Gravidanza, riposo, impossibilità di cercare lavoro: madri UE tutelate

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Una donna che smetta di lavorare o di cercare un impiego a causa delle limitazioni fisiche collegate alle ultime fasi della gravidanza e al periodo successivo al parto conserva la qualità di “lavoratore” di cui all’art. 45 TFUE, e le relative indennità, purché riprenda il suo lavoro o trovi un altro impiego entro un ragionevole periodo di tempo dopo la nascita di suo figlio.

Il caso Saint Prix ha dato l’opportunità alla Corte di Giustizia di confermare l’elevato grado di tutela che l’Ue accorda alle lavoratrici madri.

La sig.ra Jessy Saint Prinx è una cittadina francese giunta nel 2006 nel Regno Unito, dove ha lavorato come insegnante ausiliaria dal 1° settembre 2006 al 1° agosto 2007.

La Saint Prix si è anche iscritta a un corso presso l’università di Londra per abilitarsi all’insegnamento, ma lo ha lasciato quando ha saputo di essere incinta.

Sino al sesto mese di gravidanza è riuscita a lavorare come interinale presso scuole materne, ma poi lo ha abbandonato, perché ormai troppo faticoso, per riprenderlo tre mesi dopo il parto.

Prima del parto, comunque, la sig.ra Saint Prix aveva presentato una domanda di indennità integrativa del reddito che, però, è stata respinta dal Secretary of State: da qui è sorta una controversia legale che ha portato la questione sino alla Corte di Giustizia dell’Ue, alla quale è stato chiesto se una donna incinta che cessi temporaneamente di lavorare a causa della gravidanza debba essere considerata un “lavoratore” ai fini della libera circolazione dei lavoratori sancita dall’art.45 TFUE e del diritto di soggiorno conferito dall’art.7 della direttiva 2004/38.

Tale nozione si estende alle donne incinte che lasciano il proprio impiego per un periodo ragionevole?
La Corte di giustizia ha, risposto di sì, accordando di fatto, un maggior grado di tutela alle cittadine Ue in maternità: la circostanza che le condizioni fisiche collegate alle ultime fasi della gravidanza e al periodo successivo al parto costringano una donna a cessare di esercitare un’attività subordinata durante il periodo necessario al suo ristabilimento non è, in linea di principio, idonea a privare tale persona della qualità di “lavoratore”, ai sensi dell’articolo 45 TFUE.

Basta che riprendano il lavoro, o che ne trovino un altro, entro un lasso di tempo “ragionevole” dalla nascita del figlio, aspetto che spetta al giudice nazionale valutare.

Fonte: Ipsoa.it

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