Contratto di lavoro a progetto: gli indici sintomatici della subordinazione

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Nella controversia tra un lavoratore assunto con contratto a progetto e una società per accertare la sussistenza della subordinazione, la Cassazione ha affermato che se la prestazione lavorativa è elementare, ripetitiva e predeterminata, oppure, all’opposto,di notevole elevatezza e di contenuto intellettuale e creativo il criterio dell’assoggettamento del prestatore all’esercizio del potere direttivo, organizzativo e disciplinare può non risultare significativo ed occorre fare ricorso a criteri distintivi sussidiari.

Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato tra un lavoratore assunto con contratto a progetto ed una società a r.l.

Il giudice del lavoro accoglieva la domanda proposta dal lavoratore nei confronti della s.r.l. e, ritenuto che tra le parti era intercorso un rapporto di lavoro subordinato da aprile del 2003 al 31.12.2004 con diritto del ricorrente alla qualifica di dirigente d’azienda industriale, condannava la società al pagamento di circa 250.000 euro per differenze retributive, indennità di preavviso, indennità supplementare e T.F.R. La Corte d’appello, nel riformare parzialmente la sentenza, dichiarava il diritto del lavoratore a percepire il compenso denominato di “lavoro a progetto”, relativamente al solo anno 2004, e condannando la società al pagamento delle sole differenze non corrisposte dal luglio del 2004. La Corte è pervenuta a tale decisione dopo aver ritenuto che dal complesso degli elementi acquisiti era emersa unicamente la prova di un rapporto di consulenza professionale parasubordinato, dovendosi escludere ogni estremo di subordinazione.

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione il lavoratore, in particolare sostenendo che la Corte d’appello, nel tentativo di escludere il vincolo della subordinazione, ha erroneamente attribuito rilievo sostanziale al “nomen iuris” dei contratti intercorsi tra le parti, mentre ha omesso di trarre le dovute conseguenze dalla mancata indicazione nel contratto a progetto del relativo programma di lavoro ed ha, altresì, ignorato le risultanze processuali sulle effettive caratteristiche della prestazione lavorativa, così come emerse dalle deposizioni testimoniali che, se tenute in debito conto, avrebbero condotto ad una diversa pronunzia in ordine alla configurazione giuridica dello stesso rapporto. In particolare, secondo il lavoratore, dovendosi tener conto delle attività intellettuali che contraddistinguevano il rapporto in esame, il criterio da seguire era quello di considerare i cosiddetti elementi sussidiari o complementari della subordinazione, da valutare complessivamente e comparativamente e non in maniera atomistica.

La Cassazione ha accolto il ricorso, affermando un principio presente nella giurisprudenza della S.C., ma che, per la sua rilevanza con riferimento alla materia trattata, va qui evidenziato perché assume una particolare importanza per gli operatori.

In particolare, evidenziano gli Ermellini come la Corte d’appello è pervenuta al risultato di escludere ogni ipotesi di dipendenza del lavoratore rispetto alla società e di ritenere, invece, sussistente un rapporto di consulenza professionale parasubordinato, basando il suo convincimento sostanzialmente sul “nomen iuris” del contratto intervenuto tra le parti, senza tener conto del fatto che il nome attribuito da queste ultime al rapporto tra loro in essere rappresentava solo uno degli elementi di valutazione per qualificarne la natura, dovendosi, invece, inquadrare giuridicamente il rapporto stesso sulla base delle modalità di svolgimento dell’attività lavorativa. Sulla questione, del resto, già la Cassazione aveva affermato che ai fini della qualificazione del rapporto di lavoro come subordinato o autonomo, poiché l’iniziale contratto dà vita ad un rapporto che si protrae nel tempo, la volontà che esso esprime ed il “nomen iuris” non costituiscono fattori assorbenti, diventando viceversa il comportamento delle parti posteriore alla conclusione del contratto elemento necessario non solo ai fini della sua interpretazione, ma anche utilizzabile per l’accertamento di una nuova diversa volontà eventualmente intervenuta nel corso dell’attuazione del rapporto e diretta a modificare singole clausole contrattuali e talora la stessa natura del rapporto inizialmente prevista; tale principio si applica anche nel caso in cui il rapporto trovi la sua origine in una legge che ne abbia previsto o favorito l’instaurarsi, dovendosi anche in tale ipotesi accertare se il rapporto, pur sorto in base ad una volontà che, dando attuazione alla legge, ne abbia recepito anche la qualificazione, abbia poi avuto una esecuzione che, per la sua diversità dalla previsione normativa, esprima una nuova sopravvenuta volontà negoziale, la quale conferisca nuovo contenuto al rapporto.

In ultima analisi la Corte d’appello non ha fatto riferimento alle risultanze processuali rilevanti ai fini della individuazione della natura giuridica del rapporto in questione, soffermandosi solo sugli aspetti formali dello stesso e trascurando di eseguire una disamina comparativa di tutti gli elementi utili alla verifica della sussistenza o meno del vincolo della subordinazione.

Da qui, dunque, l’accoglimento del ricorso.

Di rilievo le conseguenze pratiche della sentenza.

Ed infatti, secondo l’interpretazione offerta dalla Corte di Cassazione, anche nel contratto di lavoro a progetto (disciplinato dall’art.61 del d. Igs. 10 settembre 2003, n.276), che prevede una forma particolare di lavoro autonomo, caratterizzato da un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa, prevalentemente personale, riconducibile ad uno o più progetti specifici, funzionalmente collegati al raggiungimento di un risultato finale determinati dal committente, ma gestiti dal collaboratore senza soggezione al potere direttivo altrui e quindi senza vincolo di subordinazione, il “nomen iuris” non costituisce un fattore assorbente, rilevandosi, invece, necessaria la disamina del comportamento delle parti posteriore alla conclusione del contratto per l’accertamento di una nuova diversa volontà eventualmente intervenuta nel corso dell’attuazione del rapporto e diretta a modificare talora la stessa natura del rapporto inizialmente prevista.

Fonte: Ipsoa.it

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