Fallimento e procedure concorsuali

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Con sentenza n.1106 del 9/2/99, la Corte di cassazione ha affermato importanti principi in ordine all’obbligo del Fondo di garanzia dell’Inps di pagare le ultime retribuzioni non corrisposte dal datore di lavoro dichiarato fallito; tali principi si fondano sul principio, pure importante, che la normativa comunitaria prevale, a certe condizioni, su quella statale.

La questione nasce dall’art.2 D. Lgs.80/82, che ha dato attuazione alla direttiva 80/987/CEE in materia di tutela dei lavoratori subordinati in caso di insolvenza del datore di lavoro. Per completezza, va osservato che la norma ora richiamata non è l’unica che, nel nostro ordinamento, presti tutela al lavoratore nel caso di fallimento del datore di lavoro. Oltre a questa, si può ricordare anche la L.297/82 che garantisce al lavoratore, appunto nel caso di fallimento del datore di lavoro, il pagamento della somma dovuta a titolo di trattamento di fine rapporto a carico del Fondo di garanzia istituito presso l’Inps.

Tornando alla questione che qui interessa, il citato art.2 D. Lgs.80/82 ha disposto che il lavoratore può chiedere al Fondo di garanzia dell’Inps il pagamento delle ultime tre retribuzioni, che non siano state corrisposte dal datore di lavoro, sempre che le retribuzioni in questione rientrino nei dodici mesi precedenti la sentenza dichiarativa di fallimento del datore di lavoro.

La norma, così formulata, ha dato adito a numerose perplessità. Infatti, può accadere che il rapporto di lavoro finisca, a causa della durata della procedura per la dichiarazione di fallimento, prima dei dodici mesi antecedenti la dichiarazione di fallimento. In un caso come questo, il lavoratore – secondo la lettera della disposizione della legge nazionale – non avrebbe il diritto di rivolgersi al Fondo di garanzia per il pagamento dei suoi crediti di lavoro.

Investita della questione, la Corte di Giustizia delle Comunità europee ha stabilito, con sentenza 10/7/97, che la direttiva 80/987/CEE dispone nel senso che l’insolvenza del datore di lavoro, che fa operare la garanzia, si determina all’atto di apertura della procedura per la dichiarazione del fallimento, e non al successivo momento in cui il fallimento viene dichiarato, sebbene sia necessario attendere questa dichiarazione per ottenere la garanzia del pagamento a carico del Fondo.

Sulla base di questa pronuncia, la citata sentenza della Corte di cassazione ha ritenuto che la normativa comunitaria, così come interpretata dalla Corte di giustizia, e la normativa nazionale formano un complesso unitario di regole: alla norma attuativa nazionale non può attribuirsi contenuto contrastante con quello della norma comunitaria di cui costituisce attuazione, e quest’ultima deve essere letta secondo l’interpretazione fornitane dalla Corte di giustizia comunitaria.

Pertanto, a dispetto della lettera della norma nazionale, e in forza dei motivi sopra esposti, si deve ritenere che l’intervento del Fondo di garanzia dell’Inps, per il pagamento dei crediti di lavoro inerenti gli ultimi tre mesi del rapporto, debba operare in tutti i casi in cui tali crediti siano sorti nei dodici mesi antecedenti l’apertura della procedura per la dichiarazione di fallimento, e non nei dodici mesi antecedenti la sentenza che abbia dichiarato il fallimento del datore di lavoro.

Insomma, anche grazie alla sentenza di cui si sta parlando, si è aggiunto un altro tassello alla sia pur modesta tutela del lavoratore contro le ipotesi di insolvenza del datore di lavoro, distribuendo sulla collettività almeno alcuni dei danni che si verifichino in quei casi.

In caso di fallimento del datore di lavoro, il rapporto di lavoro si risolve? 
Il fallimento del datore di lavoro non comporta di per sé la risoluzione del rapporto di lavoro. In particolare, ai sensi dell’art. 2119 c.c., il fallimento dell’imprenditore (o la liquidazione coatta amministrativa dell’azienda) non costituisce giusta causa di licenziamento. Tuttavia, frequentemente il fallimento del datore di lavoro comporta una impossibilità di fatto della prosecuzione del rapporto di lavoro, tanto è vero che esso può costituire giustificato motivo oggettivo di licenziamento. In quest’ottica deve essere letto l’art. 3 della L. 223/91 ai sensi del quale, qualora non sia possibile la continuazione, nemmeno in parte, dell’attività, è possibile la collocazione in mobilità o la apertura di una procedura di licenziamento collettivo per i lavoratori dipendenti dell’azienda dichiarata fallita. In buona sostanza, qualora a seguito del fallimento del datore di lavoro, l’attività aziendale non prosegua, il lavoratore potrà essere licenziato per giustificato motivo oggettivo con diritto alla corresponsione dell’indennità sostitutiva del preavviso.

In caso di fallimento del datore di lavoro, il lavoratore come può tutelare i propri diritti? 
Quando un datore di lavoro fallisce, frequentemente i suoi dipendenti si trovano ad essere creditori di una o più retribuzioni non corrisposte nonché, in caso di risoluzione del rapporto, delle spettanze di fine rapporto. In questa ipotesi, il primo passo che il lavoratore creditore deve compiere per salvaguardare i propri diritti è la presentazione al giudice fallimentare di un ricorso per l’ammissione al passivo ai sensi dell’art.93 Legge Fallimentare. Con tale atto, il lavoratore rivendica tutti i crediti vantati nei confronti del fallito e il giudice fallimentare decide sulla sussistenza e sull’ammontare degli stessi (l’insieme delle domande di ammissione al passivo andrà a formare lo stato passivo del fallimento). Ovviamente, non tutti i crediti godono di uguale tutela, in particolare sono distinguibili essenzialmente due categorie di crediti: quelli muniti di privilegio e quelli non muniti di privilegio (chirografari). I crediti nascenti dal rapporto di lavoro appartengono alla prima categoria e, dunque, sono privilegiati rispetto ad altri. Durante la procedura fallimentare, accanto allo stato passivo, si andrà a formare (se possibile) uno stato attivo del fallimento (dato, essenzialmente, dalla vendita dei beni mobili e immobili di proprietà dell’impresa dichiarata fallita). Al termine delle operazioni succintamente spiegate il giudice fallimentare procede alla distribuzione delle somme ricavate dalla liquidazione dell’attivo. In buona sostanza, il ricavato del fallimento viene suddiviso fra i vari creditori con il seguente ordine:

1) pagamento delle spese, comprese quelle anticipate dall’erario, e dei debiti contratti per l’amministrazione del fallimento e per la continuazione dell’esercizio dell’impresa (se è stata autorizzata);
2) pagamento dei crediti ammessi con privilegio;
3) pagamento dei creditori chirografari in proporzione dell’ammontare dei loro crediti. E’ possibile, dunque, che il lavoratore venga interamente soddisfatto dei suoi crediti; tuttavia, spesso accade che egli lo sia solo parzialmente. In quest’ultimo caso, il lavoratore potrà presentare domanda, nei limiti già indicati, al Fondo di Garanzia istituito presso l’INPS.

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