Dimissioni online: quando l’inerzia del lavoratore è un costo per il datore di lavoro

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L’analisi degli ultimi dati sulle cessazioni del rapporto di lavoro pubblicati dall’INPS evidenziano il sussistere di reali criticità operative connesse alla procedura delle dimissioni on-line. L’aumento del numero dei licenziamenti sembra essere collegato all’introduzione della nuova procedura che, in particolare, non prevede quale debba essere la conclusione del rapporto in caso di inerzia del lavoratore, con conseguenze rilevanti per il datore di lavoro che deve avviare un procedimento disciplinare e pagare il “ticket licenziamento”. Ma la soluzione non era già contemplata nella legge Fornero?

La nuova procedura delle dimissioni on-line non funziona e lo ribadisce, indirettamente, anche l’INPS. Proprio l’Istituto previdenziale è l’ultimo, in ordine di tempo, ad evidenziare la “falla” nella procedura prevista per presentare le dimissioni, vigente dal 12 marzo 2016. Infatti, lo scorso 16 novembre ha reso pubblici i dati sulle cessazioni esplicitandone le cause ed evidenziando, nelle slide di commento, che il trend negativo dei licenziamenti si è invertito nel marzo 2016 proprio con l’introduzione delle dimissioni on line. Da questa data è visibile una inversione di tendenza dei licenziamenti, che crescono proporzionalmente al decrescere delle dimissioni. In pratica, il nuovo procedimento telematico di risoluzione volontaria del rapporto di lavoro, accolto negativamente dai lavoratori anche per la sua complessità, ha portato questi ultimi ad omettere l’invio online delle dimissioni, con il conseguente aumento dei licenziamenti disciplinari soprattutto tra i lavoratori stranieri.

Dati sulle cessazioni e dimissioni online
In particolare, dall’analisi dei grafici presentati, l’INPS evidenzia come “Le dimissioni on line hanno determinato una ricomposizione delle cause di cessazione (diminuzione delle dimissioni e crescita relativa dei licenziamenti)”.

Ed ancora: “Tale dinamica ha coinvolto soprattutto i lavoratori stranieri (e con particolare intensità etnie ad alta imprenditorialità come i cinesi).”

Inerzia del lavoratore e costi per il datore di lavoro
Ma cerchiamo di capire il perché di questa inversione di tendenza. Perché i licenziamenti aumentano con l’introduzione della procedura telematica delle dimissioni?

Il motivo è presto detto: il legislatore ha omesso di indicare, nell’iter procedurale, quale deve essere la conclusione del rapporto in caso di inerzia del lavoratore all’attivazione della modalità telematica di dimissioni. Bastava guardarsi indietro e riprendere quello che la legge 91/2012 (riforma Fornero) aveva previsto per la procedura di convalida delle dimissioni (articolo 4, comma 19).

La norma del 2012 aveva prescritto che “Nell’ipotesi in cui la lavoratrice o il lavoratore non proceda alla convalida di cui al comma 17 ovvero alla sottoscrizione di cui al comma 18, il rapporto di lavoro si intende risolto, per il verificarsi della condizione sospensiva, qualora la lavoratrice o il lavoratore non aderisca, entro sette giorni dalla ricezione, all’invito a presentarsi presso le sedi di cui al comma 17 ovvero all’invito ad apporre la predetta sottoscrizione, trasmesso dal datore di lavoro, tramite comunicazione scritta, ovvero qualora non effettui la revoca di cui al comma 21.”.

In pratica, l’invito fornito dalla ditta al lavoratore dimissionario di presentare le dimissioni online e la mancata adesione all’invio, in un tempo congruo, poteva chiudere il cerchio della procedura e fornire, così, una efficacia postuma alle dimissioni effettuate in modalità non congrue rispetto alle prescrizioni legislative.

In mancanza di tutto ciò, il danno è duplice e ricade non solo sull’ex datore di lavoro, ma anche sull’intera collettività, in quanto quello che doveva essere una risoluzione volontaria ed unilaterale del lavoratore (dimissioni) diventa una procedura disciplinare per assenza ingiustificata che porta l’azienda a comminare, con la dovuta tempistica (contestazione e difesa), un provvedimento disciplinare di licenziamento per giusta causa. Ciò comporta, per la ditta, il pagamento del ticket licenziamento, fino ad un massimo (per l’anno 2016) di 1.469,85 euro (per rapporti di lavoro di durata pari o superiore a 36 mesi). Infatti, il contributo alla NASpI – introdotto dall’art. 2, comma 31, della Legge n. 92/2012 – è a carico del datore di lavoro “nei casi di interruzione di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato che, indipendentemente dal requisito contributivo, darebbero [anche solo ipoteticamente] il diritto all’ASpI [oggi NASpI]”.

Inoltre, il lavoratore, qualora non abbia iniziato nel frattempo un’altra occupazione, può “approfittare” di questa risoluzione (licenziamento) per richiedere all’INPS la corresponsione dell’indennità di disoccupazione (NASpI), fino ad un massimo di 24 mesi, gravando illegittimamente sulle casse dell’Istituto previdenziale e quindi della collettività.
Considerazioni conclusive

Nello scorso mese di ottobre il Governo ha avuto la possibilità di rivedere la procedura delle dimissioni, prevedendo la modalità, in capo all’azienda, da seguire in caso di inerzia del lavoratore alla procedura telematica. Purtroppo l’intervento legislativo di correzione ai decreti del Jobs Act (D.L.vo n.185/2016), tra cui anche al decreto legislativo 151/2015 che aveva istituito la nuova procedura di dimissioni, è intervenuto sull’argomento esclusivamente per evidenziare due cose:

1. Tra i soggetti abilitati ad aiutare il lavoratore nella procedura telematica è stato previsto anche il consulente del lavoro;
2. I dipendenti delle Pubbliche amministrazioni sono esentati dalla procedura di dimissioni online.

In definitiva, si attende una revisione della procedura che, prevedendo una specifica modalità di recesso, in capo al datore di lavoro, in caso di inattività del lavoratore, tuteli quest’ultimo, l’azienda stessa e l’INPS.

Fonte: Ipsoa.it

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