Controversie di lavoro: effetto devolutivo dell’appello, quali limiti

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L’effetto devolutivo dell’appello non osta alla valutazione normativa del fatto giuridico costitutivo del diritto da parte del giudice di grado superiore. In tema di impugnazioni nelle controversie di lavoro, il giudice ha l’obbligo di rilevare d’ufficio l’esistenza di una norma di legge idonea ad escludere, alla stregua delle circostanze di fatto già allegate ed acquisite agli atti di causa, il diritto vantato dalla parte, anche in grado di appello; rispetto a quest’obbligo è irrilevante che in primo grado le questioni controverse abbiano investito altri e diversi profili di possibile infondatezza della pretesa in contestazione e che la statuizione conclusiva di detto grado si sia limitata solo a tali diversi profili.

Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato tra una società di trasporto extra-urbano ed un dipendente.
In sintesi, i fatti.

La Corte d’appello ha confermato la sentenza del giudice del lavoro del Tribunale, impugnata da R.V., il quale si era lamentato del rigetto della domanda tesa all’annullamento del licenziamento disciplinare intimatogli dalla società Autolinee G. s.r.l., società di trasporto extra-urbano alle cui dipendenze il lavoratore aveva prestato servizio con le mansioni di autista.

Il licenziamento era stato intimato in quanto il R.V. aveva lasciato in sosta coi motore acceso un “bus di linea” che si era messo improvvisamente in moto travolgendo un’autovettura aziendale e sfondando il muro di cinta dell’autoparco, provocandone il crollo sulla pubblica via.

La Corte di appello ha ritenuto nuova la doglianza riflettente l’omessa sussunzione della fattispecie disciplinare nella previsione dell’art.42, comma 10, del Regio Decreto n.148 del 1931, dal momento che in primo grado il ricorrente aveva lamentato la violazione dei relativo procedimento previsto dal citato decreto regio, nel senso che a suo giudizio era stata disapplicata tale normativa nella parte in cui la stessa riservava al Consiglio di disciplina l’adozione delle sanzioni, mentre nel caso in esame tale determinazione era stata adottata dal Presidente della società.

In ogni caso, secondo la Corte di merito, il requisito della proporzionalità della sanzione era stato rispettato.

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione R.V., in particolare assumendo che la Corte di merito era incorsa in errore nel ritenere inammissibile, in quanto nuova, la doglianza proposta in appello con la quale si era prospettata la riconducibilità della clausola disciplinare oggetto di causa all’ipotesi di cui all’art.42, comma 10, del R.D. n.148 del 1931.

Secondo il lavoratore non vi era stata, invece, violazione del principio devolutivo, atteso che nel secondo grado di giudizio il diritto azionato, la disciplina di legge invocata e la pretesa avanzata erano gli stessi dei giudizio di prime cure, per cui non era stato introdotto alcun tema nuovo d’indagine.  Quindi, secondo il lavoratore, la Corte d’appello non avrebbe dovuto sottrarsi alla cognizione della fattispecie dedotta secondo i principi di cui all’art.113, primo comma, c.p.c. e 12 del R.D. n.262/1942 ed avrebbe dovuto applicare la disciplina speciale che regola il rapporto di lavoro degli autoferrotranvieri.  La Cassazione ha respinto il ricorso, affermando un principio già presente nella giurisprudenza della Suprema Corte ma che, per la sua importanza, dev’essere qui ribadito.

In particolare, osservano gli Ermellini, correttamente la Corte d’appello ha ravvisato la violazione del principio dell’effetto devolutivo dell’impugnazione nel momento in cui ha adeguatamente posto in evidenza che in primo grado il ricorrente aveva lamentato la disapplicazione del Regio Decreto n.148/1931 nella parte in cui riservava l’adozione delle “punizioni per le mancanze di cui agli artt.43, 44 e 45 alla deliberazione del Consiglio di Disciplina”, assumendo che tale potere era stato, invece, esercitato dal Presidente della società, mentre la doglianza formulata in sede di gravame concerneva la diversa questione della mancata riconduzione della clausola disciplinare nella previsione di cui all’art.42, comma 10, del R.D. n.148/1931.  In effetti, la correttezza del rilievo effettuato dalla Corte d’appello risiedeva nella giusta considerazione che attraverso quest’ultimo tipo di censura svolto in appello veniva, in realtà, ad essere introdotto un nuovo tema d’indagine, in quanto questo non era più radicato, come in primo grado, sulla denunziata illegittimità del licenziamento per l’asserita violazione di determinate norme procedimentali proprie della disciplina speciale degli autoferrotranvieri, bensì sulla doglianza riflettente la diversa questione di carattere sostanziale della riconducibilità della clausola disciplinare alla differente previsione dell’art.42, comma 10, del citato Regio Decreto ai fini dell’applicazione di una misura conservativa.

Né ha rilievo alcuno – per gli Ermellini – la censura secondo cui la Corte di appello si sarebbe, in tal modo, sottratta al compito di esaminare la fattispecie, con particolare riguardo alla proporzionalità della sanzione, alla luce della disciplina speciale che regola il rapporto di lavoro degli autoferrotranvieri, posto che la individuazione della normativa applicabile nel caso concreto rientra nelle prerogative del giudicante.

Da qui, dunque, il rigetto del ricorso.
Di rilievo le conseguenze pratiche della sentenza.
Ed infatti, secondo l’esegesi operata dalla Suprema Corte, il giudice ha l’obbligo di rilevare d’ufficio l’esistenza di una norma di legge idonea ad escludere, alla stregua delle circostanze di fatto già allegate ed acquisite agli atti di causa, il diritto vantato dalla parte, e ciò anche in grado di appello, senza che su tale obbligo possa esplicare rilievo la circostanza che in primo grado le questioni controverse abbiano investito altri e diversi profili di possibile infondatezza della pretesa in contestazione e che la statuizione conclusiva di detto grado si sia limitata solo a tali diversi profili, atteso che la disciplina legale inerente al fatto giuridico costitutivo del diritto è di per se sottoposta al giudice di grado superiore, senza che vi ostino i limiti dell’effetto devolutivo dell’appello.

Fonte: Ipsoa.it

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