Controllo dei lavoratori con GPS: quando i dati sono utilizzabili?

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Il GPS è un sistema elettronico di controllo particolarmente invasivo in quanto, grazie all’uso di satelliti, consente di tracciare tutti gli spostamenti del lavoratore, identificandone la posizione in ogni momento. Le potenzialità di questo strumento, in grado di rivelare anche aspetti della vita privata del lavoratore, rendono necessaria una selezione delle informazioni raccolte dal datore di lavoro e una loro corretta identificazione tra informazioni connesse alla produttività e quelle poste a tutela della dignità del lavoratore. Il Garante per la privacy e la Cassazione hanno fornito alcuni criteri in merito.

Il GPS, ossia un sistema di localizzazione che, grazie all’uso di satelliti, è in grado di identificare la posizione di un soggetto con grande precisione e di controllarne gli spostamenti; è uno strumento di controllo estremamente potente. Non è quindi una sorpresa che tale sistema possa essere utilizzato dal datore di lavoro, sul posto di lavoro, per controllare le attività e gli spostamenti dei dipendenti.

Si tratta, però, di un terreno di scontro molto delicato tra “controllo” e “privacy”, tra verifica della produttività del lavoratore e tutela della sua dignità, dal momento che il controllare gli spostamenti di un individuo permette di venire a conoscenza di tanti aspetti della vita privata dello stesso.

Inoltre il GPS è giustamente considerato un sistema elettronico di controllo particolarmente invasivo, soprattutto se viene attivato all’insaputa del “controllato” sui dispositivi in suo possesso (ad esempio: uno smartphone o un tablet) o sulle autovetture che gli sono concesse in uso.

Le indicazioni del Garante privacy
Il Garante per la Privacy italiano, ad esempio, si è occupato in diverse occasioni del problema, anche con riferimento a grandi società telefoniche o di telecomunicazioni che avevano necessità di verificare in ogni momento la posizione dei dipendenti sia per la gestione delle chiamate sul territorio, sia per motivi di sicurezza, e che li dotavano di telefoni cellulari con, all’interno, attivati sistemi GPS che permettevano un controllo dalla centrale di tutti gli spostamenti. In tal caso, il Garante ha focalizzato l’attenzione sia sulla consapevolezza, in capo al lavoratore, di tali tipi di controlli e del loro funzionamento, sia della possibilità di disattivarli nei periodi non attinenti allo svolgimento di mansioni lavorative.

Nel dicembre del 2010 l’autorità Garante italiana ha esplicitamente ribadito il divieto all’uso di sistemi di geo-localizzazione dei lavoratori senza l’accordodei sindacati o l’autorizzazione della Direzione provinciale del lavoro. Eravamo, sia chiaro, in vigore della formulazione dell’articolo 4 prima della riforma del Jobs Act, ma il caso è comunque significativo. In quella occasione bloccò il trattamento dei dati effettuato da una società altoatesina che raccoglieva informazioni sui propri dipendenti tramite l’installazione di impianti GPS su alcuni veicoli aziendali. Alcuni lavoratori si erano lamentati di essere controllati mentre si recavano presso i clienti per attività di assistenza regolarmente programmate, dal momento che il sistema di geo-localizzazione installato dalla società era in grado di rivelare informazioni sui percorsi seguiti, sulle soste effettuate o sulla velocità degli spostamenti del personale. Il Garante ha ricordato che, in base alle norme dello Statuto dei lavoratori (vigenti allora), l’installazione di apparecchiature che possano comportare il controllo a distanza dei dipendenti è possibile solo previo accordo dei sindacati o con l’autorizzazione della Direzione provinciale del lavoro. Nel corso dell’istruttoria è invece emerso che tali procedure non erano state rispettate.

Nel 2011 lo stesso Garante ha consentito, invece, la localizzazione satellitare di alcuni veicoli aziendali, ma solo per migliorare il servizio di trasporto e quantificare in modo corretto i costi al cliente. Nel caso specifico, erano due le finalità del sistema GPS che le aziende intendevano installare sui veicoli della loro flotta. In primo luogo consentire, in caso di necessità, di localizzare il veicolo e trasmettere la posizione rilevata; in secondo luogo, fornire dati per l’elaborazione di un rapporto di guida (tempo di percorrenza, velocità media, distanza e consumo di carburante).

Il Garante ha ritenuto leciti gli scopi perseguiti con l’uso della localizzazione satellitare in quanto volti a rendere più efficiente il trasporto dei prodotti. Ha però precisato che è possibile trattare i soli dati idonei a rilevare la posizione dei veicoli e quelli indispensabili alla compilazione del rapporto di guida. Non possono invece essere trattati dati “ulteriori”, come quelli tecnici relativi ai giri del motore e alla frenata, che il Garante ritiene non necessari perché suscettibili di controllo sulla condotta di guida del conducente.

Il tenore di queste due decisioni è chiaro: impedire il trattamento di dati “ulteriori”, via GPS, che possano comunque fornire informazioni sui soggetti che non siano correlate alle mansioni lavorative. Non è però sempre facile distinguere quali siano i dati raccolti che sono strettamente correlati alle esigenze lavorative e quali, invece, siano più legati ai comportamenti delle persone.

Il parere della Cassazione
Interessante, infine, una sentenza della Corte di Cassazione del 12 ottobre 2015, n.20440, che si è occupata proprio di un episodio di licenziamento correlato a controlli effettuati via GPS.

Al lavoratore, in questo caso, era stato contestato di essersi allontanato, con l’autovettura della società, dai luoghi dove doveva svolgere il proprio lavoro, e ciò era testimoniato dal “tracciato” correlato al sistema GPS che era stato posizionato sulla vettura.

La Corte non ha rinvenuto una violazione della vecchia formulazione dell’articolo 4 dello Statuto dei Lavoratori in quanto ha ravvisato tali azioni di controllo come rientranti nei “controlli difensivi” volti a tutelare il patrimonio aziendale e a rilevare mancanze specifiche e comportamenti estranei alla normale attività lavorativa, nonché illeciti.

Fonte: Ipsoa.it

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