Fondi pensione a ripartizione, possibili portabilità e riscatto

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Ribaditi dalla Cassazione la portabilità ed il riscatto nell’ambito dei fondi a ripartizione. La disciplina delle forme pensionistiche complementari si applica anche ai fondi pensionistici preesistenti all’entrata in vigore della legge delega (15 novembre 1992), quali che siano le loro caratteristiche strutturali e quindi non solo ai fondi a capitalizzazione individuale, ma anche a quelli a ripartizione o a capitalizzazione collettiva.

Con una interessante sentenza, la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione ha ribadito un importante principio in tema previdenziale, in particolare richiamando quanto di recente affermato dalle Sezioni Unite nel senso che la disciplina delle forme pensionistiche complementari si applica anche ai fondi pensionistici preesistenti all’entrata in vigore della legge delega (15 novembre 1992), quali che siano le loro caratteristiche strutturali e quindi non solo ai fondi a capitalizzazione individuale, ma anche a quelli a ripartizione o a capitalizzazione collettiva.

Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato tra alcuni dipendenti bancari e il fondo pensioni dell’istituto di credito.

In sintesi, i fatti.
La Corte di appello, in accoglimento del gravame proposto dal Fondo Pensioni del Personale della BNL ed in riforma della pronunzia del Tribunale, respingeva le domande proposte da alcuni dipendenti intese ad ottenere il trasferimento presso il Fondo di previdenza del nuovo datore di lavoro della contribuzione versata dalla precedente datrice di lavoro, al relativo fondo e condannava il Fondo di destinazione a restituire quanto ricevuto in dipendenza della decisione di primo grado.

Rilevava il giudice del gravame che l’immediata applicabilità dell’art.10 del d. Igs. 124/93, in punto di trasferibilità o riscatto delle relative posizioni previdenziali anche ai pregressi fondi pensione complementare, con conseguente nullità di eventuali disposizioni statutarie contrastanti, era limitata ai soli regimi complementari a capitalizzazione pura, nei quali cioè l’importo delle prestazioni era correlato unicamente alla contribuzione versata e che in tal senso era orientata la prevalente giurisprudenza di legittimità e di merito.

Con riferimento al caso di specie osservava la Corte del merito che la contribuzione del 4%, contrariamente alle ritenute a carico del dipendente e pacificamente trasferite, ai sensi della disciplina statutaria di cui all’art.27 ratione temporis vigente era destinata a confluire non già nel conto individuale del dipendente (contribuzione sulla base della quale era anche calcolata la prestazione), ma in un conto generale relativo, in ossequio al principio solidaristico, alla collettività indifferenziata degli iscritti.

Contro tale sentenza proponevano ricorso per cassazione i dipendenti, in particolare osservando che la lettura della previsione statutaria nel senso della limitazione della restituzione all’iscritto dei soli contributi dallo stesso versati era da ritenere erronea in quanto fondata sull’inesatta individuazione della “posizione individuale” con quello che gli artt. 27 e 28 dello stesso Statuto definiscono come “conto individuale”.

Rilevavano che la posizione individuale del lavoratore risulta composta dai versamenti affluiti sul “conto individuale” e da una parte cospicua dei versamenti effettuati dal datore di lavoro sul “conto generale” e che lo Statuto non pone la pretesa equazione tra posizione individuale e conto individuale che la Corte d’appello aveva fatto propria.

Evidenziavano come il recente orientamento di legittimità fosse nel senso che in tema di fondi previdenziali integrativi devono ritenersi ammessi il riscatto o, in alternativa, la portabilità della posizione previdenziale da un fondo preesistente cd. a prestazione definita, che si avvale, ai fini della determinazione delle risorse necessarie, del meccanismo della ripartizione, ad un fondo a capitalizzazione individuale posto che anche nell’ambito dei fondi a ripartizione è enucleabile e quantificabile una posizione individuale, secondo le metodologie di calcolo elaborate dalla statistica e della matematica attuariale.

Anche la evoluzione della produzione legislativa in materia era, secondo i due dipendenti, nel senso di svalutare integralmente l’opzione ermeneutica che esclude la portabilità ed il riscatto nell’ambito dei fondi a ripartizione, sia per la mancanza di una disciplina apposita per i fondi a prestazione definita, gestita secondo il sistema della ripartizione, sia perché l’argomento che fa leva sul dato testuale del riferimento alla posizione individuale è connotato da assoluta fragilità.

La Cassazione ha accolto il ricorso, affermando un principio già presente nella giurisprudenza della Suprema Corte ma che, per la sua importanza, dev’essere qui ribadito.

In particolare, ricordano gli Ermellini, è di recente intervenuta sulla specifica questione una pronunzia della Cassazione a Sezioni Unite che, a composizione del contrasto delineatosi tra due orientamenti, rispettivamente favorevole e contrario, alla portabilità, ha affermato il principio alla cui stregua il D.Lgs. 21 aprile 1993, n.124, art.10, (Disciplina delle forme pensionistiche complementari, a norma della L. 23 ottobre 1992, n.421, art.3, comma 1, lett. v)) si applica anche ai fondi pensionistici preesistenti all’entrata in vigore della legge delega (15 novembre 1992), quali che siano le loro caratteristiche strutturali e quindi non solo ai fondi a capitalizzazione individuale, ma anche a quelli a ripartizione o a capitalizzazione collettiva.

In particolare, le Sezioni Unite della Cassazione hanno rilevato come la “posizione previdenziale” individuale è ciò che risulta dai finanziamenti sia del lavoratore che del datore di lavoro. Essa rappresenta il valore che, tenuto conto delle caratteristiche e della specifica disciplina di ciascuna forma pensionistica, il singolo iscritto ha maturato nel programma previdenziale, valore che è determinabile in relazione alla durata del periodo di iscrizione dell’interessato e dell’apporto contributivo.

Ha evidenziato che il “conto” individuale è, invece, concetto attinente alla modalità di gestione del patrimonio del fondo.

Dopo una articolata disamina degli argomenti portati a sostegno della avversa opzione ermeneutica e dell’enunciazione di ragioni con quest’ultima contrastanti idonee alla relativa confutazione, anche con riguardo alla disciplina transitoria emanata, la Cassazione ha conclusivamente evidenziato come tutti gli argomenti addotti per sostenere l’inapplicabilità della disciplina sulla portabilità ai fondi preesistenti a capitalizzazione collettiva o a ripartizione non apparissero convincenti.

Nel caso di specie, essendo pacifica l’individuazione della parte di contribuzione versata dal Fondo Pensioni del Personale della BNL in relazione alla posizione dei dipendenti, della quale era stata disposta la restituzione da parte della Cassa di Previdenza Dipendenti del Gruppo Credem in favore della prima all’esito del giudizio di gravame, la Cassazione ha confermato le statuizioni del giudice di primo grado quanto al disposto trasferimento presso il Fondo di previdenza complementare del nuovo datore di lavoro dei dipendenti della contribuzione a carico del Fondo BNL (quota del 4% a carico della Banca).
Da qui, dunque, l’accoglimento del ricorso.

Di rilievo le conseguenze pratiche della sentenza.
Ed infatti, secondo l’esegesi operata dalla Suprema Corte, la disciplina delle forme pensionistiche complementari si applica anche ai fondi pensionisticipreesistenti all’entrata in vigore della legge delega (15 novembre 1992), quali che siano le loro caratteristiche strutturali e quindi non solo ai fondi a capitalizzazione individuale, ma anche a quelli a ripartizione o a capitalizzazione collettiva.

Fonte: Ipsoa.it

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