Furto sul posto di lavoro: dimissioni per evitare la denuncia e violenza morale

0
60

Sorpreso a rubare sul posto di lavoro viene minacciato di denuncia e decide di presentare le dimissioni su “consiglio” dei superiori: esclusa la violenza morale. La minaccia di far valere un diritto, quale è teoricamente ravvisabile nella possibilità di denunciare alle competenti autorità fatti penalmente rilevanti, assume i caratteri della violenza morale soltanto se è diretta a conseguire un vantaggio ingiusto. Nel caso di specie, la prospettazione della denuncia, avuto riguardo al comportamento posto in essere dal lavoratore, costituiva un diritto esercitabile da parte del datore di lavoro, tale da costituire motivazione sufficiente ad escludere che la minaccia di denunciare il fatto potesse costituire esercizio di violenza psicologica volta a coartare ingiustamente la volontà del lavoratore al fine di conseguire vantaggi ingiusti quale un licenziamento altrimenti non ottenibile.

Con una interessante decisione, in tema di licenziamento, la Sezione Lavoro della Cassazione ha affermato che la violenza morale quando si concreta nella minaccia di far valere un diritto è causa invalidante di un contratto (o di un atto unilaterale, quali le dimissioni di un lavoratore dipendente), allorché il suo autore intenda perseguire un vantaggio esorbitante ed iniquo e che inoltre la minaccia è concretamente ravvisabile, sotto il profilo dell’effettiva funzione intimidatoria del comportamento, soltanto se venga prospettato un uso strumentale del diritto o del potere, diretto non solo alla realizzazione dell’interesse la cui soddisfazione è prevista dall’ordinamento, ma anche al condizionamento della volontà.

Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato tra un lavoratore e la società che ne aveva disposto il licenziamento.

In breve, i fatti.
La Corte d’appello confermava la sentenza del Tribunale di rigetto della domanda proposta da C.M.M. volta ad accertare l’illegittimità del licenziamento comminatogli dalla società A. previa dichiarazione di annullamento e/o nullità dell’atto di dimissioni.

La Corte esponeva in fatto che nel ricorso il C. aveva riferito che in data 5/10/2009, mentre stava svolgendo su di una nave da crociera mansioni di addetto alla vendita di beni food e non food e alla gestione della relativa cassa, era stato invitato ad una verifica di cassa dal sig. M. dell’Autogrill e da sig. C. commissario di bordo; che entrando nell’ufficio ove era stato invitato aveva preso dalla cassa una banconota di Euro 50 infilandosela nella tasca; che alla richiesta di spiegazioni aveva riferito che la banconota era di sua proprietà poiché regalatagli da un cliente che dovendo pagare Euro 47,00 con una banconota di Euro 100, dopo aver ricevuto il resto di Euro 3,00, si era allontanato dicendogli di trattenere il resto come mancia; che alla verifica di cassa era effettivamente emersa la differenza positiva di € 47,85; che nuovamente chiamato in ufficio dai suoi superiori il giorno 7/10/2009, nel corso di un interrogatorio definito dal lavoratore “bestiale, umiliante e minaccioso” fino al farlo piangere, gli si disse che sarebbe stato denunciato alle competenti autorità; che mentre era ancora in lacrime e fuori di sé aveva chiesto come avrebbe potuto evitare la denuncia ai carabinieri e che per risposta gli avevano messo davanti un foglio consigliandoli di dare le dimissioni per motivi personali per evitare la denuncia; che egli aveva sottoscritto le dimissioni e che subito dopo gli era stata consegnata una lettera di contestazione degli addebiti con sospensione cautelare.

La Corte d’appello affermava che nulla era emerso in sede istruttoria circa un interrogatorio del C. minaccioso come denunciato dal lavoratore; che era pacifico in causa che le dimissioni erano state rese per evitare la denuncia dell’episodio alle autorità competenti; che il danno grave ed ingiusto prospettato al C. era quello di denunciare l’episodio ai carabinieri; che tuttavia la paventata denuncia non avrebbe comportato alcun danno al C. in quanto il fatto denunciato non aveva alcuna particolare gravità e non era certo idoneo a comportargli conseguenze talmente gravi da coartare la sua volontà al punto di costringerlo a rendere le dimissioni.

Sulla base di tali considerazioni la Corte d’appello riteneva che non sussistesse una ipotesi di annullamento delle dimissioni perché estorte con violenza e minaccia e che pertanto, il rapporto doveva considerarsi risolto per dimissioni e non per licenziamento intervenuto quando il rapporto si era già risolto.

Contro la sentenza proponeva ricorso il lavoratore censurando il rigetto della domanda di annullamento delle dimissioni rassegnate per vizio del consenso e solo ed esclusivamente per evitare la denuncia ai carabinieri.

Lamentava che egli si trovava in uno stato di incapacità di intendere e volere ai sensi dell’art.428 c.c. per la quale non era necessaria la totale esclusione della capacità essendo sufficiente un turbamento psichico tale da impedire di apprezzare l’importanza dell’atto e la formazione di una volontà cosciente e che pertanto le dimissioni non corrispondevano all’effettiva volontà del lavoratore.

Deduceva che, contrariamente a quanto affermato dalla Corte d’appello nella parte in cui dichiarava che la paventata denuncia alle autorità non avrebbe comportato alcun danno in quanto il fatto denunciato non aveva alcuna particolare gravità e non era certo idoneo a comportargli conseguenze talmente gravi da coartare la sua volontà al punto da costringerlo alle dimissioni, al momento delle dimissioni non era a conoscenza di tali circostanze e che pertanto le sue dimissioni erano state condizionate dalle conseguenze connesse ad un’eventuale denuncia alle autorità.

Osservava infine che se, al momento delle dimissioni, avesse saputo le reali conseguenze della denuncia non avrebbe sottoscritto le dimissioni e che a fronte della forte pressione psicologica dei superiori di denunciare il fatto alle autorità, le cui conseguenze in quel momento apparivano drammatiche, era stato costretto a rassegnare le dimissioni.

La Cassazione ha respinto il ricorso del lavoratore, affermando un principio già presente nella giurisprudenza di legittimità ma che dev’essere in questa sede ricordato.

In particolare, ricordano i Supremi Giudici che la minaccia di far valere un diritto, quale è teoricamente ravvisabile nella possibilità di denunciare alle competenti autorità fatti penalmente rilevanti, assume i caratteri della violenza morale, invalidante il consenso prestato per la stipulazione del contratto, ai sensi dell’art. 1438 c.c., soltanto se è diretta a conseguire un vantaggio ingiusto, situazione che si verifica quando il fine ultimo perseguito consista nella realizzazione di un risultato che, oltre ad essere abnorme e diverso da quello conseguibile attraverso l’esercizio del diritto medesimo, sia iniquo ed esorbiti dall’oggetto di quest’ultimo, e non quando il vantaggio perseguito sia solo quello del soddisfacimento del diritto nei modi previsti dall’ordinamento.

La prospettazione della denuncia ai carabinieri, nel caso di specie, non si appalesava immotivata e strumentale ma, come riconosciuto dalla Corte di appello, avuto riguardo al comportamento posto in essere dal lavoratore, costituiva un diritto esercitabile da parte del datore di lavoro.

Ciò costituiva motivazione sufficiente ad escludere che la minaccia di denunciare il fatto ai carabinieri potesse costituire esercizio di violenza psicologica volta a coartare ingiustamente la volontà del lavoratore al fine di conseguire vantaggi ingiusti- quale un licenziamento altrimenti non ottenibile.

L’affermazione della Corte d’appello secondo cui la denuncia non avrebbe avuto conseguenze “talmente gravi” da coartare la volontà del lavoratore – e dunque era inidonea a costituire violenza morale – pur essendo una valutazione opinabile, tuttavia nulla aggiunge all’accertato diritto della società datrice di lavoro di denunciare l’episodio alle autorità competenti in presenza di un fatto penalmente rilevante ed alla conseguente esclusione che detta minaccia possa costituire violenza morale volta a coartare ingiustamente la volontà del lavoratore.

Da, qui, dunque, il rigetto l’accoglimento del ricorso.
Di rilievo le conseguenze pratiche della sentenza.

Ed invero, secondo l’interpretazione offerta dalla Cassazione, la violenza morale quando si concreta nella minaccia di far valere un diritto è causa invalidante di un contratto (o di un atto unilaterale, quali le dimissioni di un lavoratore dipendente), allorché il suo autore intenda perseguire un vantaggio esorbitante ed iniquo e che inoltre la minaccia è concretamente ravvisabile, sotto il profilo dell’effettiva funzione intimidatoria del comportamento, soltanto se venga prospettato un uso strumentale del diritto o del potere, diretto non solo alla realizzazione dell’interesse la cui soddisfazione è prevista dall’ordinamento, ma anche al condizionamento della volontà.

Fonte: Ipsoa.it

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here