Contestazione disciplinare tardiva: immediatezza a volte derogabile

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Il principio di immediatezza della contestazione disciplinare deve essere inteso in senso relativo e non in senso assoluto. In particolare il principio di immediatezza della contestazione disciplinare, prevista per il lavoro privato dall’art.7 legge n.300 del 1970, deve essere inteso tenendo conto delle ragioni oggettive che possono ritardare la percezione o il definitivo accertamento e la valutazione dei fatti contestati; tuttavia, la valutazione delle circostanze di fatto che in concreto giustificano o meno il ritardo è riservata al giudice del merito ed il suo accertamento è insindacabile in cassazione se congruamente motivato.

Con una interessante sentenza, la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione ha affermato un importante principio in tema di licenziamento, in particolare ribadendo che il principio di immediatezza della contestazione disciplinare, prevista per il lavoro privato dall’art.7 legge n.300 del 1970, deve essere inteso in senso relativo, ossia tenendo conto delle ragioni oggettive che possono ritardare la percezione o il definitivo accertamento e la valutazione dei fatti contestati, dovendosi altresì precisare che la valutazione delle circostanze di fatto che in concreto giustificano o meno il ritardo è riservata al giudice del merito ed il suo accertamento è insindacabile in cassazione se congruamente motivato.
Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato tra Poste Italiane s.p.a. ed una dipendente.
In sintesi, i fatti.

La Corte d’appello accoglieva l’impugnazione proposta da Poste Italiane s.p.a. contro la sentenza resa dal Tribunale e, per l’effetto, accoglieva la domanda proposta dall’appellante, avente ad oggetto l’accertamento e la declaratoria della legittimità del licenziamento intimato a G.C. per giusta causa e, conseguentemente, rigettava la domanda di reintegrazione nel posto di lavoro proposta in via cautelare dalla lavoratrice.
La G.C., dipendente della suddetta società e incaricata temporaneamente della responsabilità dell’ufficio postale di S.P.C., era stata licenziata perché, in seguito ad un’ispezione, era emerso un ammanco di cassa per € 35.000, attribuito alla dipendente.

La Corte d’appello, muovendo dalla premessa che i fatti erano stati accertati nella loro oggettività e, comunque, non erano stati contestati, riteneva che essi fossero di tale gravità da ledere in modo irreparabile il vincolo fiduciario esistente tra le parti, in considerazione delle mansioni svolte dalla G.C., che comportavano una responsabilità di cassa, e del disdoro arrecato alla datrice di lavoro, a nulla rilevando al riguardo l’immediata restituzione delle somme sottratte e l’assenza di conseguenze penali.

In ordine alla tempestività della contestazione, la Corte precisava che il provvedimento di sospensione cautelare adottato da Poste italiane dopo circa un mese dall’ispezione, e l’espresso richiamo, in esso contenuto, all’art.55 del C.C.N.L., il quale prevede la facoltà dell’azienda di espletare accertamenti su fatti addebitati al lavoratore a titolo di infrazione disciplinare, escludevano che il tempo trascorso tra la notizia degli illeciti e la contestazione disciplinare e quindi il licenziamento potesse essere interpretato come volontà dell’ente di soprassedere all’adozione di provvedimenti disciplinari; inoltre, quest’arco temporale non si era rivelato di ostacolo all’esercizio del diritto di difesa della lavoratrice, la quale aveva sempre giustificato la propria condotta, dopo aver confessato immediatamente i fatti a lei contestati, con la situazione di stress e di difficoltà economiche in cui versava in quel periodo.
Contro la sentenza, la G.C. proponeva ricorso per cassazione, in particolare per non aver i giudici tenuto conto che Poste italiane aveva avuto la possibilità di conoscere e valutare la sua condotta in tutti i suoi connotati di gravità, fin dall’ispezione dell’ottobre 2005, da cui era emerso un ammanco di cassa di 35.000 €.

L’intero iter del procedimento disciplinare si era rivelato cosi superfluo e comunque non necessario, considerato anche che il solo elemento di prova raccolto erano state le dichiarazioni da lei stessa rese in ordine alle circostanze di fatto già emerse in sede ispettiva.

La contestazione doveva dunque essere considerata intempestiva, essendo stata effettuata a distanza di nove mesi dall’accertamento completo dei fatti.

Né la sospensione cautelare dal servizio poteva escludere l’onere per il datore di lavoro di promuovere il procedimento disciplinare in tempi ragionevoli, considerato peraltro che essa non era risultata funzionale allo svolgimento di ulteriori e più approfondite indagini, ma piuttosto aveva creato in essa lavoratrice la convinzione che la società intendeva soprassedere all’adozione di provvedimenti sanzionatori.

La Cassazione ha respinto il ricorso, affermando un principio già presente nella giurisprudenza della Suprema Corte ma che, per la sua importanza, dev’essere qui ribadito.

In particolare, osservano gli Ermellini, non sussiste la violazione del principio di immediatezza della contestazione disciplinare prevista per il lavoro privato dall’art.7 legge n.300 del 1970, il quale, peraltro, deve essere inteso in senso relativo, ossia tenendo conto delle ragioni oggettive che possono ritardare la percezione o il definitivo accertamento e la valutazione dei fatti contestati, dovendosi altresì precisare che la valutazione delle circostanze di fatto che in concreto giustificano o meno il ritardo è riservata al giudice del merito ed il suo accertamento è insindacabile in cassazione se congruamente motivato, congruità che, nella specie, è certamente ravvisabile.

La Corte territoriale aveva compiutamente esaminato i fatti storici posti a base del motivo in esame, per escludere la tardività della contestazione disciplinare.

In particolare, aveva ricostruito i momenti salienti della vicenda, a partire dall’emersione dei fatti disciplinarmente rilevanti a seguito di ispezione fino alla contestazione disciplinare, dando particolare rilievo al provvedimento di sospensione cautelare nonché all’esigenza, ritenuta legittima, della datrice di lavoro di procedere ad ulteriori approfondimenti, considerati il tipo di infrazione commessa e, dunque, la necessità di controllare se si fosse in presenza di episodi isolati o di una prassi costante, se vi fossero in corso denunce a carico della lavoratrice, se altri clienti fossero stati destinatati di pressioni da parte della stessa.

Aveva altresì escluso che il tempo necessario a tali accertamenti sia andato a detrimento del diritto di difesa della lavoratrice, considerate le giustificazioni addotte dalla medesima.
Da qui, dunque, il rigetto del ricorso.

Di rilievo le conseguenze pratiche della sentenza.
Ed infatti, secondo l’esegesi operata dalla Suprema Corte, il principio di immediatezza della contestazione disciplinare, prevista per il lavoro privato dall’art.7 legge n.300 del 1970, deve essere inteso in senso relativo, ossia tenendo conto delle ragioni oggettive che possono ritardare la percezione o il definitivo accertamento e la valutazione dei fatti contestati, dovendosi altresì precisare che la valutazione delle circostanze di fatto che in concreto giustificano o meno il ritardo è riservata al giudice del merito ed il suo accertamento è insindacabile in cassazione se congruamente motivato.

Fonte: Ipsoa.it

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