Danno da fumo passivo sul luogo di lavoro: circolari e direttive senza esclusione di responsabilità

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Per escludere il danno da esposizione a fumo passivo è insufficiente che il datore di lavoro impartisca e circolari e direttive senza tradurre le disposizioni in atti e iniziative concrete. Nel caso si specie la società, a fronte delle specifiche argomentazioni circa la riconosciuta responsabilità, si è limitata a richiamare, peraltro senza alcuno specifico riferimento, non meglio indicate circolari e disposizioni organizzative, e senza che neppure sia stata allegata l’effettiva inflizione di qualche sanzione disciplinare in merito, invece soltanto ipotizzata. Ne deriva che la società datrice di lavoro sicuramente non aveva fornito la prova che le incombeva a norma dell’art.1218 c.c.: il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno se non prova che l’inadempimento o il ritardo è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile.

Con una interessante sentenza, la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione ha affermato un importante principio in tema di danno da demansionamento conseguente ad esposizione a fumo passivo, precisando che ove venga accertata la responsabilità del datore di lavoro, evidentemente di natura contrattuale, a titolo di risarcimento danni per esposizione a fumo passivo in ambito aziendale, non costituisce misura idonea a contrastare i rischi da esposizione al fumo passivo la semplice emanazione di circolari e direttive, né la stessa può considerarsi idonea prova liberatoria ad escludere la responsabilità in base al principio di cui all’art.1218 c.c.

Valutazioni nel giudizio di merito
Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato da una lavoratrice contro la RAI.
In breve, i fatti.

La Corte di Appello, in parziale accoglimento dell’appello principale, proposto dalla RAI, – Radiotelevisione Italiana – S.p.a., e dell’appello incidentale, proposto da A.M.P., escludeva la violazione dell’art.2103 cod. civ., riconosciuta dal giudice di primo grado – con riforma delle relative statuizioni, anche in ordine alle conseguenti pronunce sul risarcimento del danno – e confermava il riconoscimento della responsabilità del datore di lavoro per l’esposizione della lavoratrice al fumo passivo, con conseguente condanna della società convenuta al risarcimento dei danno biologico e morale, liquidato all’attualità nella misura di € 31.519,41, oltre interessi legali.

La Corte d’appello riteneva che, per quanto qui di interesse, che doveva affermarsi la responsabilità di parte datoriale ex art.2087 cod. civ. per non aver posto in essere misure idonee a prevenire la nocività dell’ambiente lavorativo derivante dal fumo, come risultante dall’istruttoria svolta e dal supplemento di perizia, disposto in secondo grado, che aveva confermato la riconducibilità eziologica della patologia riscontrata a carico della lavoratrice alle condizioni di lavoro, ravvisando un danno biologico pari al 15%, con conseguente risarcimento liquidato in favore della P.
Motivazioni del ricorso in Cassazione

Contro la sentenza proponeva ricorso davanti alla Cassazione la RAI, in particolare dolendosi dell’erronea applicazione dell’art.2087 cod. civ., anche in relazione all’art.1223 cod. civ., per aver riconosciuto la responsabilità per “fumo passivo” in difetto di puntuali e precisi elementi a carico del datore di lavoro, che si era adoperato emanando specifiche circolari e direttive nonché per la carenza di motivazione in ordine all’accertamento circa la concreta idoneità patogenetica dell’esposizione al fumo passivo, anche in relazione alla ipotetica concentrazione della medesima ed, infine, per la carenza di motivazione in ordine alla ritenuta efficacia concausale dell’esposizione al fumo passivo, cui ha tuttavia corrisposto l’adozione di una condanna risarcitoria commisurata all’intera percentuale di invalidità riconosciuta, mentre con l’appello era stato dedotto che trattandosi ad ogni modo di incidenza concausale, il danno risarcibile andava congruamente ridotto, se non addirittura escluso, nell’assoluta incertezza circa l’effettiva prevalenza della rilevanza del fumo passivo sugli altri elementi concausali.

Per contro, la Corte d’Appello non aveva affatto risposto a tale rilevo, pur ribadendo in motivazione la natura meramente concausale dell’esposizione al fumo passivo, ciò che determinava un ulteriore vizio motivazionale della sentenza impugnata, riguardante all’evidenza un fatto decisivo, quale la determinazione della concreta misura della prestazione risarcitoria a carico della Rai.

La Cassazione ha respinto il ricorso della RAI, affermando un principio non ancora presente nella giurisprudenza della Corte e che, per la sua importanza, dev’essere qui evidenziato.

Sul punto escludono gli Ermellini che sussista la violazione dell’art.2087 c.c. anche in relazione all’art.1223 c.c., laddove sul punto la società, a fronte delle specifiche argomentazioni circa la riconosciuta responsabilità (evidentemente di natura contrattuale, a carico di parte datoriale a titolo di risarcimento danni per esposizione a fumo passivo in ambito aziendale), si è limitata a richiamare, peraltro senza alcuno specifico riferimento, non meglio indicate circolari e disposizioni organizzative, e senza che neppure sia stata allegata l’effettiva inflizione di qualche sanzione disciplinare in merito, invece soltanto ipotizzata.

Ne deriva che la RAI sicuramente non aveva fornito la prova che le incombeva a norma dell’art.1218 c.c. (responsabilità del debitore, il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno se non prova che l’inadempimento o il ritardo è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile).

In definitiva, per la Cassazione, l’assunta emanazione di circolari e direttive non costituisce, evidentemente, misura idonea a contrastare i rischi da esposizione al fumo passivo, né di conseguenza idonea prova liberatoria ai sensi del citato art.1218 c.c.

Da qui, dunque, il rigetto del ricorso della RAI.
Di rilievo le conseguenze pratiche della sentenza.

Ed infatti, secondo l’esegesi della S.C., ove venga accertata la responsabilità del datore di lavoro, evidentemente di natura contrattuale, a titolo di risarcimento danni per esposizione a fumo passivo in ambito aziendale, non costituisce misura idonea a contrastare i rischi da esposizione al fumo passivo la semplice emanazione di circolari e direttive, né la stessa può considerarsi idonea prova liberatoria ad escludere la responsabilità in base al principio di cui all’art.1218 c.c.

Fonte: Ipsoa.it

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