I licenziamenti esclusi dal tentativo obbligatorio di conciliazione

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Il decreto legge n.76/2013, convertito con modificazioni in legge, esclude dal novero dei licenziamenti soggetti alla procedura obbligatoria di conciliazione alcune tipologie di licenziamento, tra cui quello per superamento del periodo di comporto. Il decreto legge 28 giugno 2013, n.76, convertito dalla legge 9 agosto 2013, n.99, ha modificato la disciplina dei licenziamenti per motivi economici introdotta dalla Riforma Fornero.

L’articolo 7, comma 4 del provvedimento in esame, infatti, ha previsto l’esclusione di talune ipotesi di licenziamento da quelle riconducibili al giustificato motivo oggettivo nonché alcune modifiche finalizzate a spingere le parti a partecipare all’incontro presso le Direzioni Territoriali del Lavoro.

Le modifiche riguardano i licenziamenti per giustificato motivo disciplinati dall’articolo 3 della legge 604/1966 ed in particolare le procedure per adottarlo.

Ricordiamo che l’articolo 1, comma 40, della legge 92/2012 ha introdotto per i licenziamenti economici intimati da datori di lavoro ricadenti nella disciplina della tutela reale, l’obbligo di formulare una istanza preventiva alla Commissione provinciale di conciliazione istituita presso le Direzioni Territoriali del Lavoro al fine di tentare di individuare ipotesi che consentano di evitare il licenziamento attraverso un tentativo di conciliazione. Procedura il cui mancato esperimento comporta il vizio della procedura con conseguente inefficacia della risoluzione del rapporto di lavoro sanzionata con una indennità risarcitoria omicomprensiva da 6 a 12 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, salvo che oltre al vizio di procedura il lavoratore non contesti anche le motivazioni adottate nel qual caso si applica la più grave disciplina generale prevista per i casi di illegittimità del licenziamento.

Il primo punto su cui è intervenuto il legislatore con la legge 99/2013 riguarda l’esclusione dalla procedura prevista nell’articolo 7 della legge 604/1966 quelli intimati:

– in caso di licenziamento per superamento del periodo di comporto di cui all’art.2110 c.c.; si tratta della possibilità per i datori di lavoro di risolvere il rapporto di lavoro trascorso il periodo di conservazione del posto previsto dai contratti collettivi, e derivante dalla impossibilità sopravvenuta della prestazione lavorativa;- in conseguenza di cambi di appalto, ai quali siano succedute assunzioni presso altri datori di lavoro, in attuazione di clausole sociali che garantiscano la continuità occupazionale prevista dai contratti collettivi nazionali di lavoro stipulati dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale;- relativamente ai rapporti di lavoro a tempo indeterminato nel settore delle costruzioni edili per completamento delle diverse fasi lavorative e chiusura del cantiere.

Su tali modifiche è intervenuto il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociale – Direzione per le Attività Ispettive con la circolare n.35/2013 del 29 agosto scorso che, oltre a ricordare le esclusioni evidenziate in precedenza, si sofferma sulle altre due novità contenute nel provvedimento e cioè sulla data di efficacia del licenziamento e sulle conseguenze della mancata partecipazione alla conciliazione.

Sul primo aspetto, viene evidenziata la novità illustrata in precedenza che peraltro ratifica l’interpretazione ministeriale già contenuta nella circolare n.37 del 16 gennaio 2013 e cioè che non rientrano tra le ipotesi che richiedono la procedura quelle citate di cui all’art. 2110.

Una modifica quanto mai necessaria alla luce delle differenti interpretazioni giurisprudenziali registrate. Nell’occasione, il legislatore ha colto l’occasione per estendere le ipotesi di esclusione anche alle due fattispecie evidenziate in precedenza e che apparivano un onere burocratico inutile considerate le ragioni da cui prendeva le mosse il licenziamento.

Il Ministero evidenzia poi la previsione ribadita dal D.L. n.76/2013 secondo il quale, se fallisce il tentativo di conciliazione e, comunque, decorso il termine di sette giorni per la trasmissione, da parte della Direzione Territoriale del Lavoro, della convocazione al datore di lavoro e al lavoratore, “il datore di lavoro può comunicare il licenziamento al lavoratore”, che – lo ricordiamo – decorre, ai sensi dell’art.1, comma 41 della legge 92/2012, dalla data in cui il datore di lavoro ha effettuato la comunicazione alla Commissione.

Inoltre, viene sottolineata la novità inserita nel comma 6 dell’art.7 legge 604/1966 in cui è previsto che “la mancata presentazione di una o entrambe le parti al tentativo di conciliazione è valutata dal giudice ai sensi dell’articolo 116 del codice di procedura civile”. In quest’ultimo caso, fatto comunque salvo il “legittimo e documentato impedimento del lavoratore a presenziare all’incontro” presso la Commissione provinciale di conciliazione, la procedura si esaurisce ma l’assenza verrà valutata in un eventuale giudizio ai sensi dell’art.116 c.p.c., quale argomento di prova da parte dell’autorità giudiziaria.

Fonte: Ipsoa.it

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