lavoro subordinato sin dalla data della sua costituzione, quando l’attività del collaboratore sia svolta con modalità analoghe a quella svolta dai lavoratori dipendenti dell’impresa committente, fatte salve le prestazioni di elevata professionalità che possono essere individuate dai contratti collettivi. Si tratta di una presunzione relativa, stante che il committente potrà fornire prova contraria.

L’articolo 69 del D.lgs. n.276/2003 viene, invece, interpretato nel senso che l’individuazione di uno specifico progetto costituisce elemento essenziale di validità del rapporto di collaborazione coordinata e continuativa, la cui mancanza determina la costituzione di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato.

Presunzione assoluta, quindi, non relativa come era stato riconosciuto da una parte della giurisprudenza di merito. Il compenso corrisposto ai collaboratori, oltre ad essere proporzionato alla qualità e quantità della prestazione non potrà scendere sotto minimi che, in mancanza di previsioni specifiche, saranno riferite alle retribuzioni applicate nello stesso settore per mansioni equiparabili svolte dai lavoratori dipendenti.

Si considerano rapporti di collaborazione coordinata e continuativa le prestazioni rese da persone titolari di partita i.v.a. quando: la collaborazione abbia una durata complessivamente superiore a otto mesi nell’arco dell’anno solare; il corrispettivo derivante da tale collaborazione, anche se fatturato a più soggetti riconducibili al medesimo centro d’imputazione di interessi, costituisca più del 80 per cento dei corrispettivi complessivamente percepiti dal collaboratore nell’arco dello stesso anno solare; il collaboratore disponga di una postazione fissa di lavoro presso una delle sedi del committente.

Con l’aggiunta dell’articolo 69-bis al D.lgs.n.276/2003 si disciplina questa materia con riferimento ai rapporti instaurati dopo l’entrata in vigore della legge di riforma, fermo restando che la presunzione di cui sopra non opera qualora la prestazione lavorativa presenti i seguenti requisiti: a) sia connotata da competenze teoriche di grado elevato acquisite attraverso significativi percorsi formativi, ovvero da capacità tecnico-pratiche acquisite attraverso rilevanti esperienze maturate nell’esercizio concreto di attività; b) sia svolta da soggetto titolare di un reddito annuo da lavoro autonomo non inferiore a 1,25 volte il livello minimo imponibile ai fini del versamento dei contributi previdenziali di cui all’articolo 1, comma 3, della legge 2 agosto 1990, n.233.

Nemmeno la presunzione opera quando la prestazione lavorativa è svolta nell’esercizio di attività professionali per le quali l’ordinamento richiede l’iscrizione ad un ordine professionale, ovvero ad appositi registri, albi, ruoli o elenchi professionali qualificati e detta specifici requisiti e condizioni. Alla ricognizione delle predette attività si provvede con decreto del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, da emanare, in fase di prima applicazione, entro tre mesi dalla data di entra in vigore della presente disposizione, sentite le parti sociali.

Fonte: Alfredo Casotti e Maria Rosa Gheido – Il Quotidiano Ipsoa

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