Condotta abnorme del dipendente: datore di lavoro irresponsabile?

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In tema di infortuni sul lavoro, la Cassazione ribadisce la sua rigorosa giurisprudenza secondo la quale non può addivenissi mai all’esonero della responsabilità del datore di lavoro se la condotta abnorme del dipendente, per quanto disattenta o negligente, rientri pur sempre nelle ordinarie mansioni al medesimo affidate e non siano, dunque, rilevabili quella caratteristiche di “abnormità” in presenza delle quali soltanto può aversi interruzione del nesso causale tra evento lesivo e l’azione od omissione datoriale. Il datore di lavoro, destinatario delle norme antinfortunistiche, è esonerato da responsabilità solo quando il comportamento del dipendente, rientrante nelle mansioni che gli sono proprie, sia abnorme, dovendo definirsi tale il comportamento imprudente del lavoratore che sia consistito in qualcosa radicalmente, ontologicamente, lontano dalle ipotizzabili e, quindi, prevedibili, imprudenti scelte del lavoratore nella esecuzione del lavoro.

La Corte di Cassazione torna a pronunciarsi sul tema, assai dibattuto e delicato nella giurisprudenza di legittimità, della rilevanza del comportamento del lavoratore che si sia infortunato, apparentemente, per aver posto in essere una condotta superficiale e disattenta. Non può addivenirsi mai all’esonero della responsabilità del datore di lavoro ve la condotta del dipendente, per quanto disattenta o negligente, rientri pur sempre nelle ordinarie mansioni al medesimo affidate e non siano, dunque, rilevabili quella caratteristiche di “abnormità” in presenza delle quali soltanto può aversi interruzione del nesso causale tra evento lesivo e l’azione od omissione datoriale.

Il fatto
La vicenda processuale segue alla sentenza con la quale era stata pronunciata condanna nei confronti di un datore di lavoro per un infortunio occorso ad un operaio suo dipendente. Secondo l’accertamento condotto nei gradi di merito, il S. stava lavorando in un cantiere edile, quale dipendente della D. s.r.l., della quale era titolare il G.M., quando nell’eseguire ad un’altezza di circa otto metri il trasporto di malta con una carriola, a causa della mancanza di un idoneo parapetto, cadeva al suolo riportando lesioni gravi.

Il ricorso
Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione il datore di lavoro, sostenendo che la Corte di Appello non aveva argomentato in merito ai rilievi sulla base dei quali questi sosteneva essersi concretizzato un comportamento abnorme del lavoratore, che aveva spostato una tavola fermapiede del ponteggio per agevolare il passaggio della carriola e per non aver inoltre dato risposta al motivo che segnalava la discordanza tra le dichiarazioni dei testi.

La decisione della Cassazione
La Cassazione, nell’affermare il principio di cui in massima, ha respinto il ricorso, in particolare osservando, con riferimento al caso concreto, come nessun comportamento abnorme potesse in concreto rilevarsi nella condotta del lavoratore.

Anzitutto, ricordano gli Ermellini, nel caso che occupa è il medesimo imputato ad insistere su una ricostruzione dell’accaduto per la quale il S., adibito al trasporto di materiale con una carriola, avrebbe spostato una tavola fermapiede per percorrere più agevolmente il tragitto, nell’esecuzione delle direttive impartitegli.

Vi era quindi, con tutta evidenza, già nella prospettazione del datore di lavoro la commissione di un’azione imprudente da parte del lavoratore, tuttavia strettamente correlata alle mansioni affidategli. Peraltro, ben diversa era la ricostruzione fatta propria dalla Corte d’appello, che aveva menzionato l’eccessivo sovraccarico della carriola, la conseguente perdita di equilibrio del lavoratore e il non corretto montaggio del ponteggio.

Le conseguenze sul piano pratico – operativo
La sentenza della S.C. si inerisce in un filone giurisprudenziale ormai consolidato che ritiene come, in tema di causalità, la colpa del lavoratore eventualmente concorrente con la violazione della normativa antinfortunistica addebitata ai soggetti tenuti ad osservarne le disposizioni non esime questi ultimi dalle proprie responsabilità, poiché l’esistenza del rapporto di causalità tra la violazione e l’evento-morte o lesioni del lavoratore che ne sia conseguito può essere esclusa unicamente nei casi in cui sia provato che il comportamento del lavoratore fu abnorme, e che proprio questa abnormità abbia dato causa all’evento.

Tale caratteristica dell’abnormità, peraltro, è ravvisabile soltanto quando il comportamento del lavoratore, per la sua stranezza ed imprevedibilità, si ponga al di fuori di ogni possibilità di controllo da parte dei soggetti preposti all’applicazione della misure di prevenzione contro gli infortuni sul lavoro, e che tale non è il comportamento del lavoratore che abbia compiuto un’operazione comunque rientrante, oltre che nelle sue attribuzioni, nel segmento di lavoro attribuitogli.

Quanto ai precedenti giurisprudenziali, è evidente che, alla stregua di quanto sopra, correttamente i giudici di merito hanno fatto applicazione di un consolidato principio diritto affermato dalla Cassazione (v., in precedenza: Cass. Pen., Sez. IV, sentenza n.23292 del 29/06/2011, M. e altri, in CED Cass., n.250710; Cass. pen., Sez. IV, n.7267 del 23/02/2010, I. e altri, in CED Cass., n.246695, che ha ritenuto del tutto imprevedibile il comportamento imprudente del lavoratore, addetto all’esecuzione di lavori ad un altezza di sei metri, di utilizzare, per accelerare i tempi di lavorazione, un improprio carrello sollevatore, in luogo del regolare mezzo di sollevamento già impegnato per altri lavori).

Secondo tale principio, dunque, il datore di lavoro, destinatario delle norme antinfortunistiche, è esonerato da responsabilità quando il comportamento del dipendente, rientrante nelle mansioni che gli sono proprie, sia abnorme, dovendo definirsi tale il comportamento imprudente del lavoratore che sia consistito in qualcosa radicalmente, ontologicamente, lontano dalle ipotizzabili e, quindi, prevedibili, imprudenti scelte del lavoratore nella esecuzione del lavoro.

Fonte: Ipsoa.it

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