Call center: delocalizzazione all’estero, informativa e agevolazioni

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I call center che delocalizzano l’attività sono tenuti a obblighi specifici di comunicazione nei confronti della pubblica amministrazione e contestualmente perdono i benefici previsti dalla legge n. 407/90, ma cio’ solo ove la delocalizzazione interessi Paesi non comunitari. Questa la precisazione del Ministero del Lavoro.

Ancora una volta il Ministero del lavoro interviene sul tema della delocalizzazione dei call center in Paesi extraUE, chiarendo alcuni dubbi applicativi che residuavano dopo l’intervento, sempre del Ministero, del 2013, e confermando, per altri aspetti quanto in tale sede gia’ evidenziato (nota Ministero del lavoro n.17495/2014).

Giova, prima di riprendere l’ultima nota ministeriale, richiamare il contenuto del d.l. n.83/2012, convertito in legge n.134/2014 ove, all’art.24 bis (riportato in sintesi sotto con le integrazioni ministeriali del 2013) che ha introdotto una specifica disciplina del contratto di collaborazione coordinata e continuativa a progetto nel settore dei call center, si prevede che:

· le misure a seguire si applicano alle attività svolte da call center con almeno 20 dipendenti; nel computo dell’organico aziendale rientrano anche i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa a progetto. Inoltre, il Ministero precisava che le aziende interessate dalle misure sono poi quelle che svolgono in via assolutamente prevalente (core business aziendale) una attività di call-center e che, pertanto, operano in regime di appalto, restando viceversa escluse quelle attività di call-center che vanno semplicemente ad integrare lo svolgimento dell’impresa rappresentando, il più delle volte, una mero “sportello di front office”
· spostamento dell’attività di call center fuori dal territorio nazionale: obbligo di comunicazione, almeno 120 giorni prima del trasferimento, al Ministero del lavoro e delle politiche sociali indicando i lavoratori coinvolti. Per il Ministero detti lavoratori sono coloro i quali (a prescindere dall’inquadramento, subordinato o autonomo), in conseguenza della delocalizzazione della attività di call-center, sono ritenuti in esubero dal datore di lavoro e pertanto interessati da un minor impiego o addirittura da procedure di licenziamento (saranno pertanto significative eventuali richieste di cassa integrazione o riduzioni di personale a qualsiasi titolo). Inoltre, obbligo di comunicazione all’Autorità garante per la protezione dei dati personali, indicando quali misure vengono adottate per il rispetto della legislazione nazionale, in particolare del codice in materia di protezione dei dati personali (D.lgs. 30 giugno 2003, n.196), e del registro delle opposizioni. Specificava il Ministero nel 2013 che si poteva ritenere delocalizzata una attività di call-center qualora le commesse acquisite da una azienda con sede legale in Italia e già avviate nel territorio nazionale siano trasferite – prima della naturale scadenza del relativo contratto – a personale operante all’estero, sia attraverso la successiva apertura di nuove filiali fuori dal territorio nazionale, sia attraverso un meccanismo di subappalto. Tenuto conto della ratio della disciplina richiamata, evidentemente volta a favorire il mantenimento di standard occupazionali, ritiene il Ministero che gli obblighi di comunicazione in questione non ricorrano nel caso in cui, nel corso di svolgimento di uno specifico appalto, l’azienda delocalizzi senza generare esuberi o un minor impiego del personale sino a quel momento impegnato su tale commessa.
· analoga informativa deve essere fornita dalle aziende che già operano in Paesi esteri alla data di entrata in vigore della legge
· perdita dei benefici previsti dalla legge 29 dicembre 1990, n.407 nel caso di aziende che delocalizzano attività in Paesi esteri
· mancato rispetto delle disposizioni illustrate: sanzione amministrativa pecuniaria di 10.000 euro per ogni giornata di violazione.
Restava da chiarire meglio, rispetto all’intervento del 2013, i termini esatti per gli obblighi di comunicazione e la perdita dei benefici.

Ed è su questo punto che il Ministero, con l’ultima nota di ottobre c.a., anche al fine di inquadrare correttamente la disciplina in questione nell’ambito dei principi comunitari in materia di libertà di stabilimento e libera prestazione di servizi, chiarisce che sia l’obbligo di comunicazione (collegato all’applicabilità della “sanzione” relativa alla mancata concessione dei benefici) che la mancata concessione dei benefici trovano applicazione esclusivamente nei casi in cui la delocalizzazione avvenga verso Paesi extracomunitari.

Fonte: Ipsoa.it

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