Dequalificazione professionale: danno valutabile in via equitativa

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La prova del danno da dequalificazione professionale spetta al lavoratore, ma il giudice può valutarlo anche in via equitativa e presuntiva. Il giudice del merito, con apprezzamento di fatto incensurabile in cassazione se adeguatamente motivato, può desumere l’esistenza del danno, di natura patrimoniale e il cui onere di allegazione incombe sul lavoratore, determinandone l’entità anche in via equitativa, con processo logico-giuridico attinente alla formazione della prova, anche presuntiva. La valutazione si può basare sulla qualità e quantità della esperienza lavorativa pregressa, sul tipo di professionalità colpita, sulla durata del demansionamento, sull’esito finale della dequalificazione e sulle altre circostanze del caso concreto.

In sintesi, i fatti.
Con ricorso al Tribunale in funzione di giudice del lavoro, S.T. ha chiesto di dichiarare la illegittimità del comportamento della Rai concretizzatosi nello svuotamento di ogni mansione; di ordinare alla Rai di adibirlo a mansioni di condirettore di Rai International come da verbale di conciliazione o comunque a mansioni equivalenti, rientranti nella propria qualifica e rispondenti alla professionalità acquisita; di condannare la società convenuta al pagamento della somma di euro 2.000.000,00 a titolo di risarcimento del danno da forzata inattività e dequalificazione professionale, o altra somma ritenuta di giustizia oltre al risarcimento degli ulteriori danni subendi per il periodo successivo al deposito del ricorso, al pagamento della somma di euro 1.000.000,00 a titolo di risarcimento del danno per perdita di “chance” oltre ai danni successivi al deposito del ricorso, al pagamento della somma di curo 1.500,00 a titolo di risarcimento del danno biologico, oltre al risarcimento dei danni successivi, al pagamento della somma di euro 300.000,00 a titolo di danno alla vita di relazione, oltre ai danni successivi, al pagamento della somma di euro 800.000,00 a titolo di danno alla personalità morale, oltre i danni successivi, il tutto maggiorato di accessori.

Nella resistenza della RAI s.p.a., il Tribunale, confermato il provvedimento cautelare, respingeva integralmente le pretese risarcitorie.

La sentenza della Corte d’appello ha respinto l’appello incidentale proposto dalla Rai- Radiotelevisione Italiana s.p.a. avverso la sentenza del Tribunale ed, in parziale accoglimento dell’appello proposto da S.T., ha condannato la RAI s.p.a. a corrispondere all’appellante, a titolo risarcitorio, la complessiva somma di euro 170.302,53, oltre interessi dalla pronuncia al saldo.

La Corte d’appello, per quel che qui interessa, precisa che:
– a) Il T. ha chiesto il risarcimento del danno alla professionalità e per perdita di “chance”, pretese ignorate dal primo giudice….In base agli elementi presuntivi che ben possono trarsi dalla intera vicenda, non può negarsi la sussistenza di un danno alla professionalità considerati: la durata del demansionamento, l’entità dello stesso in rapporto alle mansioni precedentemente svolte di vicedirettore di testata, la preclusa possibilità di svolgere i compiti di direttore giornalistico e di condirettore presso una qualificata struttura, esperienza idonea ad arricchire il patrimonio di conoscenze tecniche e personali ed a fornire un bagaglio culturale tale da poter accrescere la formazione e qualificazione professionale; il comportamento della datrice di lavoro che prima ha attribuito una data qualifica e specifiche mansioni e poi si è sottratta a tale impegno, lasciando inattivo il dipendente nonostante l’ordine del giudice;
– b) Il danno in questione può essere liquidato in via equitativa, utilizzando quale parametro di riferimento una percentuale dell’ultima retribuzione netta indicata nell’unica busta paga — pari a euro 10.914,00, mentre non trova documentale riscontro il più elevato importo richiesto in ricorso, tra l’altro comprensivo del rateo del TFR, richiesta questa sprovvista di giuridico fondamento, mentre l’indennità redazione è già computata nell’importo di cui alla busta paga;
– c) si stima equo determinare detta percentuale nella misura del 30% per ogni mese di protratta inattività, risultando, di contro, del tutto immotivata e priva dell’indicazione di validi parametri equitativi la maggiore somma richiesta di euro 2.000.000.

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione la Rai s.p.a., in particolare lamentando che la Corte d’appello aveva accolto la domanda di risarcimento del danno professionale, qualificato come danno patrimoniale, nonostante la carenza di pertinenti allegazioni, nell’atto introduttivo del giudizio di primo grado, in ordine alle asserite conseguenze pregiudizievoli della condotta datoriale.

Ad avviso della Rai la dedotta carenza di idonee allegazioni sul punto non avrebbe consentito l’ingresso, ai fini della prova del danno prospettato, ad argomentazioni presuntive.

Secondo la Rai, inoltre, la Corte avrebbe erroneamente dato rilievo alla condotta della parte danneggiante, ai fini della liquidazione equitativa del danno, che avrebbe dovuto, al contrario, essere commisurato alle perdite effettivamente subite dal danneggiato.

La Cassazione ha respinto il ricorso, affermando un principio già presente nella giurisprudenza della Suprema Corte ma che, per la sua importanza, dev’essere qui ribadito.

In particolare, osservano gli Ermellini, deve qui essere ribadito il tradizionale orientamento giurisprudenziale secondo cui in tema di dequalificazione professionale, il giudice del merito, con apprezzamento di fatto incensurabile in cassazione se adeguatamente motivato, può desumere la esistenza del relativo danno, di natura patrimoniale, il cui onere di allegazione incombe sul lavoratore, determinandone anche l’entità in via equitativa, con processo logico-giuridico attinente alla formazione della prova, anche presuntiva, in base alla qualità e quantità della esperienza lavorativa pregressa, al tipo di professionalità colpita, alla durata del demansionamento, all’esito finale della dequalificazione e alle altre circostanze del caso concreto.

Nella specie la Corte d’appello aveva indicato con precisione ogni elemento presuntivo, costituente oggetto di allegazione in fatto nel ricorso introduttivo del giudizio di primo grado, motivando correttamente raccoglimento della domanda di risarcimento del danno alla professionalità, senza applicare alcun meccanismo risarcitorio automatico.

Da qui, dunque, il rigetto del ricorso.
Di rilievo le conseguenze pratiche della sentenza.
Ed infatti, secondo l’esegesi operata dalla Suprema Corte, in caso di accertato demansionamento professionale del lavoratore, il giudice del merito, con apprezzamento di fatto incensurabile in cassazione se adeguatamente motivato, può desumere l’esistenza del relativo danno, avente natura patrimoniale e il cui onere di allegazione incombe sul lavoratore, determinandone anche l’entità in via equitativa, con processo logico – giuridico attinente alla formazione della prova, anche presuntiva, in base agli elementi di fatto relativi alla qualità e quantità della esperienza lavorativa pregressa, al tipo di professionalità colpita, alla durata del demansionamento, all’esito finale della dequalificazione e alle altre circostanze del caso concreto.

Fonte: Ipsoa.it

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